«L’Iran è la mia casa, la mia patria, il mio amore, la mia identità, le mie radici… e anche la tomba di mio padre». La giornalista Fariba Pajooh ci scrive da Teheran, a quasi quattromila chilometri da Milano, ma non passa inascoltato il suo dolore quando rievoca la figura del papà, morto nel luglio 2016 dopo una lunga malattia, dovuta all’esposizione alle armi chimiche durante il conflitto Iraq-Iran degli anni Ottanta. Le sanzioni imposte in quel periodo dalla comunità internazionale contro l’ex Persia non gli hanno permesso di curarsi con medicine europee, molto più efficaci di quelle locali. E questa è stata la sua condanna. Fariba lo sa bene, e il fatto che sia nata proprio nel 1980, pochi mesi prima di quella maledetta guerra, non l’aiuta a dimenticare. Lei è di fatto una ‘figlia del 1979′, l’anno della rivoluzione islamica iraniana, nata contro una dittatura che contrastava l’informazione libera e torturava gli oppositori. Eppure, a quarant’anni da quell’evento, Pajooh si dice “senza speranza e completamente delusa” dal suo Paese, dove ha incontrato ostilità per aver commesso un ‘crimine’ imperdonabile: raccontare la verità.

Fariba Pajooh è stata arrestata in Iran nel 2009 e nel 2013: in totale ha passato 144 giorni in carcere

Fariba Pajooh, lei lavora in contesti problematici come Afghanistan e Iran. Ha mai avuto ricevuto intimidazioni per quanto scritto nei suoi articoli?
Sì. Sfortunatamente nel mio Paese il livello di libertà d’espressione non è accettabile. I media non hanno piena libertà, anche se questa condizione varia da periodo a periodo. Sono stata arrestata nel 2009 mentre seguivo da giornalista le elezioni presidenziali in Iran; all’epoca lavoravo per El Mundo e Radio France Internationale. Il clima a Teheran era davvero incandescente. Mi sono limitata a narrare ciò di cui sono stata testimone, ma mi hanno arrestata lo stesso: sono stata 124 giorni in isolamento. Sono di nuovo stata fermata nel 2013, e ho passato venti giorni nella prigione di Evin, nella capitale. Sono poi stata rilasciata su cauzione di 100mila dollari.

È allora che ha deciso di lasciare momentaneamente il suo amato Iran…
Ho cambiato ambito di lavoro e mi sono trasferita in Afghanistan, viaggiando nel Paese per due anni e poi vivendo per settimane a Kabul. Lavorare come giornalista in quella città è pericoloso; la stessa vita dei cittadini è a rischio, perché possono essere colpiti da un attacco suicida in qualsiasi momento. Nell’ottobre 2018 ho raccontato da inviata le elezioni parlamentari, e ho anche scritto reportage per Euronews sullo stato delle discipline Fariba Pajooh ha rischiato la vita a Kabul mentre stava intervistando un importante politico afghanosportive e sulle condizioni delle donne in Afghanistan.

Ci racconti un aneddoto legato a quel periodo…
Stavo intervistando il Chief executive officer della Repubblica afghana (Abdullah Abdullah, ndr) in una scuola dove erano in corso le votazioni per le elezioni, quando ho sentito fortissime grida. L’amica che è venuta con me a Kabul era terrorizzata, e aveva ragione: c’era stata un’esplosione davvero vicina, che ha ucciso 15 persone. In ogni caso vivere, lavorare e insegnare Giornalismo in questo Paese è stato così formativo che ancora lo visito.

Ricorda altre esperienze lavorative per lei significative?
Mi viene in mente quando ho deciso di viaggiare dagli Stati Uniti verso Haiti. I miei amici e colleghi alla Northwestern University, in Illinois, volevano impedirmi di farlo: dicevano che andare ad Haiti poteva essere pericoloso. Eppure l’ho fatto. Ci sono stata due settimane, e ho visto con i miei occhi la situazione di povertà del Paese, scrivendo poi un reportage. Dobbiamo rompere gli stereotipi e raccontare al pubblico la verità. Questa è la mia missione giornalistica.

A proposito, come ha scoperto che il giornalismo fosse la sua passione?
Sono sempre stata una ragazza socievole. Durante il mio periodo di studi, i miei genitori volevano che diventassi ingegnere. In realtà, ero interessata al giornalismo sin dai primi anni dell’università. Nel 1999 studiavo architettura, ma ho fatto anche il mio debutto come reporter. Sotto la presidenza di Mohammad Khatami, la società iraniana si è riformata: lui parlava di dialogo e di interazione con il mondo, e questo mi ha dato un incentivo a lavorare in questo campo. L’idea di rinnovamento della struttura governativa in Iran è davvero importante per me: ecco perché ho continuato a A spingerla verso il giornalismo sono stati anche gli insegnamenti dell’ex presidente iraniano Khatamicollaborare con media non governativi e riformisti. Oggi, comunque, non lavoro per testate iraniane.

Secondo lei, quali sono le caratteristiche che un bravo giornalista deve avere?
Un giornalista deve essere coraggioso e favorire una visione da differenti angolature. Un giornalista non può essere indifferente a ciò che accade intorno a lui, ma non necessariamente deve essere un attivista politico; può però avere un’opinione politica. Il giornalista, inoltre, non è un impiegato di una azienda. Bisogna essere onesti, amare le persone. Questi sono i miei ideali, ma non so quanto trovino spazio nell’attuale mondo mediatico.

Lei ha dialogato con Noam Chomsky due volte. Sono queste le interviste di cui va più fiera?
Ho incontrato e parlato con molti politici. Dalle autorità libanesi a quelle iraniane ed europee, fino ad Hamid Karzai. La mia prima conversazione con il professor Chomsky è stata nel 2012, per mail: gli ho inviato le domande e lui mi ha risposto. Ma nel 2018 sono riuscita a conoscerlo di persona nel suo ufficio all’Università dell’Arizona, a Tucson. Quel dialogo, che è durato più di un’ora, è stato per me indimenticabile. Dopo l’incontro, mi è stata data la possibilità di confrontarmi con lui anche sulle questioni culturali di Iran e Afghanistan.

Lei dice che la scrittura calma la sua inquietudine. Che emozioni prova quando scrive?
Scrivere mi calma. Non sto mai ferma! Scrivere mi dà potenza, le parole rendono la mia mente più coerente e divento riflessiva. Insomma, non penso proprio di essere un buon architetto. Anzi, non lo sono mai stata.

Lei ha più volte ripetuto che “la penna è nemica dell’ignoranza”. Perché?
La nemica della scrittura è sempre stata l’ignoranza. Più alti sono i livelli di studio e di libertà d’espressione in una società, meno esisteranno fanatismo, intolleranza, potere, dittatura e corruzione. Ecco perché i giornalisti e gli scrittori sono stati imprigionati e abbandonati in tempi passati e presenti. Non c’è alcun dubbio: la penna è nemica dell’ignoranza.