Luca Cassetta è un ricercatore dell’Università di Edimburgo e co-fondatore di AIRIcerca. Lavora nell’équipe di Jeffrey Pollard, luminare di Immunologia dei tumori. Cresciuto a Solaro, paesino dell’hinterland milanese. Sin dalla più tenera età mostra – nel giardino della nonna – la sua vocazione per gli esperimenti creando intrugli di vario tipo.
In cosa consiste il suo lavoro?
«Studiamo due aspetti principali: le interazioni esistenti tra sistema immune e cancro e nuovi possibili approcci terapeutici. In questa situazione, alcune cellule impazziscono: proliferano in maniera smodata e, se nel tempo sono in grado di spostarsi in altre zone dell’organismo, creano le metastasi. Per esempio, i tumori al seno spesso formano metastasi al fegato, alle ossa e ai polmoni. Il nostro sforzo è quello di studiare il sistema immunitario e cercare di capire perché non sia in grado di riconoscere le cellule tumorali. Tenete a mente che anche l’ambiente, nel quale il tumore si genera e vive, è altrettanto importante. In particolare studio le cellule del sistema immunitario che si chiamano macrofagi e li analizzo sia nei pazienti che nelle persone sane e anche negli organismi modello, come i topi, che sono molto importanti per la ricerca».
Di cosa si occupa AIRIcerca?
«Nel 2013, con Lorenzo Agoni, abbiamo creato un gruppo su Facebook. L’idea di base è quella di creare un network di ricercatori italiani che lavorano nel mondo: di qualsiasi Facoltà, una realtà che abbracci sia scienze matematiche che umanistiche. Vogliamo che questa comunità, specialmente per i giovani ricercatori che ne fanno parte, sia un punto di partenza del loro percorso di crescita professionale. La possibilità di fare networking usando diversi strumenti come i canali social, ma anche iniziative pubbliche e momenti di aggregazione tra noi è molto importante. In circa due anni abbiamo raggiunto 13mila membri su Facebook».
Chi ha risposto alla vostra iniziativa?
Gran parte delle adesioni provengono dall’Europa e dagli Stati Uniti ma, con un pizzico di orgoglio, posso dire che accogliamo colleghi da ogni parte del pianeta. L’associazione nasce nel 2015, proprio con l’intento preciso di aprirsi a tutti, sia scienziati che cittadini curiosi di conoscere la scienza e di sostenerla. Tramite il portale AIRIcerca pubblichiamo proposte e richieste di lavoro, tesi, dottorati, stage,«Considerare i ricercatori come individui solitari e asociali è un errore di fondo che non possiamo permetterci»tirocini in Italia e nel mondo e così cerchiamo di creare un network che possa aiutare i giovani ricercatori a trovare nuove opportunità professionali e di finanziamento delle proprie ricerche. Inoltre, con AIRInforma, che è a tutti gli effetti un giornale online, divulghiamo le più recenti scoperte scientifiche in vari campi.
In tutto ciò, non tralasciamo i social: con gli hashtag che vengono lanciati su Twitter, o il nostro canale Youtube.Come è logico che sia, questi sono i veri catalizzatori anche dei non addetti ai lavori perché propongono temi sempre attuali come le vaccinazioni o gli OGM. Tante persone immaginano il ricercatore come una persona stravagante, un po’ pazza e rinchiusa nel proprio laboratorio, senza contatti con il mondo esterno. Non è proprio così. Fare ricerca è cercare di scoprire il perché delle cose e essere utili alla società. Noi svolgiamo un mestiere come un altro e il nostro è un lavoro, non un hobby».
A maggio, l’Associazione, con una lettera aperta, ha espresso il suo sostegno alla Senatrice Cattaneo, coinvolta nella polemica sulla sperimentazione animale.
«Premetto che il dibattito sulla sperimentazione animale in Italia è spesso ideologico e approssimativo: il tema è complesso e a volte le persone preferiscono rimanere nella propria posizione piuttosto che raccogliere tutti gli elementi a disposizione, informarsi e poi prendere una decisione ragionata. In tutto questo i media giocano un ruolo importante, poiché a volte usano la parola “vivisezione” e alludono ad una pratica che in ricerca non esiste più da decenni.
La sperimentazione animale è molto regolata e gli scienziati devono attenersi a regole molto scrupolose e la scienza non ha ancora trovato metodi alternativi capaci di sostituire completamente l’impiego dei modelli animali: per esempio per studiare come si formano le metastasi non si possono non usare, almeno ad un certo punto delle ricerche, dei modelli animali. È per questo che gli animali vengono ancora impiegati per la ricerca scientifica».
Quali differenze vede tra il sistema accademico italiano e quello anglosassone?
«Il livello di preparazione di base che fornisce l’Università del nostro Paese è ottimo. Ho iniziato il mio percorso accademico all’Università di Milano Bicocca, dove ho conseguito la laurea in Biotecnologie Industriali; in seguito, ho svolto il dottorato in medicina molecolare, all’Università San Raffaele. Tranne che con poche eccezioni (vedasi IFOM-IEO, Humanitas, S.Raffaele e ICGEB, ndr.) il nostro principale handicap è la mancanza di infrastrutture che possano competere a livello internazionale con gli altri Paesi.
Avremmo bisogno di un flusso continuo di gente altamente preparata, soprattutto dall’estero. La differenza sostanziale, rispetto al modello britannico o statunitense, è la capacità di ricezione del brand istruzione e ricerca: sul mercato internazionale siamo poco appetibili per le big companies».
Come possiamo colmare il gap?
«Alla società italiana dico: “Siate curiosi verso il mondo della scienza e della ricerca: non siate diffidenti e fate molte domande; è molto importante per la nostra crescita.Alla società italiana dico: “Siate curiosi verso il mondo della scienza e della ricerca: non siate diffidenti e fate molte domande”A volte mi sembra che qualcuno abbia istintivamente paura, ed è normale avere paura di qualcosa che non si conosce”. Per essere più concreti e precisi, vi cito alcuni dati – che abbiamo presentato in occasione del Report della Tempesta di Cervelli – sul fenomeno del brain drain [il fenomeno di abbandono di un Paese a favore di un altro da parte di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, ndr.]
Il nostro Paese, tra quelli del G7, è quello con il minor numero di ricercatori complessivi; circa 70mila. Allo Stato ogni dottorato di ricerca costa 300mila euro. I colleghi che al momento risiedono all’estero sono circa 50mila. Quindi, i soldi spesi dallo stato per la formazione di ricercatori che producono all’estero, ammonta a 15 milioni di euro. Quasi il 12% del nostro Pil».
Tornerebbe in Italia?
«All’estero è tutto diverso e, appunto per questo, consiglio a chiunque un’esperienza al di fuori dei nostri confini nazionali. Senza false ipocrisie, ammetto che vorrei tornare in Italia in un futuro prossimo; ma a patto che, mi vengano garantite le stesse condizioni economiche e sociali. Qui in UK, gli scienziati possono occuparsi di scienza e del proprio progetto al 100% perché non c’è un’eccessiva burocrazia e questo migliora anche la qualità del lavoro. Poi, noti come i ricercatori italiani siano stimati e riconosciuti per il nostro valore e ti fa rabbia pensare che potresti usare questo potenziale nel tuo Paese ma non puoi. Non possiamo lasciare nulla di intentato: tutti insieme dobbiamo provare a cambiare lo stato attuale delle cose, perché il tempo delle lamentele sterili è finito».