Non bisogna arrivare troppo lontano, per capire che la relazione tra l’uomo e le pestilenze non è episodica. Ciò che viviamo oggi l’hanno sperimentato le generazioni dei nostri nonni (asiatica) dei bisnonni (la spagnola) e giù giù dal Novecento agli anni prima di Cristo, tutte le popolazioni che si sono succedute nel Mediterraneo. Per non parlare delle epidemia attuali di Sars ed Ebola, contenute con successo ma che hanno comunque causato milioni di morti in Asia e Africa.
Volendo rispolverare la storia, tra gli esempi letterari di epidemie uno dei più antichi è la peste di Atene raccontata ne “La guerra del Peloponneso” dello storico greco Tucidide (460 a.C. circa – 404 a.C circa). La particolarità dell’opera è lo stile molto descrittivo che si concentra sull’uomo senza coinvolgere le divinità. Siamo nel 430 a.C. e da un anno è in corso una guerra tra la lega del Peloponneso guidata da Sparta e la lega di Delio-Attica capeggiata da Atene. Per evitare uno scontro diretto contro le superiori truppe spartane, gli ateniesi si ritirarono dentro la città. Una decisione fatale.
«Ad Atene piombò improvvisamente, e dapprima contagiò gli uomini al Pireo […]. Successivamente la pestilenza raggiunse anche la città alta, e allora gli uomini morivano in maggior numero», così Tucidide inizia a parlare della pestilenza. A questo punto l’autore, che confessa di essere guarito dal morbo, descrive i sintomi della malattia. Un’analisi molto lucida che sorprende per la perizia, molto simile al rapporto di un virologo contemporaneo. Un talento narrativo che emerge anche nel descrivere le conseguenze psicologiche. Riferisce Tucidide: «Il lato più terribile della malattia era lo scoraggiamento da cui uno era preso quando si sentiva male (subito, datosi col pensiero alla disperazione, si lasciava andare molto di più e non resisteva), e il fatto che per curarsi a vicenda si contagiavano e morivano l’uno dopo l’altro […] e questo causava la strage peggiore».
Gli uomini, infatti, sopraffatti dalla violenza delle disgrazie, ignari di quel che sarebbe stato di loro, cadevano nell’incuria del santo e del divino
Oltre alle perdite umane, l’intera vita di Atene viene sconvolta dal mancato rispetto per le leggi e i costumi civili e religiosi: «gli uomini, infatti, sopraffatti dalla violenza delle disgrazie, ignari di quel che sarebbe stato di loro, cadevano nell’incuria del santo e del divino». Una situazione che diventa ogni giorno sempre più grave a causa dell’arrivo di gente dalle campagne devastate dalla guerra. Queste folle erano spinte dalla paura, la stessa paura che molti cittadini oggi sicuramente provano di fronte ad una minaccia invisibile come un morbo.
In questi giorni abbiamo assistito a scene di isteria collettiva, come le corse ad accaparrare cibo ai supermercati. L’aumento dei contagi e le nuove misure restrittive in molti casi hanno rinforzato questi comportamenti. Simili reazioni istintive erano presenti anche secoli fa, con una differenza: allora le persone cercavano di vivere in modo allegro e talvolta dissoluto per timore che la loro vita potesse finire da un giorno all’altro. «Cosicché consideravano giusto godere quanto prima e con il maggior diletto possibile, giudicando effimere sia la vita che ricchezze» – scrive Tucidide – «Nessun timore degli dei o legge degli uomini li tratteneva […]; essi consideravano piuttosto che una pena molto più grande era già stata sentenziata ai loro danni e pendeva sulle loro teste, per cui era naturale godere qualcosa della vita prima che tale punizione piombasse su di loro».
La fine della pestilenza non portò però la pace: la guerra con Sparta era solo all’inizio.