Questa è una storia di omissioni di colpa, leucemie, ordigni e di scelte a senso unico. È anche una storia di richiesta di giustizia, di forza e di coraggio della popolazione sarda che chiede la resa dei conti dopo settant’anni di quella che ritiene essere una occupazione. Dal 1950 la Sardegna è un territorio segnato dalle bombe, pur essendo sempre stata in pace. In cinque province conta trentuno basi militari Nato. Le principali si trovano a Capo Frasca ad Ovest, Capo Teulada a Sud-Ovest, e Sartu de Chìrra (Salto di Quirra) a Sud-Est. La regione Sardegna venne scelta allo scopo, molti anni fa, per la scarsa densità abitativa e per la sua posizione strategica al centro del Mar Mediterraneo. Per nove mesi all’anno i militari della Nato si esercitano via aria, terra e mare. Qui sperimentano nuove armi prima di immetterle sul campo: missili, razzi e componenti a base di uranio impoverito.

Un manifestante
A Capo Frasca, comune di Arbus, la zona interdetta comprende 14 chilometri quadrati tra terra, mare e aria con le relative zone sottoposte a divieto di pesca e navigazione. La base è impiegata per le esercitazioni dell’aeronautica militare italiana con la partecipazione di Germania, Regno Unito e Stati Uniti D’America. Qui avvengono esercitazioni missilistiche terra-aria, aria-aria e combattimenti aerei. Per far atterrare i boeing è stato allestito un aeroporto a Decimomannu, da aggiungere ai chilometri quadrati sopra citati. Il poligono interforze non ha dato che non pochi problemi. Un diciottenne pescatore nel 1971, forse per disattenzione, aveva oltrepassato il confine interdetto. Morì poco dopo colpito da due proiettili durante un’esercitazione di aerei in volo.
“Sono ordigni inerti, oggetti metallici a forma di missile che vengono utilizzati dagli aerei per simulare un bombardamento all’interno di questo obiettivo. Non contengono esplosivo, ma solo cemento”, affermava nel 2014 il colonnello Fabio Sardone, comandante del Reparto Sperimentale e di Standardizzazione al Tiro Aereo (R.S.S.T.A.) di Decimomannu. Nonostante queste rassicurazioni, per due giorni consecutivi, il 3 e il 4 settembre sono andati a fuoco 30 ettari di macchia mediterranea a causa di queste esercitazioni. Gli ordigni sperimentati in quei giorni non diedero una risposta positiva al test, secondo il Comitato Paritetico per le Servitù Militari, ma vennero lanciati lo stesso. Il Ministero della Difesa sottovalutò l’avvertimento e la Regione Sardegna potrà solo costituirsi parte civile chiedendo i risarcimenti del danno ambientale al termine di due indagini: una della Procura della Repubblica di Cagliari e l’altra della Magistratura militare. Le indagini sono ancora in corso.
Dagli anni Cinquanta la Sardegna ospita poligoni interforze. Una presenza controversa, contestata da molte associazioni della società civile che denunciano effetti negativi su ambiente, uomini e animali. Nel 2020 il governo italiano ha stanziato 46 milioni di euro per la tentata bonifica delle aree interessate
Nel 1956 a Capo Teulada, nel Sulcis, è stato creato il secondo poligono più grande d’Europa. Si tratta dell’unico poligono che consente di svolgere esercitazioni anche in territorio fuori area ospitando attività addestrative “combined”, cioè condotte in combinazione con forze di altri Paesi alleati. Comprende 7mila ettari di demanio militare e si divide essenzialmente in quattro zone che, in posizione oraria, vengono classificate in alfa, bravo, charlie e delta. Delta è il promontorio finale in cui i militari si esercitano con missili e bombe sperimentali, occupando altri 75mila ettari di zona militare. Alcuni di questi chilometri sono interdetti agli stessi militari, troppo pericolosi anche per loro. Queste cosiddette servitù militari – “zone di restrizione dello spazio aereo e interdette alla navigazione” – sono così impiegate per le esercitazioni di tiro contro costa e tiro terra-mare.
Sul terreno, restano tracce visibili. Durante l’estate i bagnanti trovano resti di bombe, bossoli e cumuli di rifiuti. Tra le profondità del paradiso terrestre sardo, la realtà non è molto diversa. Si trovano buche che arrivano ad un diametro di 3-4 metri derivate da esplosioni di 500-600 chili di tritolo, bombe inesplose d’aereo lunghe circa 2 metri e altre di 400 chili risalenti agli anni Cinquanta, anche queste inesplose.

Manifestazione “A Foras” del 2 Giugno 2021, camminata verso la zona interdetta di Capo Teulada
Una problematica cardine è la gestione dei materiali radioattivi provenienti dal sito e per questo da anni gli abitanti e il comitato locale “A Foras” (Fuori!) ne chiedono costantemente la bonifica, la chiusura delle basi militari e la restituzione delle aree alla comunità locale, aree strappate alla popolazione autoctona agli albori della costruzione. Si tratta di intere famiglie sfrattate dalla pianura teuladina che, in questi anni, sarebbe stata un punto di ristoro, di vacanza e di tranquillità. Famiglie spezzate dai tumori, aziende in declino. La natura è stata deturpata: sono stati costruiti dei villaggi per simulare battaglie in “scenari reali”, il territorio rastrellato e scavato dai mezzi pesanti.
“Hanno dato a mio padre cento euro e nessuna casa dove andare. Io e i miei sette fratelli abbiamo trovato un posto dove vivere, meglio sarebbe dire dormire. La porcilaia di un amico di famiglia era abbastanza: aveva un tetto. A mio suocero hanno puntato la pistola addosso, volevano mandarci via e ci sono riusciti. Non potrò più camminare nel posto in cui sono nato”, così Aurelio Sechi racconta l’inizio del suo calvario nel 1959 e il suo sfratto. Con la voce bassa e con la sua inconfondibile cadenza del Sud Sardegna, spiega con difficoltà quei momenti. Si ferma lunghi secondi, schiarisce la voce, riflette. Poi riprende rimarcando le parole con forza. “Se ne deve parlare”, conclude.
“A mio suocero hanno puntato la pistola addosso, volevano mandarci via e ci sono riusciti. Non potrò più camminare nel posto in cui sono nato” testimonia Aurelio Sechi, sfrattato nel 1959 dalle zone del Sulcis
Infine, a cavallo tra la provincia di Nùoro e quella del Sud Sardegna, si trova Sartu de Chìrra (Salto di Quirra: letteralmente “campagna di Quirra”), zona storica aragonese nel Sud-Est della regione. L’area comprende 11.6 chilometri quadrati a terra a cui vanno aggiunti 9946 miglia quadrate a mare. Dal 1956 è attivo il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze. Questo è il poligono più grande d’Europa. Ancora adesso è attivo con attività missilistiche e di collaudo pur essendo sotto inchiesta dal 2011 dalla Procura di Lanusei per via della cosidetta “sindrome di Quirra”.
La “sindrome” si può sintetizzare come uno stato di vulnerabilità tumorale che da anni affligge, inspiegabilmente, uomini e animali che nascono, vivono e crescono nella zona. I pastori si ammalano di tumori, e le leucemie sono diffuse tra cittadini e militari. Gli animali da allevamento subiscono la stessa sorte e le malformazioni dei nuovi nati non lasciano altri dubbi. La causa si ritiene risieda nell’uranio impoverito utilizzato nelle munizioni fornite alle unità militari per le esercitazioni. Tre tracce biologiche ne proverebbero la pericolosità: nelle ossa degli animali sono stati trovati valori di torio il triplo più alti del normale; nei polmoni e nei reni residui di piombo e nanoparticelle di cadmio. È diventata molto nota, in località Perdasdefogu, la storia di una famiglia colpita interamente da tumori linfatici. La famiglia era proprietaria di una lavanderia dove i soldati portavano al lavaggio le tute mimetiche. L’inchiesta nel tempo si è arricchita di nuove testimonianze. Gli ex-militari che lavoravano al poligono e che pagano ancora oggi le conseguenze del loro servizio eseguivano le operazioni di tentata bonifica senza protezione adeguata, ossia con dei semplici guanti in lattice. Se mai venisse riconosciuto la pena di danno ambientale, si potrebbe arrivare ad una sentenza definitiva sul processo sui “veleni di Quirra”
Nel frattempo, il governo italiano nel 2020 ha stanziato 46 milioni di euro per la tentata bonifica dei poligoni militari a partire dal 2019. Spalmati negli anni per il 2022 e il 2023 è stato previsto l’utilizzo di 44 milioni di euro. A darne la notizia è il deputato sardo del PD Andrea Frailis: “Finalmente, grazie al decreto del Governo, verrà avviata l’attività di bonifica dei poligoni sardi, per troppi anni argomento trascurato”. Potrebbe essere un lieto fine, se non si restasse ancora in dormiveglia.