Michele Graglia ha vissuto il sogno americano. Come modello ha sfilato sulle passerelle più ambite e lavorato con attrici di fama internazionale. Un giorno, per caso, sfoglia un libro dedicato alle ultramaratone ed è l’inizio di una nuova vita. Nella sfida ‘ultra’ intravede la possibilità di fare un passo verso un’avventura ancora più grande. «Non si può sapere quanta strada bisogna percorrere prima di raggiungere un sogno».


Che cosa significa essere un ultramaratoneta?

«L’ultramaratona per me rappresenta l’avventura. Ho iniziato a correre nel 2011 e ho scoperto un universo affascinante di movimento, sfida e concentrazione. Questo sport mi ha cambiato la vita e mi ha conquistato. Essere ultramaratoneta significa avere la fortuna di potermi esprimere con assoluta libertà e assaporare l’aspetto della corsa lunga in ambienti naturali e paesaggi estremi».

Com’è nata l’idea di dedicarsi alle ultramaratone?

«È successo tutto in modo fortuito. Durante le feste di Natale 2010 mi trovavo a New York per il lavoro come modello. Un giorno entrai in una libreria di Union Square e cominciai a leggere Ultramarathon Man di Dean Karnazes. Lo trovai di grandissima ispirazione e decisi di provare ad allenarmi. Dopo cinque mesi partecipai alla Keys 100 Ultramarathon and Relay, una gara di 160 chilometri che si svolge in Florida».

Lei ha posato come modello per le riviste più prestigiose. Che cosa l’ha spinta ad abbandonare il mondo della moda per dedicarsi alla fatica estrema?

«Ho fatto diverse pubblicità per alcuni big della moda, tra cui Giorgio Armani e Valentino. Ho cavalcato l’onda e viaggiato molto, soprattutto tra Miami, New York e Milano, spesso con ritmi estenuanti. Ma la moda è un mondo fatto di luci e ombre, un mare in piena agitazione in cui è molto facile affondare. Quello che all’inizio mi era sembrato un percorso entusiasmante si è rivelato non essere ciò che cercavo. L’ultramaratona è stata un’occasione di riscatto che mi ha permesso di affrontare i miei limiti e spingermi oltre. Mi ha dato un’identità e la voglia di combattere».

In competizioni di così lunga durata una corretta strategia alimentare e di idratazione risulta di importanza strategica. Segue una dieta particolare?

«Trovare la giusta motivazione ci conduce al successo e alla realizzazione dei nostri obiettivi» «Seguo un regime alimentare basato principalmente su frutta e verdura, ma anche uova e pesce. Ho eliminato la carne e i prodotti raffinati come il pane e la pasta. Durante gli allenamenti devo assumere circa 3.000 calorie al giorno: integro la mia alimentazione con noci e frutta secca, cibi ricchi di proteine e particolarmente energetici».

Imprese eccezionali come le sue richiedono un allenamento fisico molto intenso prima di mettersi in marcia. Come si è preparato?

«La preparazione atletica dipende dal tipo di competizione. Per esempio, nel caso delle maratone in montagna faccio molto allenamento in altura. Raggiungo i picchi di forma esercitandomi per 300 chilometri alla settimana, correndo più di una maratona al giorno».

© James Kao Foto


Immagino che il dolore fisico in avventure tanto impegnative sia uno strano compagno di viaggio. Come ha imparato a conviverci? Quanto ha disturbato la sua estasi interiore?

«Il dolore è fastidioso, ma credo sia soprattutto una questione di prospettive e obiettivi da raggiungere. Può essere attenuato con gli allenamenti e lo Yoga, utile per controllare la respirazione ed entrare in contatto con la propria anima. A volte durante le gare trascorri ore e ore perso nei pensieri. È importante esserci con la testa e non lasciarsi condizionare dalla paura».

Spesso attivando parti nascoste della mente scopriamo in noi risorse incredibili. Quanto conta l’allenamento mentale per ottenere certi risultati?

«L’ultramaratona è una competizione che si svolge soprattutto a livello mentale. La preparazione psicologica è molto più importante di quella fisica. L’allenamento è fondamentale, ma è difficile portare a termine una gara se non si è supportati da una psicologia forte. Trovare la giusta motivazione ci conduce al successo e alla realizzazione dei nostri obiettivi».

Come cambia il suo modo di correre in base ai paesaggi e ai territori attraversati?

«Ogni territorio e clima hanno le loro caratteristiche. Gareggiando in altitudine o in ambienti molto caldi si corre il rischio di disidratarsi. Il segreto sta nell’assumere una corretta alimentazione e nel mantenere uno stato di idratazione costante. Ogni competizione mi aiuta a capire meglio il mio corpo, a riscoprire le sensazioni e usare l’istinto».

In Colorado ha partecipato alla Leadville Trail 100 Mile Run, la maratona più famosa degli Stati Uniti. Un percorso podistico tra le Rocky Mountains, con il doppio passaggio attraverso la cima Hope Pass, a 3850 metri. Quali difficoltà ha vissuto nella gestione della gara?

«Quella corsa è stata devastante, avevo ancora poca esperienza. Non ero pronto fisicamente e ho patito molto l’altitudine. Ho avuto un collasso durante il percorso e per tornare ho impiegato quattro ore in più del previsto. Durante la preparazione atletica è fondamentale replicare le medesime condizioni della gara per non trovarsi in situazioni di pericolo. Il nostro corpo è una macchina complessa che dobbiamo costruire allenamento dopo allenamento. Con la giusta conoscenza e dedizione possiamo raggiungere qualsiasi risultato. Nulla è impossibile».

A febbraio ha vinto la Yukon Arctic Ultra, la corsa più fredda e più dura del mondo. Si svolge nel nord del Canada e le temperature possono sprofondare oltre i meno 40 gradi. Che cosa accade al nostro corpo in condizioni estreme?

«Nelle ultime ore quasi non vedevo più, mi si era gelata la patina sopra gli occhi e mi sembrava di stare sott’acqua» «La Yukon Arctic Ultra è una gara al limite della sopravvivenza che bisogna affrontare con coraggio e determinazione. Le temperature sono proibitive ed è impegnativo percorrere distanze infinite su sentieri ghiacciati. La sensazione che ho provato è stata quella di una batteria che si stava spegnendo. Superare i momenti critici ha richiesto una condizione di lucidità mentale assoluta. Nelle ultime ore quasi non vedevo più, mi si era gelata la patina sopra gli occhi e mi sembrava di stare sott’acqua. Se avessi avuto una crisi di ipotermia e fossi svenuto probabilmente mi avrebbero recuperato in primavera. Sono arrivato al traguardo in condizioni critiche, non avevo più energie. Ho impiegato oltre un mese per riprendermi».

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© Andrea Benesso


A luglio prenderà parte alla Badwater Ultra, 217 chilometri attraverso la Valle della Morte, con temperature che possono sfiorare i 57 gradi. Come si affrontano le alte temperature e i colpi di calore?

«Nei mesi di maggio e giugno inizierò grossi carichi di lavoro per abituarmi al caldo. I miei esercizi saranno mirati a livello cardio, allenamenti praticati all’interno delle saune per abituarmi alle temperature altissime. Spero di potermi allenare anche in California per familiarizzare con il territorio e il clima».

Tra tutti le gare a cui ha partecipato, quale l’ha segnata di più?

«Sfidare se stessi per me è senza prezzo. Ormai le grandi scoperte sono personali» «L’UltraMilano-Sanremo 2014 è stata una delle gare più dure, principalmente per la sua lunghezza. L’Ultra Trail du Mont Blanc è una corsa su cui ho puntato moltissimo sperando in un buon risultato. La competizione copre una distanza di 170 chilometri con 10mila metri di dislivello. Purtroppo durante la notte ho accusato dei dolori al petto e mi sono dovuto fermare».

Ha percorso 500 chilometri (pari a 12 maratone consecutive) attraverso il deserto del Mojave, in California. Un viaggio massacrante ed entusiasmante che aveva l’obiettivo di sostenere la ricerca finanziata da Fondazione Telethon. Quanto incide l’impegno civile nella scelta delle sfide da affrontare?

«Correre per beneficenza rappresenta un’opportunità di visibilità molto importante. Ogni evento ha un forte impatto sulle persone e permette di destinare i fondi raccolti ad attività di ricerca. In quell’occasione ho corso da Las Vegas a Santa Monica, 500 chilometri in tre giorni e mezzo, accompagnato dall’attore e regista Simone Gandolfo. Era inverno e le temperature non erano altissime, ma di notte faceva abbastanza freddo. Durante il giorno il corpo assorbe talmente tanto calore che anche 35-40 gradi possono dare una fastidiosa sensazione di freddo. Per questo spesso si vedono gli atleti correre con la giacchetta».

Le ragioni di una scelta come la sua non sono semplici da raccontare, immagino. Un taglio con il passato alla ricerca di se stessi. Ha trovato quello che stava cercando?

«Ho trovato proprio quello che stavo cercando. È molto difficile dire cosa porta la felicità, ma mi sento appagato. Voglio vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. Mi impegnerò a fondo per continuare a coltivare i miei sogni e le mie passioni».

Ognuno di noi ogni giorno ha la propria gara da affrontare. Che parallelismo c’è tra le sfide professionali e quelle personali della vita quotidiana?

«L’ultramaratona credo sia la metafora perfetta della vita. Ogni vittoria non è mai una festa, ci sono picchi di esaltazione e di frustrazione. Nei momenti euforici ti senti un eroe, negli altri uno straccio. Sta all’atleta, ma soprattutto alla persona, trovare la forza per superare i momenti bui e ripartire. Sfidare se stessi per me è senza prezzo. Ormai le grandi scoperte sono personali».