Nei dodici anni di pontificato, monsignor Giuseppe Baturi è stato a stretto contatto con papa Francesco. Nel 2019, il Pontefice l’ha nominato arcivescovo metropolita di Cagliari; tre anni dopo, invece, l’ha scelto come segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). L’ultima volta che si sono incontrati è stata il 30 settembre: nella Sala Clementina del palazzo Apostolico, monsignor Baturi – insieme a una delegazione proveniente dalla Sardegna – ha partecipato all’udienza col Santo Padre. Per la sua salute, monsignor Baturi ha presieduto un momento di preghiera al duomo di Cagliari. Una preghiera che si è estesa a ogni angolo del mondo. Ma, in queste settimane di preoccupazione e incertezza, hanno proliferato congetture e menzogne sulle condizioni del Vescovo di Roma.

«Come tanti, provo un sentimento di partecipazione emotiva, pietà nell’affetto e nella preghiera, nei suoi confronti. Andando in giro nelle parrocchie si nota un riferimento al papa in termini affettivamente intensi, come uomo di famiglia, padre, nonno che sta male. Questo mi ha colpito, e significa che è entrato nel panorama spirituale e affettivo di tanti italiani e pellegrini. Per noi, però, c’è qualcosa in più: il legame che ci stringe al Santo Padre non è semplicemente una dimostrazione di affetto, ma è l’affermazione della comunione cattolica che attorno a Pietro ha bisogno della fede, che si alimenta della carità e della speranza. Man mano che i giorni scorrono, pregando e facendo pregare, ho capito che la sofferenza, la debolezza, la fragilità sono parte della testimonianza di Cristo e dell’impegno di Pietro, che deve confermare nella fede i discepoli del Signore anche nella fragilità della malattia e nella vulnerabilità di stare dove non si vorrebbe».

Secondo lei, papa Francesco come trascorrendo questa lunga degenza?

«In questo periodo non ho parlato col Santo Padre, ma credo la stia vivendo con la consapevolezza di dover seguire Gesù, immedesimandosi con lui, come forma di testimonianza per la Chiesa dell’amore di Dio e del valore della vita. È trasparente sulla sua condizione di salute, su ciò che è successo e sulle difficoltà durante la giornata. Lo fa davanti a tutti perché la malattia vissuta con amore fa parte del ministero di Pietro. Attraverso la comunicazione quotidiana sul suo lavoro, testimonia che la vita è una responsabilità e che i momenti di malattia vanno vissuti per un impegno. Il papa è uomo immerso nella preghiera e nella contemplazione e – non vorrei dire qualcosa d’inaccettabile – nella serena meditazione sul mistero della morte come passaggio all’eternità. La vera felicità è quella che ha bisogno del Dio eterno e della vita eterna».

Eccellenza, i fedeli fanno sentire la loro vicinanza al papa. Oltre alla fede, quali sono i motivi che li legano a lui?

«La franchezza, la schiettezza e il modo di fare i conti con la vita del Santo Padre lo rendono vicino a loro. Lo considerano uno di famiglia che affronta le vicende personali senza vergognarsi dei propri limiti, come testimonia il farsi vedere sulla carrozzina, l’ammettere di non respirare bene, dire che è il momento di andare via. Pregando per lui, in fondo, anche noi stiamo affrontando le nostre fragilità e debolezze. E, non a caso, le nostre preghiere sono destinate non solo al Santo Padre, ma anche anche agli infermi, ai medici, ai curanti. Come dicevano i padri della Chiesa, allo stesso tempo Cristo è il medico delle anime e dei corpi, ossia il buon samaritano, e il paziente verso cui si piegano i curanti».

Il Santo Padre sta “normalizzando” la malattia. È un altro modo per ribadire il lato più umano della Chiesa?

«La Chiesa è una realtà di uomini, investita dalla grazia dello Spirito Santo. Normalmente, il modo in cui Dio approccia l’uomo e si offre alla sua libertà è attraverso altri uomini. E quest’ultimi portano il tesoro della fede in vasi di creta. In questo senso, Pietro è colui che, investito di una missione, deve consumare tutta la sua vita. Ma ha paura – è istintivo – e ama Gesù. Tra gli apostoli può predicare il Vangelo in quanto lui è perdonato e si è riconciliato con i suoi limiti. In una cultura secondo la quale il successo è misurato dall’efficienza, dal divismo e dalla perfezione, il papa è un uomo malato che ama la vita e gli altri, e indica la necessità di amare tutti. È l’esempio che la grazia si afferma non nonostante l’aspetto umano, ma grazie e dentro la dimensione umana. Così, aiuta gli uomini a riconciliarsi con la propria umanità, mostra la grandezza della fede e dell’umano, aiutandoci ad amarlo un po’ di più nelle contraddizioni, nel limite, nella malattia».

Eccellenza, le dicerie, le speculazioni e le falsità sulla salute del Papa quali sentimenti le suscitano?

«È un modo per sprecare un grande mistero e un’enorme testimonianza, riducendoli a calcoli politici, giochi, schieramenti. Penso si debba salvare il più possibile la dignità umana e cristiana di quello che sta avvenendo, sganciandola da ogni calcolo o previsione e accogliendola così com’è. Tanto più che il papa mostra il coraggio della verità, non ha paura della verità, né di dire la collocazione temporale dei suoi affanni».

Si è riparlato delle possibili dimissioni del pontefice. È uno scenario plausibile?

«Dobbiamo stare attenti perché chi ha aperto la porta a questa possibilità, papa Benedetto XVI, ha spiegato di aver assunto quella decisione dopo aver pregato e con la consapevolezza delle responsabilità che assumeva davanti a Dio e alla Chiesa. È la logica di una coscienza che sta davanti a Dio e alla propria responsabilità umana. Qui bisogna fermarsi e accogliere in silenzio. Non si può strattonare la coscienza di un uomo di fede davanti a Dio, collocandolo dentro previsioni o auspici personali. Decide il papa, solo lui. E noi siamo con lui a pregare, sostenere e ad accogliere la sua testimonianza. Introdurre logiche diverse significa non ascoltare e sciupare una grande esperienza che stiamo vivendo in questi giorni».

Qual è la sua risposta a chi sostiene che la Chiesa non sia guidata dal suo pastore?

«È un’affermazione preconcetta, che non risponde alla verità. Papa Francesco è lucido, ben orientato e collaborativo e, quindi, è consapevole di sé, del proprio ruolo nella Chiesa e di ciò che questa sta vivendo. Se la Chiesa è la comunità dei fedeli che guardano a Cristo come Signore, non si può dire che in questi giorni non abbia avuto una guida: l’ha avuta e, in questo momento, è al Gemelli che aiuta tutti a pregare e guardare Cristo nostro Signore. Ed è anche una tesi che non fa i conti col cristianesimo. San Paolo, quando è stato in catene, ha detto che non poteva andare presso le sue comunità, ma lo muoveva la preoccupazione per la Chiesa. Le sue catene non gli impedivano di rendere testimonianza a Cristo e guidare le chiese».