Il fotogiornalismo pone le sue radici nei primi decenni del Novecento, con l’avvento del formato 35mm e la nascita delle riviste illustrate che hanno permesso ad artisti come William Eugene Smith e Dorothea Lange di pubblicare più facilmente le loro storie. Diversi fotografi hanno deciso, alla fine degli anni Cinquanta, di intraprendere la carriera di freelance e di pubblicare i loro reportage su libri, dando un contributo significativo allo sviluppo del settore.

Nonostante la fotografia possa cambiare in meglio il mondo, molti esperti hanno iniziato a parlare di morte del fotogiornalismo. David Campbell, noto studioso di visual storytelling e fotogiornalismo, ha confermato la crisi del mestiere sostenendo come i fotografi ottengano incarichi sempre meno pagati e abbiano poche opportunità di presentare i loro lavori sul cartaceo. Da parte dell’editoria manca un adeguato sostegno finanziario per i progetti fotografici e la concorrenza sleale dei social media ha accelerato un declino ormai inevitabile.

Secondo il Bombay Flying Club, casa di produzione indiana di documentari web, il fotogiornalismo sta volgendo verso la categoria multimedia. «Noi fotoreporter siamo sempre più numerosi – ha affermato Poul Madsen, uno dei fondatori – e soltanto una piccola parte di noi riuscirà a lavorare all’interno di una redazione. Tutte le redazioni, però, hanno una presenza online». È possibile allora che sarà proprio Internet a riscattare la fotografia documentaria, dopo averla messa in ginocchio?

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