Negli ultimi anni, l’espressione “mascolinità tossica” si è imposta nel linguaggio comune. Ma di che cosa si tratta?

Secondo l’American Psychological Association – che nel 2018 ha rilasciato delle linee guida per gli psicologi che seguono ragazzi e uomini il concetto da cui partire è quello di “ideologia della mascolinità”, un insieme di cognizioni descrittive e prescrittive relative a come ragazzi e uomini dovrebbero essere . N0nostante esistano varie ideologie della mascolinità, differenti tra loro, ci sono degli standard che hanno avuto una maggiore influenza su vasti segmenti della popolazione, tra cui la demonizzazione della femminilità, la ricerca del successo, la repressione dei sentimenti, il rifiuto di apparire deboli o impauriti, l’incentivazione al rischio e alla violenza come indicatore di potere. Queste istanze stanno alla base di ciò che viene definito “ideologia tradizionale della mascolinità”. La mascolinità diventa tossica quando queste regole culturali si cristallizzano e ingabbiano gli uomini in stereotipi che promuovono l’aggressività, la misoginia e la forza come mezzo di affermazione .

La mascolinità diventa tossica quando alcune tendenze culturali, come il rifiuto ad apparire deboli o impauriti, si cristallizzano e ingabbiano gli uomini in stereotipi che promuovono l’aggressività, la misoginia e la forza come mezzo di affermazione

La cronaca italiana recente è costellata di episodi che in qualche modo testimoniano questa degenerazione tossica. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono quelli di Caivano e di Colleferro: la morte di Maria Paola Gaglione, provocata dal fratello che non accettava la sua relazione con un ragazzo transgender e voleva “solo darle una lezione” e l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, pestato fino alla morte da un branco, composto dai fratelli Marco e Gabriele Bianchi e dal loro amico Francesco Belleggia. Ma l’elenco potrebbe essere tanto più lungo se contassimo tutti i femminicidi, gli omicidi, i pestaggi, le aggressioni omofobe o a disabili e altri soggetti deboli, i maltrattamenti, le violenze sessuali che hanno come filo conduttore il bisogno del maschio duro e “forte” di imporsi sul prossimo , possederlo, schiacciarlo, dominarlo, piegarlo al proprio volere.

Che cosa possono dire i dati sui reati degli ultimi anni?

Trattandosi di un problema di imposizione di modelli nella fase di crescita e di formazione della personalità dei maschi, si trova traccia dei comportamenti violenti in cui sfocia la mascolinità tossica sia nei reati compiuti dagli adulti a danno dei minori (quindi nella fase in cui l’adulto ha il ruolo di educatore), sia nei reati compiuti dai minori (quindi nella fase in cui l’educazione viene recepita e avviene la socializzazione).

Per quanto riguarda la prima categoria (reati a danno di minori), analizzando i dati inerenti al 2018, riportati nel dossier “In difesa” pubblicato da Terre des hommes si può notare come i reati compiuti maggiormente a danno di minori di sesso maschile siano quello di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (62% di vittime maschi) e quello di abbandono di persone minori (60%)[/mark] . Al contrario, tutti i reati legati alla sfera sessuale (violenza sessuale, pornografia, prostituzione) vedono percentuali sbilanciate a danno delle femmine, che variano tra il 64% della prostituzione e l’89% della violenza sessuale. C’è, invece, un rapporto di parità nei reati di omicidio volontario, di violazione degli obblighi di assistenza familiare e di maltrattamenti a danno di conviventi o familiari. Si riscontra quindi una percentuale maggiore di vittime maschi relativamente a quei reati legati agli obblighi di educazione e assistenza nei confronti dei figli e una percentuale maggiore di femmine, invece, per quei reati legati allo sfruttamento, al dominio e alla sessualità.

In merito alla categoria dei reati commessi da minori e giovani adulti, avvalendosi dei dati dell’ “analisi dei flussi di utenza dei servizi di giustizia minorile” del Ministero della Giustizia e prendendo in considerazione solo i delitti contro la persona, vediamo che il 91,7% del totale sono commessi da maschi. Scendendo nel particolare e guardando ai reati con i numeri più ampi (almeno 500/anno), la stessa percentuale si riscontra relativamente al reato di lesioni personali volontarie, mentre sale fino al 98,8% per quanto riguarda la violenza sessuale, al 94,5% per la rissa e scende – ma rimane comunque significativa – all’88% per le percosse e all’87,7 per lo stalking. Questi dati fortemente sbilanciati in favore del sesso maschile non possono essere ignorati in quanto indicatori di maggiore propensione all’uso della violenza  (non per natura, cioè in quanto individui di sesso maschile, ma in quanto tali nella società e in quanto soggetti alla possibilità di essere educati secondo il modello illustrato).

Come già spiegato, la tossicità dell’ideologia tradizionale della mascolinità si identifica, tra le altre cose, nella misoginia e nell’uso della forza e della violenza come mezzo di affermazione . In tal senso, indicativo è il dato sui femminicidi, fornito dal Rapporto Eures del 2019 “Femminicidio e violenza di genere”: dal 2000 alla fine del 2019 risultavano essere 3230, ma il dato più significativo è che, di questi, 2355 sono avvenuti in ambito familiare e, all’interno di questi, 1564 per mano del coniuge, partner o ex-partner della vittima . Lo stesso rapporto indica che è in ambito familiare che si consuma l’85,1% degli eventi con vittime femminili.  Inoltre, il report “Questo non è amore”, diffuso dalla Polizia di Stato, mostra la tendenza seguita dagli omicidi tra 2008 il 2018, i quali sono diminuiti di oltre il 50% nel periodo di riferimento; la stessa cosa non si può dire dei femminicidi, la cui tendenza si è mantenuta stabile nello stesso lasso di tempo. Ad aggravare ulteriormente il quadro, sempre il report della Polizia, prendendo in considerazione il periodo gennaio 2016-agosto 2019, evidenzia come il genere assuma un ruolo preponderante per alcune tipologie di reato, quali maltrattamenti contro familiari e conviventi, stalking, percosse e violenza sessuale: la percentuale di vittime donne varia tra il 67,9% e il 71%.

A corollario dei dati riportati, è opportuno segnalare quanto emerge dal rapporto Istat del 2018 relativo agli stereotipi sui ruoli di genere e sull’immagine sociale di violenza nella coppia e violenza sessuale. Gli stereotipi più diffusi in Italia sono legati all’affermazione dell’uomo come figura preponderante nella società rispetto alla donna : “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%), “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%), “è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%). Il 58,8% della popolazione (di 18-74 anni), senza particolari differenze tra uomini e donne, si ritrova in dichiara d’accordo con almeno uno di questi stereotipi, più diffusi al crescere dell’età (65,7% dei 60-74enni e 45,3% dei giovani) e tra i meno istruiti.

 Per quanto riguarda la violenza dell’uomo all’interno della coppia, le donne identificano le cause principali nella considerazione della donna come oggetto di proprietà  (84,9%) e nel bisogno di sentirsi superiore alla propria compagna (81,3%), gli uomini nell’abuso di sostanze stupefacenti e di alcol (74%) e, anch’essi, nella percezione della donna come oggetto di proprietà (70,4%). La violenza all’interno della coppia (intesa come quella dell’uomo sulla donna) è accettata da una percentuale che si aggira intorno al 7%, invece il controllo abituale del telefono (sempre dell’uomo sulla donna) è ritenuto ammissibile dal 17,7%.

 Infine, persiste il pregiudizio che addebita alla donna almeno parte della colpa della violenza sessuale subita : il 39,3% pensa che la donna possa sottrarsi alla violenza se davvero lo vuole, il 23,9% crede che la donna possa provocare la violenza con il suo abbigliamento, il 15,1% è dell’opinione che se una donna subisce violenza da ubriaca o sotto effetti di droghe, sia almeno in parte responsabile.