«Se prima il massimo rischio per gli studiosi era l’espulsione dal Paese, ora i tempi sono cambiati». Così afferma Lorenzo Casini, professore di Lingua e Letteratura Araba dell’Università di Messina, riferendosi agli arresti e alle torture subite da numerosi ricercatori in regimi non democratici. Non si tratta, infatti, solo dei casi più mediaticamente noti di Regeni ed ora di Patrick George Zaki, o dei ricercatori arrestati in Iran, «i due francesi Roland Marchal e Fariba Adelkah», come ricorda Daniela Melfa, docente di storia e istituzioni dell’Africa all’università di Catania. Il problema, invece, è molto più esteso e va ben oltre i casi isolati: «Sono centinaia – rammenta Casini – gli attivisti per i diritti umani che in Egitto sono spariti o sono stati arrestati senza processo».

Lorenzo Casini e Daniela Melfa, al di là dei ruoli accademici, sono anche due curatori di Minnena, il libro, edito da Mesogea, che raccoglie opinioni e testimonianze di numerosi esponenti dell’ambiente accademico, pronti a raccontare questa nuova, drammatica fase per il mondo intellettuale. Come spiega Maria Elena Paniconi, una delle autrici del libro e ricercatrice di Lingua e letteratura Araba all’Università di Macerata, «Minnena è nato per volontà dei ricercatori che si sono formati in Egitto e che hanno visto il Paese cambiare in peggio. Alcuni hanno voluto raccontare la loro ricerca sui sindacati indipendenti nell’Egitto del presidente al-Sisi, ricerca alla quale lavorava anche Regeni. Il nostro obiettivo era di narrare l’Egitto che abbiamo conosciuto e la ricerca che vi abbiamo svolto, esattamente con la stessa dedizione con cui Giulio svolgeva il suo lavoro e con cui lo svolge Patrick».

Lorenzo Casini: «Se prima il massimo rischio per gli studiosi era l’espulsione dal Paese, ora i tempi sono cambiati»

Come illustrano i curatori,il libro, che conta tre capitoli divisi per area tematica, e ben dieci autori, ha anche l’obiettivo di portare fuori dalle università la consapevolezza delle nuove difficoltà che gli studiosi devono affrontare. In particolare, sottolinea Lorenzo Casini, «è stata una scelta azzeccata quella di Mesogea di pubblicare il libro in un’edizione pratica e tascabile, accessibile e comoda per tutti».

Se qualche anno fa tra le associazioni di studiosi e gli atenei c’era meno preparazione ad affrontare questo tipo di scenari, la risposta del mondo universitario all’arresto di Zaki non s’è fatta attendere:l’Asai, Associazione di Studi Africani in Italia, e SeSaMO, la Società per gli studi del Medio Oriente, hanno prontamente pubblicato un comunicato congiunto, chiedendo con forza la liberazione di Zaki ed il suo rientro in Italia.A questo si aggiunge la decisione del Consiglio degli Studenti dell’Università di Bologna di indire una manifestazione per Zaki, che sia un forte messaggio di vicinanza ma anche di presa di coscienza da parte del mondo studentesco. Oltre alla mobilitazione delle associazioni e degli universitari, però, «hanno avuto un grande peso anche le parole di Francesco Ubertini, rettore dell’Università di Bologna, che ha sollecitato l’Europa ad intervenire», spiega Lorenzo Casini.

Il libro ha l’obiettivo di fare conoscere i pericoli che gli studiosi devono affrontare, dopo la vicenda Regeni

Non bisogna dimenticare, infatti, che Patrick Zaki non è un cittadino europeo, ma egiziano. Tuttavia, sottolineano Melfa e Casini, non è una questione di nazionalità dell’arrestato, bensì di mancato rispetto dei diritti umani.  Se è vero che l’Europa è guidata da determinati princìpi, infatti, è lecito aspettarsi che pretenda il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo da parte dei propri partner commerciali e geopolitici. In questo senso, rimarca Casini, è fondamentale la presa di posizione del presidente del parlamento europeo David Sassoli, in quanto, secondo il curatore, «negli ultimi anni come Stato italiano abbiamo perso rilevanza da un punto di vista geopolitico, ma come Europa possiamo fare la differenza».

La posizione del mondo accademico, insomma, sembra chiara: episodi come l’arresto di Zaki sono già stati numerosi ed è bene prendere coscienza del problema ed affrontarlo innanzitutto con una rivoluzione culturale.Ciò che deve cambiare, prima di tutto, è il concetto di interesse nazionale. Come spiega Gianni del Panta, coautore di Minnena e ricercatore al dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena, «con interesse nazionale si possono intendere due cose: la difesa di profitti ed interessi economici, oppure tutelare i cittadini e chi ha vissuto e operato nel nostro paese come Patrick». Finché non verrà data priorità alla seconda accezione del termine, sarà difficile ottenere un cambio di comportamento da parte dell’Egitto e dei regimi che, ad oggi, perseverano nel violare i diritti dei ricercatori.