“Fabio Ridolfi e Mario sono due persone che hanno scelto di metterci la faccia. Due persone che hanno messo in gioco la propria storia per aiutare poi tutti gli altri che verranno dopo di loro”. A parlare è Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia Legale per l’Associazione Luca Coscioni, e lo spunto della riflessione deriva dai due fatti di cronaca che la scorsa settimana hanno rianimato il dibattito sulla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito in Italia. Al momento a regolare l’accesso a questo trattamento sanitario è una sentenza della Corte Costituzionale. Strumento che però, nel caso di Fabio, dopo il sì iniziale del Comitato Etico, si è perso nell’intrico della burocrazia senza mai specificare il farmaco necessario per la procedura e obbligando il 46enne alla strada della sedazione profonda. Qualche giorno dopo di lui ci è riuscito Federico Carboni, noto fino alla sua morte con il nome di fantasia “Mario”, primo italiano ad aver ottenuto l’accesso alla pratica. Le storie di Fabio Ridolfi e Mario dimostrano l’urgenza di fare chiarezza nel dibattito sul fine vita. L’Associazione Coscioni sollecita il Parlamento a prendere una decisione, in un senso o nell’altro: “è necessario discutere di queste proposte per evitare lo sforzo personale dei singoli.” “La storia di Ridolfi ci sottopone per l’ennesima volta di fronte all’esigenza di avere una legge, che dia tempi certi per chi sceglie questa strada. È fondamentale approvarla in fretta perché siamo vicini alla fine della legislatura e sono ancora necessarie delle modifiche. – prosegue Mainardi – Per il momento è stata approvata dalla Camera dei deputati in prima lettura, manca solo l’assenso del Senato. Come Associazione Coscioni continueremo a fare pressione sul Parlamento e a far conoscere le persone che vivono questi drammi. Si tratta di un racconto ingiusto perché limitato a poche storie, ma è l’unico che possiamo fare per smuovere le cose. Se il Parlamento si assumesse la responsabilità di discutere questo tipo di proposte non ci sarebbe bisogno dello sforzo personale delle persone che nell’ultimo tratto della loro vita devono mettersi in mostra e sottoporsi al giudizio di tutta Italia.”
Spinte contrarie
Ma l’iter è lungo e l’approvazione ancora lontana. Agli ostacoli del tempo si sommano anche quelli rappresentati da chi la pensa in modo differente. Tra questi l’Associazione Pro Vita & Famiglia che, attraverso la voce del suo referente per la Lombardia Luca Arzeni, esprime il proprio rifiuto totale all’ipotesi di una legge sull’eutanasia: “Noi non percepiamo questa urgenza che sente la Coscioni. L’urgenza vera è quella di aiutare i malati terminali incrementando le cure palliative che, nonostante la legge del 2010, sono accessibili soltanto al 20/30% dei pazienti. Sarebbe infatti il caso di prevenire, anziché di sterminare. È vergognoso che un momento come la morte venga sfruttato per condizionare l’opinione pubblica e i politici a fare leggi sull’onda di una decisione emotiva e irrazionale.”
Tra le voci contrarie c’è anche quella dell’Associazione Pro Vita & Famiglia che, all’ipotesi di una legge sull’eutanasia, contrappone un incremento della prevenzione e delle cure palliative.
Tra le nazioni civili ed evolute in cui una legge simile è già in vigore figura per esempio il Belgio: “Lì una persona su quaranta viene “eutanasizzata”. Quello che doveva essere un gesto estremo è diventato una delle principali cause di morte negli ultimi anni. – argomenta Arzeni – Rigettiamo del tutto il punto di vista: c’è sicuramente chi ha delle pulsioni verso l’autoestinzione, ma questi non sono desideri sensati da esaudire. Si rischia di aprire un baratro in cui non si sa dove si va a finire.”
Dal cambiamento culturale a quello politico
Alle due strade percorribili rappresentate da tribunali e Parlamento, si affianca una terza via, quella del dialogo. Ed è in questa che l’associazione Coscioni ripone le proprie speranze. “Quello che chiediamo è una discussione – spiega Mainardi – Spesso nel racconto pubblico si distingue tra laici e cattolici, tra destra e sinistra. In realtà quando parliamo di temi specifici come questi esiste una grande comunione di intenti. Per questo dobbiamo cercare di promuovere il dibattito, parlarne, a livello locale e nelle proprie organizzazioni. Ma anche più semplicemente in famiglia perché è da lì, dai rapporti con le persone, che nascono i grandi cambiamenti. Così ci vorrà più tempo, perché si innesca prima una trasformazione culturale che diventa poi premessa di quella politica.”
Autodeterminazione e solidarietà
Secondo Marilisa D’Amico, docente di diritto costituzionale e prorettrice dell’Università Statale di Milano, “la Corte ha utilizzato i suoi criteri in modo molto forte” nello stabilire l’illegittimità del quesito referendario, che avrebbe reso legale l’eutanasia. Ora la strada per colmare il vuoto normativo è ancora lunga e complessa.
Sul fronte della giurisprudenza entrano in gioco diversi diritti costituzionali, che possono essere in contrasto tra loro. “Da una parte c’è il principio di autodeterminazione, garantita dagli articoli 2 e 32 della Costituzione; dall’altra il dovere di solidarietà verso le persone fragili e malate che possono essere indotte a porre fine alla propria vita”, spiega D’Amico. La legge deve soppesare entrambi gli aspetti, lasciando libertà di scelta e al contempo non rinunciare a fornire assistenza e cura.
La proposta di legge approvata dalla Camera regola soltanto il suicidio assistito e non l’eutanasia, creando disuguaglianza nelle possibilità di accesso al fine vita. “A seconda della malattia in questione, fra le persone che riescono a schiacciare da sole il pulsante e quelle che non riescono, il confine è molto labile” spiega la docente Marilisa D’Amico.
Un progetto c’è ed è stato approvato dalla Camera dei deputati lo scorso marzo, mentre la discussione in Senato non è ancora calendarizzata. Il testo, se approvato, regolerebbe solo il suicidio assistito, lasciando scoperta l’eutanasia. Dal punto di vista giuridico ciò crea delle diseguaglianze nell’accedere al fine vita. Per D’Amico, “a seconda della malattia in questione, fra le persone che riescono a schiacciare da sole il pulsante e quelle che non riescono, il confine è molto labile”. Un esempio: chi è affetto da sclerosi laterale multipla non è in grado di completare la procedura prevista dal suicidio assistito, rimanendo escluso dalla proposta di legge. “Preoccupa un po’ un parlamento che dall’alto disciplina aspetti così delicati. Si creano situazioni di complicazione normativa”, argomenta la professoressa, che prosegue: “Bisognerebbe forse essere più elastici, lasciando alla responsabilità medica più spazio”.
Vie alternative
Il 15 luglio la regione Puglia ha intrapreso un percorso per accorciare i tempi, anticipando il parlamento. Fabiano Amati, consigliere del Partito Democratico, ha presentato una proposta di legge sull’eutanasia. L’ordinamento italiano permette anche alle regioni di legiferare: “dal punto di vista procedurale si può dare così un messaggio anche politico, il rischio è che queste proposte vengano impugnate, perché i temi che riguardano i diritti fondamentali sono di responsabilità dello Stato”, chiarisce la professoressa.
Un altro modo per arrivare a una regolamentazione completa dell’eutanasia è passare per una decisione della Corte costituzionale. Secondo D’Amico, “davanti a una legge che copra almeno il suicidio assistito, la parte residuale potrebbe essere oggetto di un giudizio in via incidentale di legittimità costituzionale”. Tradotto: una persona che si trova in una situazione in cui è legittimo richiedere il fine vita potrebbe portare il suo caso davanti alla Corte, sollevando un dubbio di legittimità costituzionale del corpo legislativo che norma questo tema. “Tuttavia, non è facile: come si fa a strumentalizzare una persona in questo modo?”, si interroga D’Amico.
Un altro motivo per cui è importante che il parlamento faccia la sua parte, vietando o legalizzando l’eutanasia. Facendo, in ogni caso, chiarezza.