«Credo che oggi la Paralimpiade sia arrivata a un tale livello tecnico, di organizzazione, anche di importanza dal punto di vista economico, che non può più essere ignorata. Sia che gli azzurri vadano bene, sia che vadano meno bene». Così parla Claudio Arrigoni, il giornalista italiano più esperto di sport paralimpici, ponendo l’attenzione sulla scarsa rilevanza data dai media nazionali a un evento globale come i Giochi invernali dedicati agli atleti con disabilità. In questi giorni si sta disputando a Pechino la tredicesima edizione.
Claudio Arrigoni: «Credo che oggi la Paralimpiade sia arrivata a un tale livello tecnico, di organizzazione, anche di importanza dal punto di vista economico, che non può più essere ignorata»
Qual è l’importanza che le Paralimpiadi devono avere a livello mediatico, considerando il fatto che trovano poco spazio sui mezzi d’informazione?
«C’è ancora un gradino da superare per capire quanto dal punto di vista della comunicazione sia bello raccontare la Paralimpiade. Ai Giochi di Barcellona 1992, i primi che ho seguito, chiesi: “Quante storie belle ci sono in una Paralimpiade?” Mi risposero con un’altra domanda: “Quanti atleti ci sono in una Paralimpiade?” Questo era significativo del fatto che tantissimi atleti avessero storie molto particolari, molto belle da raccontare, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche dal punto di vista umano».
A che punto è il movimento paralimpico italiano?
«È un buon movimento a livello generale, soprattutto dopo i Giochi di Tokyo. Però il movimento paralimpico invernale deve ancora crescere. Abbiamo una star: è Giacomo Bertagnolli. Il migliore del mondo nello sci alpino nella categoria visual impaired, che comprende gli atleti ipovedenti e ciechi. Ha un’ottima guida, come Andrea Ravelli, che è stato anche un grande campione a livello olimpico».
Bertagnolli può diventare un punto di riferimento per lo sport paralimpico invernale italiano?
«Giacomo ha iniziato prestissimo, aveva appena compiuto 19 anni quando ha fatto la prima Paralimpiade in Corea vincendo subito quattro medaglie d’oro. Adesso si è ripetuto a Pechino. Credo che per arrivare al livello di Martina Caironi, Bebe Vio, Alex Zanardi, i grandi del movimento paralimpico italiano, debba fare ancora un piccolo saltino: mostrare, anche a livello comunicativo, che lo sport paralimpico invernale non ha niente da invidiare a quello estivo. Anzi, alcune volte ci sono proprio delle difficoltà date dai materiali, dagli ausili, dai dispositivi e naturalmente dalla montagna che ha molte più barriere rispetto alla pianura. Ecco deve riuscire a mostrare che tutto questo ha anche delle difficoltà maggiori».
«Lo sport paralimpico ci aiuta a guardare le abilità. Mostrare a tutta Italia quello che gli atleti possono fare, aiuta veramente a cambiare la visione che si ha della disabilità»
Bertagnolli è una buona base su cui costruire il futuro sportivo. In vista di Milano-Cortina 2026, siamo pronti a ospitare i Giochi anche dal punto di vista organizzativo?
«Sicuramente abbiamo dimostrato con Torino 2006 di essere all’altezza di costruire una grande Paralimpiade. Quella è stata probabilmente la più bella edizione invernale almeno fino a Pechino 2022. Poter ospitare i Giochi Paralimpici invernali è sicuramente importante dal punto di vista sportivo, ma lo è ancora di più dal punto di vista sociale e culturale perché tutto questo può cambiare la visione e la percezione che si ha della disabilità. Lo sport paralimpico ci aiuta a guardare le abilità. Mostrare a tutta Italia quello che gli atleti possono fare, aiuta veramente a cambiare la visione che si ha della disabilità».
Tra i temi di attualità, non possiamo trascurare la situazione che stanno vivendo gli atleti ucraini presenti a Pechino.
«Gli dei paralimpici all’inizio di questa edizione hanno fatto vedere da che parte stanno. Gli atleti ucraini erano arrivati praticamente due giorni prima dell’inizio dei Giochi dopo situazioni rocambolesche di viaggio. Conclusa la prima giornata, l’Ucraina era in testa al medagliere. È stato un messaggio molto forte anche al mondo: noi siamo qua per vincere medaglie, ma siamo qua anche a lottare per il nostro popolo, almeno per mostrare che non ci arrendiamo e non ci fermiamo».