Il giornalismo internazionale non trascura i principali temi sociali odierni. Proprio per questo, al festival di giornalismo di Perugia si sono toccati tanti argomenti diversi, dal crisi climatica all’inclusività. Alcuni di questi sono stati affrontati con una prospettiva di “solution journalism”, ovvero con l’obiettivo di trovare delle soluzioni concrete, su piccola e larga scala, alle problematiche che si riscontrano quotidianamente. Non sono mancati quindi analisi approfondite su come i media si relazionano al cambiamento climatico, su come si sta evolvendo il giornalismo locale dopo anni di grandi difficoltà, e su come cambiare la nostra visione nei confronti di quei Paesi che ancora oggi si stanno emancipando dalla colonizzazione.
Che ruolo gioca il potere nella crisi climatica?
Sono ormai anni che si parla di cambiamento climatico e di come affrontarlo, ma allo stesso tempo sembra che i passi avanti verso la transizione ecologica siano minimi, se non addirittura inesistenti. Questo accade perché, secondo i giornalisti che si occupano di questo tema, esistono dei responsabili che cercano di inquinare il dibattito pubblico, creando confusione e negazionismo. Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia, ha presentato un report realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, che monitora come nel nostro Paese si fa informazione sulla crisi climatica: «I dati ci dimostrano che se ne parla in modo sporadico, generalmente quando ci sono eventi estremi. Il secondo problema poi è che se ne fa un racconto omertoso: intendo dire che si parla sempre di meno di cause e di responsabili, ovvero rispettivamente i combustibili fossili e le compagnie del gas e del petrolio».
Perché questo silenzio assordante? In parte perché, nei principali quotidiani nazionali, le inserzioni pubblicitarie di aziende inquinanti sono un elemento economico fondamentale: «Questo ci fa capire», continua Sturloni, «che i quotidiani e i telegiornali sono fortemente dipendenti dai finanziamenti di queste grandi compagnie. Questo genera un grave problema sul tema dell’indipendenza dell’informazione». Allo stesso tempo, chi cerca di denunciare questa responsabilità incontra l’ostacolo delle stesse compagnie fossili, che grazie al loro strapotere economico usano le querele per mettere a tacere le voci discordanti. È stato il caso, per esempio, di Cecilia Anesi, co-fondatrice di Irpi Media: «Quando lavoriamo sull’ambiente, queste sono sicuramente le storie in cui ci infiliamo in più guai legali».
Davanti a un tale inquinamento del dibattito, fatto di greenwashing e di altre pratiche atte a edulcorare la questione, c’è da mettere in conto anche la responsabilità del singolo giornalista. Ne ha parlato Meenshaki Ravi, voce del podcast “The Listening Post” e produttrice esecutiva della serie “All Hail the Planet”, entrambi progetti di Al Jazeera: «Il problema che si riscontra nel giornalismo sul clima è che si viene spesso sopraffatti dai grandi poteri, siano essi i governi, le aziende o le istituzioni. Hanno il denaro, l’influenza e molto spesso il potere di controllare i dati. Come possiamo mettere in discussione questo potere in modo credibile? Sono queste le sfide di oggi. Non dobbiamo cadere nella trappola di essere nervosi o spaventati nel nostro giornalismo: gli errori si commettono quando veniamo schiacciati dalle stesse persone di cui cerchiamo di parlare».
Il potere delle senza potere
Un’attenzione particolare è stata dedicata al ruolo delle donne nel giornalismo, non in senso generico, ma sempre declinata in un ambito specifico. Per esempio, Annette Young, giornalista di France24, ha festeggiato i dieci anni del suo programma sulle donne e su come stanno cambiando forma al mondo in un panel giovedì 18 aprile durante un panel in cui si è discusso di come sia possibile trattare i conflitti attraverso una prospettiva di genere. «C’è un’economia della guerra, ma non un’economia della pace» ha fatto notare Melina Huet, giornalista freelance. «È in atto una forma di disumanizzazione reciproca che dobbiamo fermare» ha insistito Nivine Sandouka, attivista palestinese. Per farlo è necessario costituire una società più attenta, più empatica, dove chi comanda è in grado di sedersi intorno a un tavolo e parlarsi, non affrontarsi solo con la violenza. Annette Young è convinta che un maggior numero di donne in posizioni apicali permetterebbe questo cambiamento di prospettiva, o almeno darebbe vita alla possibilità di soluzioni alternative.
È questa alternativa di governo che i regimi autoritari vogliono scongiurare esautorando ogni forma di rilevanza sociale delle donne. «Si tratta di un sistema politico in senso proprio quindi che impatta sulla vita reale delle persone, non su teorie» sostiene Eliza Anyangwe, caporedattrice del team internazionale sulla disuguaglianza della CNN. È stata proposta una panoramica internazionale che spazia tra Kenya, Cina e Argentina. Il quadro che è stato tratteggiato mostra una sostanziale omogeneità, seppure con caratteristiche specifiche per ogni nazione, nel trattamento discriminatorio della popolazione femminile. «La sottomissione delle donne è necessaria per il controllo sociale» ha detto Leta Hong Fincher, ricercatrice associata alla Columbia University. E questa forma di soggiogamento si esplica nella privazione della libertà riproduttiva, lavorativa ed economica.
Raccontare storie alla pari
Voci che si fanno sempre più forti. Andare oltre gli stereotipi. Guardare verso il futuro. Questi sono solo alcuni dei temi che sono emersi al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. L’importanza anche di dare voce a chi non ha voce, senso primario della professione giornalistica e farlo trovando modi innovativi che possano abbracciare un bacino sempre più esteso di persone. È imperativo raccontare i fatti in modo corretto.
All’incontro “Debunking Africa, nuovi sguardi per conoscere il Continente” si è molto parlato di questo. Antonella Sinopoli, giornalista e fondatrice del progetto AfroWomenPoetry, propone uno sguardo avanguardistico di vedere al continente africano attraverso gli occhi della poesia e della letteratura, un modo per andare a comprendere le sfumature di grigio su una realtà a cui si guarda troppo spesso in termini di bianco o nero, tutto o niente. «La poesia è uno strumento libero e quindi il giornalismo può capire qualcosa di più leggendo le poesie soprattutto delle giovani autrici donne contemporanee» spiega Sinopoli e continua: «questo aiuta a capire di più l’Africa e le sue tematiche con l’augurio di aprire una finestra sulla produzione poetica». L’Africa che conosciamo è sempre stata raccontata da un punto di vista strettamente occidentale, serve, al contrario, conoscere la prospettiva dei nativi del luogo. L’immagine che racconta l’Africa in maniera stereotipata è quella rimasta alla guerra del Biafra, un territorio che ha raccontato una delle guerre più atroci e che ha mostrato la fame nei bambini. Queste immagini sono tra le prime che sono arrivate all’Occidente e sono diventate il portabandiera, tragico, di un intero continente. «La letteratura in questo caso aiuta a rivedere e a ripensare alcune delle cose che diamo per scontate o per assodate» commenta Chiara Piaggio, antropologa presente all’incontro. Il tentativo di queste donne africane è, attraverso la propria voce, quello di smantellare pezzo per pezzo i mattoni della corruzione, del patriarcato e di un sistema sociale che non funziona raccontando cose “comuni” che però non vengono dette come gli stupri nelle famiglie. I giovani attendono delle risposte dai loro leader politici: è un modo per sollecitare il paese dato che gli spazi politici sono chiusi e ancora troppo maschili. «La letteratura e la poesia diventano strumenti di attacco» conclude Sinopoli.
Meera Senthilingam, è una vincitrice plurima di diversi premi giornalistici, oltre che vicedirettrice della CNN “As Equals” per la parità di genere, il cui focus è mondiale, ma con attenzione specifica alla parte sud del globo. Attraverso le storie di vita delle persone riporta la disparità di genere nelle donne. Anche in questo caso l’obiettivo è cercare di mettere un megafono di fronte alle storie che non vengono raccontate.
I rapporti umani sono una delle colonne portanti del giornalismo; dunque, è importante non limitarsi all’articolo da pubblicare contenente la storia. Il lavoro è anche saper andare oltre e avere la capacità di mantenere relazioni che sono prima di tutto umane. Solo il 0,02% delle notizie globali riguarda temi che sproporzionalmente intaccano le donne: la questione di genere è spesso riportata nelle storie che parlano di conflitti o addirittura di cambiamenti climatici, ma raramente i mass media riflettono il modo in cui il patriarcato modella gli esiti della vita. La disparità di genere è infatti un tema che deve emergere nel giornalismo come un argomento di pubblico interesse attraverso l’investigazione, la spiegazione e la umanizzazione del contenuto. As Equals tenta proprio di fare questo e di raccontare le storie di ingiustizie sociali che possano connettere la gente su diversi piani.
La “partecipazione” gaberiana a Detroit
“La libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber al tramonto del Novecento. Una canzone che è passata nella storia della musica e del cantautorato italiano per la forza dirompente del suo messaggio. Eppure, se torniamo indietro con la memoria, l’autore milanese ha sempre considerato “partecipazione” un termine mai veramente appropriato: “Porca miseria, mi son spiegato male, è stata interpretata come dire ‘andate a votare’, ma io nemmeno ci andavo a votare, figuriamoci…”. Le successive esegesi del termine, tanto affascinante, quanto ambiguo e criticabile, si sono soffermate sul mero atto di voto. Sull’atto finale, ecco, del processo democratico: il marcare un foglio con una X indelebile. Senza, però, capire il vero valore messaggio.
Gaber pensava ad un movimento continuo che, dal basso, si agita, si scontra, dibatte e riflette continuamente sulla realtà che la circonda. La democrazia si nutre di questo: di parole e idee che, come due linee, divergono e convergono ininterrottamente; dell’osservazione dei cittadini dei piccoli o grandi disagi che mortificano le metropolitane; della denuncia dei giornalisti, che si fanno carico di questi disagi e li presentano ai rappresentanti eletti. Un circolo virtuoso che, come detto, parte dal basso e nutre il sistema.
Noah Kincade e Lynelle Herndon, entrambi giornalisti, sono riusciti a creare una realtà che incarna perfettamente lo spirito di quei versi. Nonostante Detroit, centro dello Stato del Michigan, sia famosa per essere una delle città più povere degli Stati Uniti, i due giornalisti sono riusciti a radunare un gruppo di oltre 500 residenti per vagliare le misure del Governo ed impegnarsi in gesti di giornalismo locale. “Partecipare”, appunto. I “Detroit Documenters”, programma ideato da Kincade e Herndon, offre workshop e corsi di formazioni ai cittadini con lo scopo di attivare più persone possibili nelle dinamiche sociali e politiche della città. “Stiamo cercando di coinvolgere le persone nella democrazia di ogni giorno – sostiene Noah Kincade – in modo tale che non si limitino a votare e ad aspettare quattro anni per l’elezione successiva e che vengano inclusi nel processo che avviene nel frattempo”. L’obiettivo è di aggiornare le comunità e costruire infrastrutture informative a livello locale. Grazie al lavoro di denuncia, sono avvenuti molti cambiamenti a Detroit. Gli autobus passano con più frequenza, i diritti dei detenuti (soprattutto i minorenni) vengono maggiormente tutelati, rispetto al passato i verbali dei consigli comunali vengono pubblicati quotidianamente.
Questi piccoli esempi ci permettono di capire come un serio lavoro di inchiesta e di engagement possa cambiare le realtà locali. Anche nei quartieri più malfamati. «Le cose stanno andando meglio – continua Kincade –. Ora possiamo andare incontro alla prossima sfida. Cerchiamo di avviare un’evoluzione laddove ce ne sarà bisogno». Il 2024 sarà un anno delicato, alcuni lo definiscono l’anno elettorale più importante della storia. Per ciò, sarà ancora più prezioso questo autentico lavoro che vede l’attività del giornalista al servizio della comunità. Tra l’altro, in un’epoca che, tra tecnologie e intelligenze artificiali, si continua a svalutare il senso di questa professione.
Come lavorare per un giornalismo costruttivo e risolutivo
Il Festival è un’opportunità per dare voce alle minoranze e alle battaglie per garantire l’uguaglianza. Per farlo è importante che il tipo di giornalismo che facciamo sia quanto più costruttivo e risolutivo, andando in fondo alle storie tramite l’incontro con le persone.
Marta Bellingreri, giornalista freelance e ricercatrice indipendente, che attualmente lavora come redattrice presso SyriaUntold e UntoldMag, da anni lavora in Medio Oriente e in Sud Africa. Ha sottolineato come l’incontro umano con le persone sia alla base di questo tipo di giornalismo. L’analisi dei fatti, svolta con capacità critica, deve essere mediata dall’incontro vero e profondo con le persone. Parallelamente, sottolinea l’importanza di cercare alleanze tra ambiti diversi: tramite i centri o i grant, ma sfociando anche al di là di redazioni e centri giornalistici attraverso l’incontro con associazioni e centri culturali. Un giornalismo vivo coinvolge più ambiti, sia in termini di sostenibilità economica sia in termini di alleanze produttive. Bellingreri aggiunge «Spesso la politica e i governi soprattutto schiacciano i fatti, le persone e il giornalismo stesso, in un qualche modo questo svilisce il compito del giornalismo stesso. Studiare, studiare, studiare, ogni contesto e ogni Paese ha un senso se ne conosci la storia». Questo per capire le radici e la profondità di una società. Solo così si può fare un buon giornalismo: studiare rende in grado di fare vivere quelle che sembrano solo nozioni tramite l’ascolto delle persone che uno incontra nel reportage, nell’inchiesta, nell’analis. L’unico antidoto alla narrazione spesso falsata dei fatti è quello di avere una conoscenza storica.
Di questo ha parlato anche Jhon-Allan Numa, giornalista investigativo e co-fondatore e CEO di Africa Uncensored, una casa editrice con sede a Nairobi, in Kenya, in un incontro sulla resilienza digitale per i giornalisti in un anno di elezioni. Insieme a Catherine Mackie della Thomson Foundation, Charlotte Maher, editor dei social media per Bellingcat e Jon Roosenbeek, Postdoctoral Fellow della British Academy ha sottolineato quanto sia fondamentale la ricerca e la verifica dei fatti per fare un giornalismo sano e indipendente. Questo oggi, con lo sviluppo di nuove tecnologie mediatiche, è particolarmente necessario: rischio di attacchi di disinformazione da parte di strumenti come l’IA, i contenuti online e i social media. I giornalisti devono essere in grado di smascherare e fermare la diffusione di informazioni false, che manipolano l’elettorato – in questo caso – conoscendo il pubblico di riferimento. «È un problema così grande che abbiamo bisogno di soluzioni abbastanza grandi e audaci per essere in grado di contrastarlo. Quegli strumenti e quei metodi sono stati perfezionati, AI prende sempre più spazio». Informare affinché i lettori sappiano i rischi, la manipolazione e la propaganda esiste. Parallelamente, portare avanti un giornalismo che sia sempre chiaro, verificato e basato sulla ricerca.