Carrara è una gemma incastonata tra le tortuose Alpi Apuane. Su queste montagne nascono diversi corsi d’acqua e si districano molte falde acquifere. Non solo: qui sorgono alcune tra le più famose cave di marmo del mondo. Una produzione che, negli ultimi trent’anni, ha visto aumentare in maniera esponenziale l’estrazione di questa pietra. Allo stesso tempo è aumentato anche l’inquinamento, soprattutto nelle falde acquifere. Cos’è che lo causa? La polvere di marmo, chiamata marmettola.
Durante le piogge intense, nelle zone di Carrara e Massa, non è raro osservare come i corsi d’acqua si tingano di bianco. I fiumi Carrione e Frigido sono riempiti dalla marmettola che scende a valle dopo aver contaminato i canali di alimento della falda. La marmettola è, dunque, la polvere di marmo, residuo lasciato dal taglio e dalla lavorazione dei blocchi. Se lasciata a terra ed esposta all’acqua si trasforma in una fanghiglia melmosa e nociva per l’ambiente. Una volta secca cementifica gli alvei di fiumi e torrenti, formando strati impenetrabili che sono dannosi per la biodiversità. Non solo: aumenta anche il rischio di esondazioni e alluvioni, come accaduto nel novembre 2014.
Secondo Legambiente, “sedimentando nell’alveo, la marmettola occlude le branchie di invertebrati e pesci, forma uno strato impermeabile e asfittico e stronca il potere autoepurante dei fiumi”. Inoltre, essendo carbonato di calcio è acido e la sua acidità riduce la possibilità di sviluppo della vita dei microrganismi.
La presenza della marmettola non solo causa danni alle acque superficiali, ma anche a quelle sotterranee e alle sorgenti, in molti casi sfruttate per il reperimento di acqua potabile. Le sorgenti con torbidità contenuta sono potabilizzate da filtri mentre quelle caratterizzate da elevata torbidità vengono temporaneamente escluse dalla rete acquedottistica, generando uno spreco di risorse. Inoltre, l’acqua contenente marmettola non può essere utilizzata neppure per irrigare in agricoltura.
Più volte è stato denunciato al ministero dell’ambiente questo problema che caratterizza le acque delle apuane. Sebbene istituzioni e imprenditori conoscano il problema e l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (ARPAT) monitori costantemente i corsi d’acqua, la situazione non migliora: la marmettola continua a scendere e i cittadini ne pagano le conseguenze.

Fonte: La voce apuana
La sorgente del Cartaro è soggetta a inquinamento da marmettola a tal punto che per renderla potabile necessita di un impianto gigantesco, che costa ai cittadini di Massa 350mila euro l’anno di bollette. Secondo studi dell’ISPRA, l’acqua, per essere potabile, deve avere un valore NTU – un parametro della torbidità dell’acqua – inferiore ad 1. Tuttavia, spesso l’impianto in questione non funziona: l’acqua in entrata arriva ad avere un NTU superiore a 1300 – in base a quanto emerge dal monitoraggio dell’ARPAT sulla torbidità – e il sistema non riesce a ridurlo fino al punto di sicurezza.
Fin dagli anni Settanta esiste il problema della marmettola, anni in cui sono stati inventati metodi di smaltimento non efficaci per il rispetto ambientale. Per liberarsi degli scarti non utilizzabili dopo l’estrazione dei blocchi sono stati creati i “ravaneti”, accumuli di pietre su pendii. Qui veniva gettato tutto ciò che non poteva essere d’interesse agli imprenditori e alle segherie, compresa la marmettola. Quest’ultima viene classificata, oggi, come un rifiuto speciale e come tale ha le sue regole per lo smaltimento. Come già detto, però, spesso viene lasciata nei piazzali e con l’arrivo delle piogge viene trasportata fino al mare.
La marmettola, comunque, può essere riutilizzata in vari modi nel mondo dell’industria: nei cementifici, in edilizia, nelle opere civili o nei recuperi ambientali. A queste condizioni le aziende che producono marmo possono trarre guadagno dalla vendita di questa polvere senza pagare tutto il processo di smaltimento.

Le cave di marmo. Fonte: Il corriere apuano
Le soluzioni per evitare le dispersioni di marmettola e per reimpiegarla in nuove attività, dunque, ci sarebbero: resta però il colore bianco del fiume a ricordarci come continuiamo a sottovalutare una risorsa così preziosa come l’acqua.
