Quando nel 1844, Juan Pablo Duarte, Francisco del Rosario Sánchez e Matías Ramón Mella divennero i riferimenti di una rivolta popolare che portò all’indipendenza della Repubblica Dominicana da Haiti non si sarebbero mai immaginati di venire omaggiati secoli dopo da una gang criminale presente in vari continenti. I Trinitarios si chiamano invece così proprio omaggio ai tre rivoluzionari che sicuramente non sarebbero orgogliosi di venire associati a un gruppo del genere. A scegliere questo nome furono i due fondatori Leonides Sierra e Julio Marine, due galeotti dominicani meglio conosciuti come Junito e Caballo: Sierra e Marine decisero di creare il primo nucleo della pandilla (come vengono chiamate le gang latine) nel 1993, mentre erano reclusi per omicidio nel carcere statunitense di Rikers Islands. Da allora, il gruppo è diventato un’organizzazione criminale internazionale a tutti gli effetti, con interessi anche in Italia.
Oggi i Trinitarios sono tra le gang più tristemente celebri da noi, anche perché i suoi affiliati sono stati tra i primi a salire agli onori delle cronache italiane: se ne parla dal febbraio 2010, quando uno di loro (conosciuto come “Chepi”) accoltellò un diciannovenne egiziano che scendeva dall’autobus della Linea 56 in via Padova a Milano . Successivamente, le indagini avrebbero fatto emergere come i Trinitarios di fatto controllassero quella zona e, nonostante l’arresto nel luglio del 2014 dei vertici milanesi dell’organizzazione, è ormai un ventennio che soprattutto nel capoluogo lombardo gang latine come i Trinitarios si guadagnano ciclicamente la scena.
Come spiegavano a Fanpage alcuni investigatori che si occupano del fenomeno delle pandillas in Italia, ci sono state operazioni di polizia per fermarle praticamente ogni quattro-cinque anni dall’inizio del 2000 ma far capitolare una volta per tutte certe organizzazioni è semi impossibile anche perché “queste bande hanno riferimenti internazionali, le puoi ‘decapitare’ ma poi si riorganizzano”. Oltretutto lo fanno con straordinaria rapidità, anche quando a essere eliminato fisicamente è uno dei suoi massimi esponenti.
Nel 2009, qualche mese prima dell’accoltellamento ad opera di un membro dei Trinitarios, il mondo delle gang latine era stato sconvolto dall’uccisione sempre a Milano di David Betancourt, ventiseienne fondatore dei New York, una corrente interna della famigerata pandilla dei Latin King . Si parla del 2009 e il fenomeno delle gang latine era ancora pressoché sconosciuto anche ai media italiani.
La violenza è d’altronde parte del DNA delle pandillas e col tempo diversi episodi hanno contribuito a renderlo chiaro anche a queste latitudini: a giugno del 2019, due membri della gang salvadoregna Barrio18 uccisero un trentaduenne peruviano nella zona di Parco Lambro mentre altri tre affiliati della stessa banda sono stati a inizio anno condannati per un altro omicidio . Quello che colpisce è l’efferatezza di questi delitti: nel marzo 2019 il leader della Ms-13 Odir Ernesto Barrientos Tula venne ammazzato nell’ambito di una faida interna con numerose coltellate al torace e poi sepolto nei campi della campagna milanese.
Le armi bianche, come coltelli ma anche machete, sono le preferite dalle pandillas perché risultano perfette per l’aggressione di gruppo e per rivendicare la propria supremazia attraverso un presuntivamente virile corpo a corpo.
Le armi bianche, come coltelli ma anche machete, sono le preferite dalle pandillas perché risultano perfette per l’aggressione di gruppo e per rivendicare la propria supremazia attraverso un presuntivamente virile corpo a corpo. Non a caso proprio il machete è uno dei segni distintivi dei già citati Trinitarios, riconoscibili anche per i colori che indossano: portano infatti di solito vestiti che richiamano il rosso, bianco e blu della bandiera dominicana e bandane verdi come il lime prodotto nel Paese. Anche il loro motto è di fatto lo stesso della Nazione d’origine: “Dios, patria, y libertad”.
Tutte le pandillas nascono spesso dal desiderio di creare un gruppo criminale con un’identità molto legata alle origini in contesti stranieri . Come i Trinitarios, anche i Latin King nascono negli Stati Uniti addirittura già durante gli anni Quaranta, in un contesto complicato come quello dei quartieri ispanici di Chicago. Diventano però la gang latina più famosa e strutturata al mondo solo quarant’anni dopo quando ancora due affiliati, detenuti in un carcere del Connecticut, decidono di fondare l’ “Alkqn” (acronimo di “Almighty Latin Kings and Queens Nation”) e creano anche il cosiddetto Libro negro, con tutte le regole di comportamento per i membri del gruppo. In questo manifesto usato ancora oggi si trovano anche riferimenti a onore e fedeltà, che sarebbero i principi cardine su cui si fonderebbe l’intera pandilla.
I Latin King sono organizzati come molte delle bande simili e delle organizzazioni criminali più famose: anche la loro struttura è piramidale e ha al suo vertice il cosiddetto Inca . Sotto questa figura c’è il suo vice, il Cachique, seguito nella gerarchia dalle altre “tre corone”: il “ministro della guerra”, il “tesoriere” e il “consulente e segretario”. Le donne non sono estromesse dall’organizzazione e hanno una gerarchia propria che confluisce poi in quella generale della banda. Essendo radicati in diversi luoghi del Pianeta, i Latin King si definiscono una Nación con all’interno diverse “tribù”, come quella italiana. Quest’ultima è poi a sua volta divisa in “capítulos” che fanno riferimento alla tribù nazionale.
Anche i Latin King reclutano tante persone con un passato difficile, che spesso non vedono davanti a loro altre strade possibili per sopravvivere. Nel suo libro Latin King: mi vida sangrienta Reymundo Sánchez racconta di come, dopo essere stato ripudiato dai genitori che lo maltrattavano, è entrato nella gang: il suo primo assassinio a quattordici anni divenne parte della sua iniziazione e da allora, col nome di Lil’Loco divenne un membro di spicco della Nación, al punto da controllare diversi quartieri di Chicago.
Se è vero che è estremamente facile entrare in contesti del genere, è anche vero che diventa praticamente impossibile uscirne . Nel documentario La Vida Loca, il giornalista Christian Poveda racconta la storia di un ragazzino rapito all’uscita da scuola e obbligato dai membri della pandilla a chiedere il pizzo. Dopo essere stato arrestato e aver passato del tempo in carcere, il ragazzo non voleva più avere a che fare con la banda e proprio per questo motivo fu ucciso. L’unica maniera per uscire da una gang è spesso entrare a far parte delle comunità religiose, molto rispettate dalle bande, ma difficilmente questo percorso basta a cancellare le ferite di un periodo passato all’interno di realtà così violente.