Sorriso e simpatia da vendere sono le peculiarità del barista venticinquenne di “Dosso18”. Non è il titolare, ma dietro quel bancone è ormai di casa. Da quattro anni accoglie la variegata clientela con disponibilità e gentilezza uniche. «Ciao, grazie per averci scelto», scherza con il ragazzo a cui ha appena fatto il caffè. «Questo è un cliente conosciuto da quando ho iniziato a lavorare qui», precisa. I due sono diventati amici.
Francesco Giampaolo è nato per fare questo mestiere: dopo il diploma di ragioneria, ha subito iniziato a lavorare in un bar, spostandosi per tre anni in una piadineria e tornando, infine, alle origini nel locale di via Cardosso 18, da cui deriva la denominazione dell’attività. Francesco fa gli onori di casa e non ha problemi a farsi intervistare. Apre il bar all’alba ed esercita il suo mestiere in famiglia: insieme a lui, lavora anche la mamma.
Nel raccontare i cambiamenti del proprio mestiere, non manca di critica e d’ironia: «È un lavoro che mi piace, perché permette di stare a contatto con le persone, ma spesso è proprio questo il contro. I giovani della zona, in particolare, lo disprezzano, ritenendolo un mestiere borghese. Ma io, pur trattando tutti con estrema cortesia, esigo comunque rispetto. Non mancano, però, anche esempi di buona educazione, come un gruppo di studenti del liceo San Carlo che viene qui tutte le mattine».
Negli ultimi anni Francesco ha visto diventare più pretenziosi i clienti e – conseguenza della liberalizzazione delle licenze – ha assistito a un calo del 30-40% in seguito alle ristrutturazioni di Corso Como. È stato anche testimone di episodi «da ridere e piangere allo stesso tempo»: una signora l’ha incolpato dopo aver, lei, “addolcito” il tè caldo con il sale e lo scorso inverno «un’equivoca barbona» ha ordinato zuppa e sambuca per pranzo per, poi, buttare tutto a terra e urlare, scappando per la strada.