Poco più di un mese fa abbiamo assistito alle proteste che hanno messo in subbuglio Numea, la capitale della Nuova Caledonia: automobili date alle fiamme, negozi saccheggiati, il coprifuoco notturno, l’intervento delle autorità locali prima e poi dell’esercito francese hanno delineato uno scenario senza precedenti nella storia dell’arcipelago malesiano.
L’antefatto storico
Le ragioni di queste grandi manifestazioni sono legate all’ultima svolta nella politica locale, ovvero la discussione nel Parlamento francese di una riforma costituzionale che porterebbe all’aumento degli aventi diritto al voto, e che di conseguenza diminuirebbe il peso delle popolazioni indigene locali nei momenti di elezioni e di referendum. Per comprendere il fatto più recente, bisogna prima capire che la questione è storica, e affonda le proprie radici nel fatto che la Nuova Caledonia, come tutti i territori della Francia d’oltremare, sono residui del suo impero coloniale: «Questa questione ha sempre avuto a che fare con il tema della colonizzazione. La Nuova Caledonia infatti venne annessa formalmente alla Francia nel 1853. Il trauma però, storicamente, non è tanto l’annessione formale, ma le questioni che emergono a fine ‘800, come la sottrazione di terre e l’adozione del codice dell’indigenato» spiega Adriano Favole, professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Torino e Visiting Professor all’Università della Nuova Caledonia. Secondo il codice dell’indigenato, abolito nel 1946, gli autoctoni delle colonie venivano considerati di fatto sudditi francesi, e venivano sottomessi ai lavori forzati, sottoposti a varie misure repressive come la requisizione, il carcere o la deportazione.
«I fatti recenti si legano a uno snodo che si colloca tra il 1988 e il 1998. Nell’88 si chiudono infatti quattro anni di rivolte, quelli che localmente vengono chiamati Les évènements (“gli avvenimenti”). Questi anni si chiudono con l’accordo di Matignon, voluto tra gli altri da un grande leader statista, Jean-Marie Tjibau: una figura storicamente importante non solo per il Paese, ma anche per l’idea di come si risolve un conflitto coloniale». Jean-Marie Tjibau fu negli anni ’80 il leader del movimento indipendentista dei kanak, ovvero la popolazione locale: la sua importanza storica sta nella decisione di non proseguire il processo di liberazione tramite la lotta armata, ma deponendo le armi e spianando la strada alla convivenza dei popoli, a partire appunto dall’accordo di Matignon.
L’accordo di Numea
Su quella scia, dieci anni dopo, viene firmato l’accordo di Numea: «Questo nuovo accordo ha gli stessi tre attori del precedente, ovvero la fazione degli indipendentisti, quella dei non indipendentisti e lo Stato francese nel ruolo di garante. Esso si basa su tre grandi principi che stanno nel prologo del testo: il primo è il riconoscimento del fatto coloniale, ovvero la Francia riconosce di aver annesso la Nuova Caledonia in modo giuridicamente improprio. In secondo luogo, viene riconosciuto popolo kanak, l’unico ancora oggi ad avere questo status nei territori francesi d’oltremare. Infine, i kanak riconoscono il diritto di rimanere agli altri gruppi che si sono stabiliti sul territorio dall’800 a oggi, per costruire insieme un destino comune. A differenza di tutte le altre colonie francesi, questo è l’unico caso in cui c’è un accordo di decolonizzazione dove i bianchi e tutte le altre comunità non vengono cacciate». L’accordo, dalla durata di vent’anni, di fatto trasferisce per la prima volta al governo locale tutta una serie di competenze che, di norma, spetterebbero allo Stato francese. Vengono anche fissati tre referendum sull’indipendenza: il primo il 4 novembre 2018, il secondo il 4 ottobre 2020, e l’ultimo, in caso di vittoria del no nei primi due, il 12 dicembre 2021.
C’è un altro aspetto dell’accordo di Numea da prendere in considerazione per capire appieno cosa ha portato alle manifestazioni dello scorso mese: «Chi sono i cittadini che possono votare ai referendum? Solo coloro che sono riconosciuti come tali nel 1998, al momento dell’accordo, e i loro figli. Questo è il congelamento del corpo elettorale: vent’anni dopo potranno votare coloro che stavano già lì, non chi nel frattempo arriva dalla Francia o da altrove. L’idea dietro questa scelta è di costruire una comunità, e non sbilanciarla: sennò se arrivassero moltissime persone da Parigi, si tornerebbe a una dinamica coloniale».
Gli errori della politica francese
Nel primo referendum ha vinto il no all’indipendenza, al 57%. Nel secondo la vittoria del no si riduce al 53%, tracciando la strada verso l’indipendenza. Nell’ultimo referendum però, la crisi sanitaria dovuta alla pandemia da coronavirus e il rifiuto di Parigi di posticipare le elezioni hanno spinto gli indipendentisti al boicottaggio del voto, facendo un’ultima schiacciante vittoria al no. È il primo di una serie di errori del governo francese che, da da ruolo di garante di un Accordo per arrivare all’indipendenza, viene ora percepito di nuovo come favorevole al campo anti-indipendentista.
Adriano Favole, professore di antropologia culturale all’Università di Torino: «Quello che tengo sempre a sottolineare è che l’accordo di Numea era un accordo di convivenza tra comunità differenti: questa è la sua grandezza. Non è un accordo unicamente a difesa dei Kanak, come spesso si pensa: riconoscerlo come popolo dava loro un recupero di dignità dopo cento anni di colonizzazione»«Non credo che Macron di principio volesse ricolonizzare il Paese. Davanti a questa impasse, egli decide che per il rinnovo il congresso ‒ previsto per dicembre 2024 ‒ bisogna togliere il congelamento del corpo elettorale. Macron quindi chiede quindi al Parlamento francese di approvare una riforma costituzionale, che per l’appunto si chiama disgelo del corpo elettorale. Questo provvedimento passa all’Assemblée Nationale a fine aprile, e in quel momento cominciano le prime grandi manifestazioni pacifiche, sia dei non indipendentisti che chiedono il disgelo, sia degli indipendentisti che affermano che il disgelo è un atto coloniale. La cosa degenera quando il provvedimento passa al Senato, il 13 di maggio».
I problemi che hanno portato all’inasprimento degli scontri in tempi recenti sono dovuti ad errori politici e a una crisi economica che ha colpito duramente tutta la regione: «Secondo me c’è una grande ignoranza rispetto alla storia di questo Paese e rispetto alle dinamiche dei popoli indigeni. La mia idea è che il presidente e i suoi con consiglieri si sono dimostrati incapaci di capire la dinamica politica locale. C’è stata grande sottovalutazione, insieme all’incapacità di conoscere la storia di questo Paese […]. La Nuova Caledonia inoltre è uno dei quattro depositi mondiali più ricchi di nichel. È il territorio europeo più ricco di nichel. Da qualche anno a questa parte le grandi aziende mondiali che producono batterie, che fanno un importante uso di nichel, hanno spostato i loro acquisti verso l’Indonesia. Perché? Perché costa meno. Questo ha gettato le miniere della Nuova Caledonia in una crisi tremenda. Sono infatti tutte quante sull’orlo del fallimento: in realtà sarebbero già fallite se non fosse per l’intervento dello Stato».
Oltre alla crisi economica, la situazione attuale rimane molto incerta. Nonostante sembrino terminati i giorni di proteste violente, ci si chiede come si evolverà la situazione: «Secondo me questo provvedimento si fermerà, perché non ha neanche più la maggioranza a Parigi. Il problema è capire come ricostruire localmente il dialogo, ed evitare di ricreare dinamiche di conflitto».