Le lancette dell’orologio segnano le 17 in punto e il marciapiede antistante l’ingresso del cinema Arlecchino, a pochi passi da Piazza Duomo, è gremito di persone. Tutti sono in attesa di acquistare il biglietto per la visione del film From Ground Zero, proiettato per la prima volta a Milano nella cornice del decennale Festival del cinema d’Africa, Asia e America Latina. Prodotto dalla Masharawi Fund for Films & Filmmakers in Gaza – Coorigines Production, il film è in realtà una grande opera collettiva che racchiude i progetti di 22 cineasti palestinesi. I registi, attraverso cortometraggi, raccontano le loro vita quotiana a Gaza durante il conflitto, in alcuni casi sfruttando un mix tra animazione, documentario e finzione.
Seduto in prima fila l’ideatore del progetto Rashid Masharawi, regista palestinese nato e cresciuto a Gaza. Parlando degli ulimi anni della sua carriera, ci ha raccontato di quando ha deciso di realizzare il progetto. «Il 7 ottobre 2023 ero in Francia e questo mi ha dato la possibilità di seguire i registi che hanno realizzato la serie di cortometraggi che e’ stata proiettata. Dopo l’attacco, l’idea di realizzare un film attraverso gli occhi di chi vive ogni giorno lo strazio della guerra mi è venuta alcune settimane dall’inizio della controffensiva». La ragione che lo ha spinto a realizzarlo è legata agli stessi cineasti: «Creare “From Ground Zero” è stato anche un modo per mantenere vivo lo spirito dei giovani registi. Quando sei costretto a vivere nello strazio, le tue passioni, il tuo lavoro e tutto ciò che c’è di normale nella vita passa in secondo piano e lo abbiamo visto con “Sorry Cinema”, uno dei corti della raccolta».
Il processo di creazione del film non ha seguito il classico iter cinematografico per ovvie ragioni: girato, montaggio e post produzione sono avvenuti quasi in simultanea, in base al materiale che i registi sono riusciti a raccogliere e inviare. «Ci abbiamo messo poco più di sette mesi per realizzare la raccolta che è stata proiettata al Festival ma, a dir la verità, il lavoro non è ancora finito. Continueremo a raccogliere le storie dei giovani neoregisti palestinesi che conservano il sogno di viaggiare in giro per il mondo per mostrare i loro lavori», prosegue.
La difficoltà più grande che Masharawi ha dovuto affrontare è stata rintracciare gli stessi cineasti. «Rimanere in contatto costante con i registi nella Striscia è stato molto difficile per me, soprattutto nei primi mesi, quando si sono concentrate le operazioni più devastanti via aria e via terra». Il problema più grande da gestire è stato l’elettricità. «Girare con delle videocamere, non essendo sicuri di poter ricaricare le batterie per proseguire il progetto, ha scoraggiato molti degli autori ma, nonostante tutto, i registi sono riusciti a raccontare la loro storie». Quando il problema non era l’elettricità, era la connessione internet. «In Occidente può sembrare assurdo oggi non averne accesso eppure è accaduto che venisse tagliata la copertura di internet. Riuscire a ricevere il materiale su cui avrei dovuto lavorare, è stato difficile perchè non stiamo parlando di pochi secondi di girato».
Durante l’intervista sono stati diversi gli ammiratori che si sono avvicinati per chiedere una foto o scambiare due parole con il regista che, volendo evidenziare l’importanza delle testimonianze dal campo, ha sottolineato quanto importante sia stato il contributo dei giornalisti: «Ci hanno davvero sostenuto perchè molti di loro hanno schede Sim internazionali. Non tutti sanno che quelle Sim non subiscono le limitazioni imposte, invece, alle schede locali». Purtoppo, però, Masharawi ha raccontato che la collaborazione ha più volte messo in pericolo la vita dei registi perchè oggi nella Striscia di Gaza i giornalisti sono un bersaglio perchè raccontano ciò che accade e hanno quindi un grande potere. «Abbiamo comunque scelto di collaborare per far si che le storie potessero arrivare nelle sale cinematografiche da Oriente a Occidente. Il nostro obiettivo ora è portare il film al Festival di Cannes».
Sono diverse le storie che si aggrovigliano in una matassa intrecciata sul dolore e pervasa da un profondo senso di amarezza: dalla storia di un fratello disperso sotto le macerie con No Signal di Muhammad Al Sharif, al racconto di una classe di bambini dalle braccia tatuate con pennarelli indelebili per evitare che, in caso di bombardamenti, le famiglie possano non riconoscere i loro corpi con Soft Skin di Khamis Masharawi. Dal racconto delle opere d’arte esposte e poi inpolverate di Out of Frame di Nida’a Abu Hasna, al triste abbandono delle proprie passioni con Sorry Cinema di Ahmed Hassouna. Dalla tremenda nostalgia causata dalle storie abbandonate con Overburden di Alaa Islam Ayoub, alla paura traumatica del buio con Flashback di Islam Al Zeriei.
A raccogliere queste storie di vita vera e’ Rashid Masharawi: regista, sceneggiatore e produttore cinematografico palestinese, Rashid e’ cresciuto nel campo profughi di Al Shati, nella Striscia di Gaza. Figlio della seconda generazione dal grande esodo e di una numerosa famiglia originaria di Jaffa – distretto che oggi è stato inglobato in Tel Aviv -, dopo anni trascorsi a lavorare come cameriere, manovale e poi imbianchino e decoratore per mettere i soldi da parte, all’inizio degli anni Ottanta ha intraprrso gli studi cinematografici a Tel Aviv e negli anni successivi ha iniziato a documentare la vita nei territori palestinesi occupati. Dapprima attraverso brevi cortometraggi, poi producendo veri e propri film. Con Haifa, per la prima volta un film girato interamente in Palestina e realizzato da un palestinese, ha gareggiato alla 49esima edizione del Festival di Cannes. Era il 1996.
I registi di From Ground Zero sono Reema Mahmoud, Muhammad Al Sharif, Ahmed Hassouna, Islam Al Zeriei, Mustafa Kolab, Nidal Damo, Khamis Masharawi, Bashar Al Balbisi, Tamer Nijim, Ahmed Al Danaf, Alaa Islam Ayoub, Karim Satoum, Alaa Damo, Aws Al Banna, Rabab Khamis, Etimad Washah, Mustafa Al Nabih, Hana Eleiwa, Wissam Moussa, Basel El Maqousi, Neda’a Abu Hasna e Mahdi Kreirah.