Apri la porta, fai un passo e ti imbatti in una teschio di un T-rex a grandezza naturale. È quello che accade entrando in uno dei sette depositi del museo di Storia naturale di Milano, che custodiscono 4 milioni di reperti. Quando i visitatori varcano la soglia del museo non possono nemmeno immaginare questa mole immensa: nelle sale infatti sono esposti solo 11mila pezzi. «La nostra collezione è una necessaria testimonianza storico-scientifica del divenire del nostro pianeta», afferma Giorgio Teruzzi, conservatore della sezione paleontologica del museo, mentre descrive i tesori nascosti.

La catalogazione di reperti risalenti fino a 2 miliardi di anni, divisi in entomologia, zoologia, paleontologia, mineralogia e botanica, non è l’unica funzione dei depositi: dal 1838, anno di fondazione del museo, il materiale d’archivio è stato oggetto di centinaia di studi da parte di ricercatori universitari, soprattutto milanesi.

Le collezioni, inoltre, sono utilizzate per temporanee mostre tematiche o per rinnovare le sale del museo. A differenza di un museo d’arte, infatti, quello di storia naturale deve essere continuamente aggiornato; secondo Teruzzi «ciò che andava bene 50 anni fa non va bene oggi: un reperto non è come un Picasso, che conserva un valore intrinseco nel tempo».

Preservare tutta questa memoria è una sfida quotidiana contro l’alto rischio di deterioramento dei reperti. Un condizionatore rotto, qualche ora alla temperatura sbagliata e una collezione secolare rischia di polverizzarsi e perdersi per sempre; neanche la migliore teca è completamente immune da infestanti e muffe senza la supervisione periodica di tecnici addetti alla disinfestazione. Tuttavia, negli ultimi 15 anni il personale è stato dimezzato: per il solo settore di paleontologia, ad esempio, 5 persone devono occuparsi di 125mila pezzi.

Per sopperire alla riduzione del personale è stata avviata una digitalizzazione dell’archivio, ma anche questo processo ha subìto un arresto a causa dell’esaurimento dei fondi regionali. Ad oggi, la maggior parte del materiale è ancora catalogato in cartaceo. Un ruolo decisivo è quindi giocato dall’ordine e dalla precisione degli addetti al deposito. «Solo in questo modo riusciamo a trovare un reperto in pochi minuti», racconta il paleontologo del museo.

Nonostante i tagli, la spesa corrente della struttura si aggira intorno ai 2-3 milioni di euro all’anno. Il deposito in particolare comporta uno sforzo economico nell’ordine dei centinaia di migliaia di euro. I soli armadi per le collezioni costano 1.200 euro l’uno, e per i  reperti che necessitano una conservazione a temperatura controllata il prezzo degli armadi sale fino a 20.000 euro. Senza queste attenzioni, un prezioso fossile di ittiosauro lungo 6 metri sarebbe rovinato dalla pirite, un minerale che si forma naturalmente in qualsiasi tipo di ambiente. Questi numeri a sei zeri incidono così tanto sul bilancio complessivo che il museo ha dovuto dichiarare il blocco degli acquisti per il quinto anno consecutivo.

Per bilanciare le enormi spese si potrebbe pensare allo sfruttamento dei numerosi reperti con l’organizzazione di mostre nel territorio; secondo Teruzzi, però, questa strada è difficilmente praticabile per la mancanza di strutture e di un adeguato supporto comunicativo.
Il museo rimane comunque un importante punto di riferimento scientifico in Italia: ogni anno infatti vengono scambiati con altri poli culturali 7.500 pezzi. Se però si prendono in considerazione i principali musei mondiali di questo tipo, il confronto è squilibrato. Londra, Parigi e New York custodiscono 70 milioni di reperti ciascuno, forti del fatto di essere musei nazionali e non comunali come quello milanese. Teruzzi comunque non impallidisce di fronte al confronto: «Nonostante le difficoltà, siamo un polo d’eccellenza a livello italiano, un piccolo museo che comunque mantiene un’offerta culturale adeguata».