“Un buon giornalista può costruire o distruggere. I giornalisti possono distruggere il mondo, possono distruggere famiglie, possono distruggere la società, possono distruggere l’economia. I giornalisti però, possono anche costruire, costruire relazioni, riconciliazioni, armonia e un ambiente di pace che promuova la giustizia, la verità e la vita. Io credo che voi siate i costruttori del mondo che tutte le giovani generazioni desiderano vivere”.

Così Abune Tesfaselassie Medhin, vescovo cattolico della diocesi di Adigrat, in Etiopia, legge l’importanza del giornalismo nel racconto del presente, piuttosto problematico, per il Paese, soprattutto da quando il primo ministro Hailemariam Desalegn ha dato le sue dimissioni, a sorpresa. Il ruolo dei giornalisti è  molto importante e parecchio sentito anche dalla comunità cattolica, tanto più che in Etiopia convivono più di 80 gruppi etnici differenti. Infatti, il sistema politico, di stampo federale, garantisce la rappresentanza politica a tutte le minoranze.

In Etiopia convivono più di 80 gruppi etnici: il sistema federale garantisce la rappresentanza alle minoranze. Qui vige anche la libertà di culto: l’Etiopia è uno Stato a maggioranza cristiano ma, al suo interno, convivono pacificamente ortodossi, protestanti, cattolici, musulmani, ebrei e animisti. Le diverse religioni dialogano costantemente tra loro e, nonostante la separazione dei poteri tra politica e religione, i rappresentanti religiosi si rendono protagonisti di processi di riconciliazione e risoluzione dei conflitti.

L’Etiopia gode di un buon livello di sicurezza all’interno del Paese: le principali minacce provengono, infatti, dall’esterno e dagli Stati confinanti (Sudan, Sud Sudan, Kenya, Somalia e Eritrea) dove sono attive diverse organizzazioni terroristiche. I rapporti con la vicina Eritrea sono molto particolari. Dopo la guerra tra Eritrea ed Etiopia, conclusa ad inizio millennio, non si può ancora parlare di una pace effettiva. La tragica situazione in cui vive l’Eritrea oggi, spinge centinaia di migliaia di persone a fuggire dal Paese, spesso in direzione dell’Etiopia.

Ed è proprio sul difficile confine tra Eritrea e Etiopia che opera l’Abune (il Don) di Adigrat. Con cinque campi per rifugiati sparsi lungo in confine, la diocesi di Tesfaselassie Medhin ospita oltre 70 mila persone. I rifugiati presenti nel Paese sono più di un milione. Grazie anche al supporto di un consorzio di tante piccole ong italiane impegnate sul campo, Medhin sta per organizzare programmi incentrati sulla preservazione delle minoranze etniche e delle loro diverse culture. La diplomazia etnica e la diplomazia per la pace sono i temi cruciali dei corsi che l’Università Cattolica di Etiopia inaugurerà prossimamente.

Grazie alla collaborazione con il Centro di ateneo per la solidarietà internazionale (CeSI) dell’Università Cattolica, sarà possibile svolgere dei corsi di formazione per la realizzazione e la gestione dei Cultural focal point. Questi musei etnici dovrebbero occuparsi della promozione del dialogo e della pace nell’area, con l’obiettivo di far conoscere a tutti le diverse culture etiopi e preservarle nel tempo. Il progetto ha consentito la realizzazione dei primi tre Cultural focal point ma l’obiettivo è quello di realizzare il prima possibile diversi centri sparsi per tutto il Paese.