“Slava Ukraini”, Gloria all’Ucraina! Bohadan, 45 anni originario di Kyiv, lo grida a pieni polmoni prima di intonare l’inno nazionale. «Non posso credere che nel 2022, nella mia città, ci sia la guerra. Il nostro esercito sta facendo di tutto per fermare l’invasione, ma noi dobbiamo capire come aiutare quei ragazzi». Sventolano in alto bandiere giallo-blu e manifesti per la pace.
Le persone scese in piazza hanno i volti ancora coperti dalle mascherine, ma non c’è bisogno di abbassarle per capire cosa provano, i loro occhi parlano da sé. Alcuni sono lucidi per la commozione, altri si accendono di rabbia e di paura. Tutti esprimono la forza di un corpo unico legato in segno di solidarietà. Quando la folla intona un canto di speranza, i bambini si agitano sulle spalle dei papà e stringono palloncini con i colori dell’Ucraina: le braccia si alzano verso il cielo, molti riprendono con le fotocamere la moltitudine che si affaccia sul Duomo. Piazza dei Mercanti, a Milano, diventa un fiume di persone che grida libertà.
C’è una signora che tiene in mano il telefono e continua a guardarsi attorno. Dall’altro lato dello schermo appare un viso giovane rigato dalle lacrime. È un’immagine che grida “resistenza”, perché in mezzo a queste piazze variopinte ci sono le storie di famiglie divise dalla guerra, di persone costrette a lasciare le proprie case in una corsa contro il tempo per la vita.Si ascoltano i racconti di chi assiste impotente alla distruzione del proprio Paese, pensando a come portare in salvo gli amici e i parenti rimasti lì. È il caso di Mia, 23 anni. Mia è nata a Čerkasy ma vive in Italia da più di dieci anni. Dal giorno dell’invasione russa in Ucraina, Mia è presente a tutte le manifestazioni. Suo padre è partito immediatamente per raggiungere in autobus il confine con l’Ungheria e trasferire in Italia la nonna e gli amici che abitavano a Kyiv, ma sua cugina Iryna si trova ancora là.
A Milano la diaspora ucraina manifesta insieme alla “comunità dei russi liberi”, oppositori del governo in carica: tra le richieste, stop alla guerra e sovranità all’Ucraina
«Il 24 febbraio mi sono svegliata con i messaggi dei miei genitori e degli amici, ero preoccupata, ma non potevo immaginare quello che sarebbe successo – racconta Iryna al telefono –, continuavano ad arrivarmi notizie terribili. L’aggressione era iniziata e noi non eravamo pronti, sono entrata nel panico e ho provato a chiamare la mamma, ma non c’era modo di raggiungerla. La connessione era saltata, non avevamo la possibilità di comunicare tra di noi e non sapevo cosa fare. Ero terrorizzata: i russi avevano iniziato a bombardare e io non sapevo come fuggire. Ho avuto pochissimo tempo per mettere in valigia le cose necessarie e allontanarmi da Kyiv insieme ad alcuni amici. Siamo saliti in auto e abbiamo iniziato a guidare verso Čerkasy.Le strade erano piene di macchine e di persone che come noi cercavano di scappare. Dall’altro lato arrivavano i veicoli militari dell’esercito per andare a proteggere le nostre città. Di lì a poco i missili avrebbero iniziato a colpire anche le case dei civili».
Oggi a Čerkasy si trovano anche Vitaly e la sua famiglia. Lui, come Iryna, è fuggito subito dopo aver sentito il rumore delle prime esplosioni. Ora in quella piccola città la situazione è abbastanza tranquilla, ma ogni giorno suonano gli allarmi antiaereo e sono tutti costretti a correre nei rifugi.
Di racconti come questi ce ne sono a migliaia, alcuni sono stati raccolti da Magzine, che è riuscita a mettersi in contatto con i diretti testimoni del conflitto, ma anche con coloro che aspettano alle frontiere per fornire soccorso e accoglienza a quanti sono riusciti a mettersi in salvo.Christian Descalescu, per esempio, si trova al confine tra Moldavia e Romania e ogni giorno assiste attonito all’arrivo di centinaia di profughi diretti in Germania, in Polonia o in Italia, dove la maggior parte di loro ha dei parenti pronti a ospitarli.
Le testimonianze di chi è rimasto nel Paese e che tutti i giorni deve affrontare il pericolo delle bombe e degli attacchi indiscriminati sono cariche di tensione e di paura, ma anche di coraggio e di speranza.Tutti continuano a ripetere la stessa stessa frase: “Stiamo combattendo per la democrazia e per difendere i valori europei». Il sentimento è comune in queste persone. «Il nostro è un popolo forte – dicono – e non ci arrenderemo. L’Ucraina rinascerà dalle proprie ceneri, ma abbiamo bisogno di voi».
I hope someday you’ll join us, and the world will live as one. Nelle piazze risuonano i versi della canzone più famosa di John Lennon mentre le persone si stringono in un abbraccio collettivo. Le donne indossano le camicie ricamate della tradizione ucraina, colorate corone di fiori adornano i loro capelli: anche in questo modo si rivendica la propria cultura, la propria identità.
«Vogliamo la pace, non ne possiamo più dell’invasione russa. Quando hanno diramato l’avviso che invitava alle armi tutti i maschi nati dal 2005 in poi sono rimasto scioccato. Ci sono ragazzi che non hanno potuto vivere la loro adolescenza e che ora devono combattere e affrontare la morte. Purtroppo, Putin è una persona che ragiona con la forza, le sanzioni non bastano, l’Europa deve fare di più», dice Mark Syenin mentre parla ai microfoni dei giornalisti davanti alla Loggia di piazza dei Mercanti, simbolo della Resistenza. Il suo corpo è avvolto dalla bandiera dell’Ucraina e ti guarda dritto negli occhi con sguardo fiero. Non si tira indietro: con la sua voce pacata dialoga con tutti perché vuole spiegare la sua verità. La voce di Anna, invece, si spezza mentre pensa alla sua famiglia: lei è qui per studiare, ma i suoi cari vivono a Kyiv. “Siamo tutti molto tesi”.Anna trattiene a fatica le lacrime, ma continua a parlare. «Ho telefonato subito a mia sorella. Mi ha detto che le strade sono chiuse e gli aeroporti bloccati, non so come riusciranno a venire in Italia. Per il momento so solo che si sono chiusi in casa, hanno fatto rifornimento di cibo e benzina e aspettano». Anche Anna ha fiducia nell’unione, sa che il suo popolo non si piegherà, ma chiede che non venga dimenticato perché questo è un conflitto che ha avuto inizio otto anni fa. A più di dieci giorni dall’inizio della guerra il popolo ucraino ha una nuova preoccupazione: teme di essere abbandonato, teme che la paura si tramuti in rabbia e la compassione in abitudine. Si scende in strada anche per questo, per mantenere viva l’attenzione.
Mentre una marea di persone sfila a Milano in piazza della Scala reggendo un’enorme bandiera, uno striscione giallo sventola sul balcone centrale di palazzo Marino. Non è un manifesto qualsiasi perché vi è impressa come un monito la parola verità.La città di Milano la vuole per Giulio Regeni e la chiede per il popolo ucraino. Su questo concetto si concentrano le persone quando dicono a gran voce: “Che la forza sia con noi”.
Tutti, non solo gli ucraini, sperano che ci sia una soluzione pacifica. In questo dramma, infatti, è coinvolto anche il volto libero della Russia, quello che non si arrende alle armi della prepotenza e del ricatto perché vuole capire e cambiare le cose. Fianco a fianco nelle piazze, in questi giorni ci sono popoli che lottano per la stessa causa. In mezzo a loro c’è Olga. Olga stringe al petto un cartello con scritto “no war”. «Sono russa, ma non ho mai voluto la guerra. Siamo anche noi persone comuni che sperano in un mondo migliore». Pure Vassily la pensa così: «Quello che vedo mi sconvolge: come russo mi sento devastato e inorridito. Quando ho visto il primo attacco sono scoppiato a piangere, perché non riesco a trovare una spiegazione: mi auguro solo che questo incubo finisca». Le guerre, infatti, non solo provocano morte e distruzione, ma sono capaci di lacerare consolidati rapporti di amicizia, di separare le famiglie disseminando rancore e diffidenza. Roman Kozak, 29 anni, è venuto in Italia nel 2014, l’anno dell’invasione russa in Crimea. È originario di Leopoli, in Ucraina, dove la sua famiglia è rimasta per fornire aiuto ai rifugiati che provengono da Est. Nonostante la sofferenza provocata da ciò che sta avvenendo nel suo Paese, non si dimentica di esprimere riconoscenza per le sue amiche russe che hanno trovato il coraggio di riunirsi nelle piazze di San Pietroburgo e di opporsi all’invasione.“Sfidare il regime di un Paese autoritario e repressivo richiede veramente molta forza”. Lo riconosce Roman e lo conferma Ekaterina, uno dei volti della diaspora russa a Milano. “Finché la Russia non verrà liberata dal regime non potrò più tornare a casa: rischio 35 anni di galera perché sono state emanate due leggi che puniscono chi mostra nei social i video dei combattimenti. Non posso dire di stare bene: sono sconvolta e arrabbiata per quello che sta succedendo. Purtroppo Putin continuerà a portare dolore finché non riusciremo a mandarlo via. Lo so che è rischioso, un mio amico di San Pietroburgo è stato arrestato perché era andato in piazza a protestare. Noi, però, abbiamo il dovere di continuare a mostrare la realtà”.
Il popolo russo è diviso dalla propaganda del regime che costringe i media a parlare di “operazione militare speciale” e liquida i canali che violano le imposizioni del Cremlino parlando della guerra. Il tre marzo scorso, il presidente russo Vladimir Putin firmava la legge ratificata dalla Duma che punisce con condanne fino a 15 anni di carcere i cittadini e i giornalisti che diffondono “fake news”, ovvero notizie diverse da quelle approvate dalle fonti ufficiali. Cala il sipario su Meduza, Deutsche Welle e Bbc, ma non solo. Prima di loro, a cadere sotto la scure del Cremlino, era stato L’eco di Mosca, ora Facebook e Twitter e con essi le ultime voci libere della Russia.“Non importa, resisteremo. Non riusciranno a farci stare zitti perché se ci uniamo e continuiamo a combattere per i nostri ideali possiamo cambiare le cose, possiamo aiutare la nostra gente ad aprire gli occhi e a vedere quello che Putin ci sta facendo”. È questo il messaggio che circola all’interno della Comunità dei Russi Liberi che in questi giorni partecipa alle manifestazioni di Milano insieme al popolo ucraino. Un altro passo in direzione della speranza e del coraggio perché, come scrisse Michail Bulgakov ne La guardia bianca, “ricrescerà la verde erba ucraina”.