«È una mattina come tante. Verso le 11.30 entra nel bar un uomo distinto: 40 anni, alto e vestito di tutto punto; completo scuro e camicia bianca. Si siede e ordina una birra media. La beve di gusto e ne ordina un’altra e di fila una terza.
Mentre spillo la birra mi volto verso il suo tavolo: l’occhio cade su una borsa lasciata a terra. Rimango di sasso: è una delle buste, tutte uguali, che danno ai carcerati appena rilasciati. La terza birra finisce e l’uomo ordina la quarta. Mi faccio coraggio e chiedo di essere pagato. “Portami un Campari”, rilancia. Io insisto con piglio più deciso. L’uomo allora si alza lentamente dalla sedia e si avvicina al banco: “Nel mio castello ero il re”, dice in tono pacato.
È una minaccia: si riferisce a San Vittore. Decido di non farmi intimidire: voglio essere pagato. La sua reazione è improvvisa: afferra una bottiglia dal banco, la stappa con i denti ringhiando e la tracanna tutto d’un fiato. Poi ne arraffa altre e le scaraventa per terra. Con un balzo riesco ad arrivare al telefono e a chiamare i carabinieri. L’uomo continua a schiantare bottiglie. Gli agenti accorrono e il tizio torna improvvisamente calmo: si lascia ammanettare ed esce guardandomi fisso negli occhi. Non lo dimenticherò mai».
(Cosmo Messina, Bar Cosmo, San Michele del Carso)