Nell’ultimo ventennio il fenomeno del lavoro domestico ha preso sempre più piede in Italia, registrando un progressivo incremento determinato da una serie di fattori concomitanti.Da un lato i tagli operati dalle istituzioni alla sanità, all’assistenza e al long term care; dall’altro i cambiamenti geopolitici che hanno ampliato i confini dell’Unione Europea, aprendo le frontiere e includendo quei Paesi, come la Romania, dov’è alta la percentuale di persone disposte a lasciare la propria terra per soddisfare la domanda crescente in Italia.
La sanatoria del 2012 poi ha fatto il resto, regolamentando il settore e portando a un milione i contratti di lavoro.Negli anni successivi si è registrato un calo di oltre il 16% nella categoria (circa 165 mila unità in meno), figlio di una netta riduzione del numero di colf (-32,1%) e del contemporaneo aumento del numero di badanti (+11,5% dal 2012).
La fetta mancante è inevitabilmente confluita nel mare magnum del lavoro sommerso e ha reso necessaria, complice la pandemia, una nuova sanatoria e un contratto collettivo nazionale in grado di dare maggiori garanzie ad entrambe le parti e, attraverso un percorso di formazione, di portare alla certificazione delle competenze delle figure professionali.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno, al termine del periodo dedicato alla regolarizzazione (01 giugno – 15 agosto), l’85% delle 220mila domande presentate provengono dal settore domestico (177 mila). Il trend dovrebbe favorire quindi un riequilibrio della proporzione tra regolari e non, consentendo di ritornare a circa un milione di contratti per colf e badanti.
Per approfondire la questione dell’assistenza domestica e della rilevanza del fenomeno nel sistema nazionale abbiamo contattato l’avvocato Massimo De Luca, consulente legale di DOMINA, l’associazione nazionale che sostiene le famiglie nel rapporto con il lavoratore domestico.
Le famiglie italiane si fanno sempre più carico dell’assistenza agli anziani, assumendo stranieri che lavorano come badanti. Così lo Stato riesce a risparmiare 10,9 miliardi in assistenza alla terza età. E durante l’emergenza Covid l’aiuto economico a queste famiglie è stato poco rilevante
L’impatto socio-economico
Il settore domestico produce, in punti percentuali, l’1,2% del Pil, non considerando l’indotto rappresentato, per fare un esempio, dalle spese che le famiglie sostengono per medicinali e agenzie di collocamento, né tanto meno l’economia sommersa che raddoppierebbe il giro d’affari.La regione che produce un valore aggiunto maggiore è la Lombardia, seguita da Campania e Lazio.
A differenze di altri settori produttivi,l’offerta di lavoro non è finalizzata a uno scopo di lucro, ma è dettata da una mera necessità dei datori di lavoro che nel caso specifico sono le famiglie. Grazie a queste ultime e alla loro spesa lo Stato riesce a risparmiare 10,9 miliardi (circa 0,6% del pil). «Per la nostra Costituzione lo Stato dovrebbe prendersi cura dei suoi cittadini, ma di fatto dagli anni Novanta in poi deroga l’assistenza dei cari, soprattutto in condizioni di lunga degenza, alla famiglia. Il fatto che una persona non venga più assistita nelle strutture – non ci sono più posti letto, personale, medicine, utenze – permette allo Stato di risparmiare».
Oltre agli aspetti economici, il fenomeno incide nel sistema-Paese anche a livello sociale. «Il lavoro domestico permette di assistere il proprio caro in ambiente familiare e di non fargli vivere la solitudine della malattia.Alcuni dipendenti sono straordinari e trattano i propri assistiti come se fossero loro familiari; a volte lo fanno a tal punto da sviluppare la cosiddetta “sindrome Italia”: non riescono più a riconoscersi nel loro Stato e nella famiglia d’origine perché hanno passato talmente tanto tempo all’interno di un tessuto sociale e familiare diverso, creando legami forti e duraturi, che una volta tornati nel loro Paese faticano a riconoscersi in esso». La famiglia italiana spesso diventa quindi il primo punto di riferimento per queste figure professionali, che vengono accolte e aiutate nel processo di integrazione nella comunità.
«Altro aspetto da sottolineare è chedue milioni di famiglie offrono un lavoro ad un corpo di dipendenti pari a 1,4 milioni di persone di origine straniera. In questo modo fungono da agente attivo di sviluppo nell’ambito sociale delle politiche del lavoro, dando una mano consistente allo Stato nella gestione del flusso migratorio. Grazie al contratto di lavoro, infatti, si può procedere con le richieste, le conferme e i rinnovi dei permessi di soggiorno che consentono, tra le altre cose, di accedere a un serie di servizi»
Il lavoro domestico al tempo del Covid-19
Durante l’emergenza sanitaria anche la categoria di colf e badanti si è trovata a fronteggiare difficoltà di natura economica. «Lo Stato inizialmente non è intervenuto a sostegno del settore e le famiglie sono state tagliate fuori dalla gestione della cassa integrazione in deroga. Alcune di queste hanno comunque continuato a pagare i propri dipendenti pur non potendo contare sullo stesso bilancio familiare pre-pandemia; altre invece non hanno potuto e quindi sono state costrette a sospendere il rapporto di lavoro. Con il prolungarsi dell’emergenza, lo Stato ha iniziato ad erogare alcune indennità ma il danno era già stato fatto».
Futuro del lavoro domestico
«Da qui al 2050 l’Italia sarà tra i primi Paesi al mondo per il tasso di anzianità, pertanto, se non cambierà il tipo di assistenza alla persona, con un maggiore intervento dello Stato, inevitabilmente vedremo raddoppiare se non triplicare la domanda del lavoro domestico. Questo è lo scenario per quanto riguarda l’anzianità. Diverso, invece, è il discorso per la categoria delle baby-sitter, vista la tendenza del nostro Paese alla denatalità. Nello status attuale, è assai probabile che all’interno del contratto collettivo cambieranno gli equilibri dei livelli di inquadramento; molto dipenderà dalle politiche familiari (bonus bebè, family act, bonus e incentivi a famiglie per alzare il tasso di natalità) e dalle politiche fiscali (se rimarrà identica la proporzione tra regolari e irregolari 40-60, con un graduale aumento, il rischio è di avere tra trent’anni 2-3 milioni di irregolari).In questo settore dovrebbe quindi esserci una sanatoria continua dalla quale ne trarrebbero vantaggio il lavoratore, la società, la famiglia e lo Stato».