Quattro impiccagioni “ufficiali”, oltre cinquecento morti negli scontri di strada, ventisei condanne alla pena capitale, estendibile ad un centinaio di altri potenziali destinatari. Sono numeri spaventosi che riassumono l’andamento delle proteste che da ormai quasi quattro mesi scuotono le strade dell’Iran. Cifre che vanno prese e moltiplicate per il fattore ignoto che la disinformazione e i frequenti blocchi alla rete non permettono di conoscere, lasciando soltanto immaginare un esito numerico ben più elevato. Anche se «questa rivoluzione iraniana non vuole riportare soltanto i numeri, ma dare soprattutto un nome e un volto alle storie, ad ogni storia». A parlare è Pegah Moshir Pour, giovane attivista iraniana che, come ama presentarsi lei stessa, è “nata tra i racconti del Libro dei Re e cresciuta tra i versi de La Divina Commedia”. «Solo raccontando le storie e facendo nomi e cognomi è possibile dire anche quello che il regime cerca di nascondere e aiutare le famiglie di chi viene arrestato a tutelarsi dall’interno».
La pena di morte è l’arma di cui il governo teocratico di Teheran si sta servendo per punire, spaventare e silenziare la popolazione che esercita il proprio diritto di manifestare, attuando una serie di processi farsa a porte chiuse e senza tutela legale e di “assassini di Stato”, come li ha definiti l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk. Le vittime della repressione di cui si ha notizia, però, rappresentano soltanto una parte di quelle effettive, perché molte delle famiglie coinvolte, minacciate dallo Stato, non parlano. «Noi sappiamo di quattro condanne a morte, ma in realtà questo è il numero che l’esecutivo vuole che si sappia – prosegue Pegah –. Nelle regioni del Baluchistan, Kurdistan, Khuzestan, per esempio, è in atto un vero e proprio genocidio: le minoranze etniche in Iran sono oggetto di persecuzione dal 1979, quando è nata la Repubblica islamica. La televisione però non ne parla, neanche quella occidentale, ma le persone dovrebbero rendersi conto della portata limitata dell’informazione e conoscere una verità che, se non fosse per gli attivisti in loco, rischia di rimanere nell’oscurità».
Una delle principali motivazioni addotte dal regime per giustificare e legittimare le condanne consisterebbe nella volontà di punire i rivoltosi, colpevoli – come dimostrato da una collezione di prove fittizie raccolte ad hoc – dell’uccisione di un basij. Il termine fa riferimento a un brutale corpo paramilitare attivo nel Paese in tutti i casi considerati sensibili per il regime. Il modello di reclutamento e’ volontario. I membri sono ragazzi, donne e uomini indistintamente. Gli stessi che, incaricati della repressione, per le strade ammazzano chi protesta a colpi di spari e manganellate. «Nella logica del regime se viene ammazzato un basij la sua morte corrisponde a quella di venti o trenta civili. I ragazzi sono pienamente coscienti di ciò a cui vanno incontro, ma lo fanno lo stesso, mossi dalla convinzione che “se non possono realizzarsi in questo posto, sono comunque condannati a morire”» spiega l’attivista Pegah Moshir Pour. «C’è uno slogan usato dai giovani protagonisti della rivoluzione che recita: “Se ne uccidi uno, ce ne sono mille dietro”. Nella logica governativa, infatti, se viene ammazzato un basij la sua morte corrisponde a quella di venti o trenta civili – spiega l’attivista –. I ragazzi sono pienamente coscienti di ciò a cui vanno incontro, ma scelgono comunque di assumersi il rischio mossi dalla convinzione che “se non possono realizzarsi in questo posto, sono comunque condannati a morire”».
Nel Paese la situazione interna è sempre più drammatica: l’inflazione si attesta a livelli storici, il valore della moneta iraniana è pressoché nullo, la soglia di povertà elevatissima – sono più di 20 milioni le famiglie che non riescono ad arrivare ai primi 5/10 giorni del mese. «Oltre alla carne, alle uova e altri prodotti alimentari, non si riescono ad acquistare neanche i medicinali: per esempio è sempre più complicato comprare le pillole per il diabete. È un’emergenza umana, che è necessario far conoscere nella sua realtà, nonostante la tv nazionale dica tutt’altro». «L’Unione Europea ha un grande ruolo: interrompere ogni rapporto commerciale o diplomatico con l’Iran, riconoscere come illegittima la Repubblica islamica e dare tempo alla popolazione di formare dei partiti democratici senza impedimenti. Solo così è possibile assestare i giusti colpi al regime e impedire al popolo di tornare indietro, perché regredire equivale ad auto-condannarsi».
In Iran la situazione interna è drammatica: tra inflazione a livelli storici, valore della moneta pressoché nullo, soglia di povertà elevatissima, persecuzioni etniche e religiose. L’appello degli attivisti: «È un’emergenza umana e dobbiamo farla conoscere».
L’appello degli attivisti volge alla mobilitazione delle coscienze, che può rivelarsi fondamentale, per incoraggiare e sostenere chi protesta, tutelare i soggetti nel mirino dello Stato e sollecitare un intervento da parte delle organizzazioni mondiali governative. «Può sembrare strano che un hashtag possa influenzare l’esito di una rivoluzione, soprattutto in Italia dove non è pratica così comune, eppure si tratta di uno strumento potentissimo» afferma Pegah, rivelando l’arma principale della battaglia che combatte in nome della giustizia e della democrazia, cercando di portare in tendenza espressioni come #Iranprotest o #StopexecutioninIran.
È difficile comprendere quali siano le motivazioni, i principi, le speranze che muovono dei ragazzi di vent’anni a persistere nell’inseguimento della propria causa, anche quando agli obiettivi sperati si sostituiscono ulteriori restrizioni e il prezzo costa come la propria vita. La spiegazione è nelle strofe di una canzone, quella che Shervin Hajipour ha composto, nei primi giorni dallo scoppio delle proteste, raccogliendo i tweet della campagna “per cosa sto manifestando”. Le persone scendono in strada in nome della libertà, perché non ce l’hanno. Scendono in strada in nome di tanti “per”, che risuonano sulle note della canzone di Shervin: “Per la libertà di ballare per strada; per la paura di baciare; per mia sorella, tua sorella, le nostre sorelle; per il cambiamento delle menti marce; per il desiderio di una vita normale; per il bambino che raccoglie i rifiuti e i suoi sogni; per l’economia corrotta, l’aria inquinata, gli alberi appassiti di via ValiArs; per il pianto ininterrotto, per un volto sorridente, per il senso della pace; per gli studenti, il futuro, gli intellettuali imprigionati. Per il sole che sorge dopo lunghe notti.”
