Da Torino alla Sicilia, dalla Sicilia all’Oriente e poi verso l’Africa. Il Salone del Libro ci trasporta in storie lontane, ci racconta culture differenti. Troppo spesso i popoli sono descritti in modo superficiale, quasi frettoloso. Eppure non potremo mai comprendere veramente l’altro, se non ci concediamo a lui, se non lasciamo le nostre ciabatte sullo zerbino e varchiamo la soglia di casa nostra con ai piedi gli scarponi. È così che si scoprono i cuori selvaggi diversi dai nostri.
“Conoscevo Enzo Sellerio già da molto tempo prima di incontrarlo. Sapevo che era colto, che gli piaceva camminare, che amava guardare, che era un po’ bambino, in qualche modo timido, che adorava il fluire del quotidiano. Sapevo che ciò che lo attraeva non erano le discontinuità, i mutamenti improvvisi della cultura, i canti delle sirene della tecnologia, ma il modo più quieto, più ritmico e lirico delle cose, così come erano quando erano come erano”.
Fred Ritcher: “A Enzo Sellerio piaceva camminare, amava guardare, adorava il fluire del quotidiano”. E il reportage serve a tradurre quello che è visibile agli occhi, ma che non si riesce a comprendere.
Era il 1991, uno dei massimi esperti di fotografia, Fred Ritchin, rappresentava così l’anima di Enzo Sellerio, editore e fotografo. Uno spirito concentrato sul vagabondaggio, capace di scrutare ogni cosa con lo sguardo e in grado di catturare l’essenza delle cose, così come sono quando sono come sono. Caratteristiche essenziali per chi vuole raccontare viaggi e fare reportage. Alla Fiera del Libro è stata esposta una piccola mostra fotografica di Enzo Sellerio, intitolata Inventario Siciliano. A dieci anni dalla scomparsa dell’artista, la casa editrice Sellerio celebra il suo fondatore presentando alcuni suoi scatti della terra in cui è nato, la Sicilia. Sebbene Sellerio non sia andato molto lontano da casa con queste fotografie, è riuscito a rivelare i lati più nascosti dell’essere umano, nonostante alcuni fossero visibili.
Il reportage serve a questo: a tradurre quello che è visibile agli occhi, ma che non si riesce a comprendere. Monica Maffioli, studiosa d’arte, presente alla mostra di Sellerio, ricorda l’opera del fotografo – editore: “Non vuole ricordare la miseria, ma gli umori comuni dell’uomo”. E per poter rappresentare gli umori e la spontaneità del quotidiano, Sellerio non ha mai fatto mettere in posa qualcuno. Un altro ospite all’incontro, Adriano Sofri, spiega: “Non ha mai messo in posa le persone che fotografava. Non fotografava quello che vedeva, ma vedeva quello che aveva fotografato”.
La difficoltà di un racconto di viaggio sta nello spiegare a una persona con un bagaglio culturale, antropologico, politico e sociale diverso l’essenza del normale divenire di una determinata realtà altra. E se già è difficile descrivere la Sicilia, figuriamoci la Turchia o la Nigeria. Questi due paesi, infatti, soffrono di mancata rappresentazione oppure di frettolosa rappresentazione. Anche perché, quando un reporter si mette in viaggio, prima di concedersi alla scoperta quando è sul posto, occorre che studi. “Per fare un buon reportage è necessario prepararsi prima di partire: leggere molto, guardare le statistiche economiche (appoggiarsi a fonti buone, ad esempio all’Ocse – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico)”.
Lara Ricci, giornalista italo-canadese, ha scritto molti reportage sull’Africa. Partecipa all’incontro “Nigeria” al Salone del Libro, in occasione della presentazione del nuovo numero della rivista The Passenger di Iperborea, chiamato appunto Nigeria. La rivista è una raccolta di inchieste giornalistiche e reportage letterari che formano la vita contemporanea di un determinato luogo. Finora non si era mai occupata del continente africano, nonostante i diciannove volumi usciti (di cui uno dedicato allo spazio).
Tomaso Biancardi è uno degli editor di The Passenger: “Abbiamo scelto la Nigeria perché, spesso, quello che sappiamo di lei è veramente poco e forse è anche impreciso. Si conoscono solo le cose negative: il petrolio, la scarsità di acqua e corrente elettrica, la guerra del Biafra. In realtà, la Nigeria è molto di più: la chiamano, infatti, la Grande Mela dell’Africa”. È un Paese ricco di cultura e di voglia di imparare. La popolazione ha imparato a rispondere in modo autonomo e indipendente ai problemi e non si aspetta più niente dallo Stato, che spesso è corrotto.“Andare al consolato – spiega infatti la giornalista Ricci – è pericoloso, perché rischi di costruire un articolo così come lo vuole il governo.Quando si è in luoghi come la Nigeria, dobbiamo cercare le persone giuste. Ma soprattutto cercare di registrare tutto ciò che si vede, concentrarsi su tutto ciò che è insolito per noi. Bisogna stare in allerta, ma allo stesso tempo farci assorbire da ogni cosa”.
Anche la Turchia spesso viene rappresentata in modo superficiale. In realtà, proprio come la Nigeria, racchiude dentro di sé anche cose meravigliose. Murat Cinar: “Istanbul è come San paolo, Rio, Lagos. È bellissima e bruttissima allo stesso tempo. Sta ancora in piedi, ma è quasi tutta distrutta e ricostruita. È isolata, anche se è internazionale. Violenza e accoglienza convivono in questa città”. A raccontare una parte della storia della Turchia al Salone del Libro sono Kaya Genç, autore del libro Il leone e l’usignolo, e Murat Cinar, giornalista turco che lavora in Italia ormai da anni. È Cinar a parlare delle meraviglie e delle bruttezze della sua terra natale. Da quelle più importanti a quelle più squisitamente curiose: “La Turchia è un paese di significanti. Il nome Kaya significa roccia in turco. Il cognome Genç significa giovane”.
Non è un caso nemmeno la scelta del titolo del libro: in un Paese così ambivalente, le due nature (quella del leone e quella dell’usignolo) lottano. Kaya Genç ripercorre, attraverso un taglio giornalistico, la storia della sua terra dal 2017, poco dopo il tentato colpo di stato militare contro il presidente turco Erdogan. Murat Cinar parla del suo lavoro da giornalista: “Quando altre persone arrivano nel tuo paese, c’è arricchimento. Rappresentano un valore aggiunto. Oggi viviamo nell’epoca della mancata accoglienza e del rifiuto da parte delle società che accolgono. Bisogno scavalcare questo problema. E questo tipo di problematica si risolve raccontando storie di luoghi e di popoli”.