Le rughe del viso si mostrano e le guance diventano un tutt’uno con il naso. La nostalgia si avverte da come pronuncia il nome del suo Paese: sottovoce. Una volta lasciato questo fardello la tristezza pervade i suoi occhi marroni facendoli diventare due piccole nocciole. Lui è Alì.
Alì nel 2008 scappa dal Kurdistan turco a causa della politica aggressiva del governo contro la minoranza alla quale appartiene.
Inizialmente, la vita lo ha portato a lavorare in una tipografia a Rimini dove è rimasto stabilmente per oltre dieci anni. La città sulla Riviera romagnola la trova diversa da Milano: è riuscito a vivere serenamente, senza fretta o senza paura di non essere accettato, costruendo amicizie solide a cui tutt’ora fa affidamento.
Oro Istanbul, poco distante dall’aeroporto Milano Linate, è il piccolo locale di kebab in cui lavora.
Il rione Forlanini che fa da cornice al locale è composto da vie moderne, facciate dei palazzi aggettanti e graffiti a un forte significato sociale. Il cupo grigiore del pomeriggio promette pioggia ma Alì non piange, sorride .
Prepara con velocità e attenzione il menù kebab ad una cliente e nel mentre racconta del quartiere in cui vive. Prende il pane. Detesta profondamente la metro: troppo confusionaria. “Che ci mettiamo dentro? Pomodoro?”, si interrompe. “Anche un po’ di cipolla e insalata”, risponde la cliente. “La gente va di fretta, corre veloce. Vorrei solo parlare qualche volta”, continua mentre accontenta la richiesta. Alì si è trasferito a Milano per necessità familiare e si è adeguato in fretta al ritmo milanese imparando ad amare e accettare tutte le sfumature del suo quartiere. “Mi scusi, anche della maionese per favore”, interrompe la ragazza dolcemente, quasi avvertendo la scarsa gentilezza usata poco prima. Paga ed esce dalla grande porta finestra bianca.
Quel che lo ha più colpito vivendo in questo quartiere a fianco a Linate è il poco rispetto che i ragazzi hanno per la loro stessa terra: “A volte mi capita di parlare con persone molto giovani che non fanno altro che lamentarsi di come gli vanno le cose, della loro città, della loro vita. Non sanno della fortuna che hanno. Voglio difendere l’Italia come se fosse il mio Paese, credo di essere debitore a stare qui”. “Voglio difendere l’Italia come se fosse il mio Paese, credo proprio di esserle debitore”
Si appoggia al bancone e socchiude gli occhi. Corruga la fronte e sospira. Alì non ha la cittadinanza ma vorrebbe vivere in Italia per tanto altro tempo, forse per tutta la vita.
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