In una metropoli come Milano dove la danza classica rimane sacra e il nome delle grandi étoiles intoccabile, David Parsons porta innovazione e internazionalità. Dopo un tour mondiale che ha toccato più di 20 paesi e 300 città, il coreografo americano e la sua compagnia hanno deciso di ritornare a calcare alcuni dei più famosi palcoscenici italiani (tra cui quello milanese del Teatro Nazionale), mettendo in scena performance che, messi da parte il metodo Vaganova e i virtuosismi del balletto, puntano tutto sulla fisicità dei ballerini e sulla loro capacità innata di coinvolgere, in un movimento che non ha mai le stesse linee, anche lo spettatore più reticente.

Icona della modern dance, Parsons non è sicuramente nuovo al nostro Paese che, da anni, lo accoglie a braccia aperte, apprezzandone il guizzo e la sperimentazione che hanno reso unico lo stile delle sue coreografie. E se, negli spettacoli precedenti, il desiderio di spingersi sempre più al di là del limite la faceva da padrone, in quest’ultimo tour italiano il maestro ha deciso di riproporre se stesso senza filtri, ritornando al punto di partenza e ripercorrendo le tappe della sua carriera (e della sua vita) attraverso un melting pot di pezzi iconici e eclettiche novità. In quest’ultimo tour italiano David Parsons ha deciso di riproporre se stesso senza filtri, ritornando al punto di partenza e ripercorrendo le tappe della sua carriera (e della sua vita) attraverso un melting pot di pezzi iconici e eclettiche novità

Ad aprire lo spettacolo è Round my world, uno dei grandi classici del repertorio. I danzatori cavalcano, leggeri e fluidi, un ritmo delicato scandito dal beat delle percussioni di Zoe Keating, in un girotondo di movimenti mai slegati, creando un’armonia che riempie gli occhi. La coreografia diventa un quadro animato, una scena che richiama balli e festeggiamenti di mitologica memoria. A spezzare quest’atmosfera talmente ben costruita da sembrare quasi irreale è la seconda coreografia, Hand dance, nata nel 2003 e perfetto biglietto da visita della corda più scanzonata del maestro. Un occhio di bue illumina soltanto le mani dei ballerini che, come abili direttori d’orchestra, raccontano con il solo movimento delle dita una storia che non sembra aver bisogno di altro. Nessuno riesce a lesinare un sorriso davanti a un susseguirsi di mani che, nel buio, sanno esattamente dove andare e cosa fare, in un ingranaggio che non potrebbe funzionare in un modo diverso da questo.

L’intermezzo di Hand Dance non è altro che il preludio ai nuovi scenari, in cui è evidente come, alla tradizione, Parsons continui in maniera instancabile ad aggiungere nuovi livelli, in un turbinio di versatilità che pochi direttori artistici hanno avuto il coraggio di portare in scena. Eight Women, presentato in anteprima mondiale e curato dal giovane Trey McIntyre, è una celebrazione della forza femminile, consacrata dalla voce potente e senza tempo di Aretha Franklin. La coreografia non è altro che un gioioso e dinamico passo a due, che trova la sua cifra nella tenacia delle linee dei danzatori scelti per interpretarlo, sempre in grado di allineare il movimento alla mimica e alle emozioni. Nell’era del #MeToo e delle lotte per i pari diritti, il coreografo sceglie la cifra giusta per veicolare al mondo un messaggio di profondo amore per le donne, senza svendersi al buonismo. Nell’era del #MeToo e delle lotte per i pari diritti, il coreografo sceglie la cifra giusta per veicolare al mondo un messaggio di profondo amore per le donne, senza svendersi al buonismo Di respiro completamente differente è, invece, Microburst, un affascinante ibrido tra un tip tap senza claquettes e una danza dai richiami caraibici. Costruita su una partitura indiana classica curata da Avirodh Sharma, la coreografia si sviluppa come una singolar tenzone tra ballerini, che si sfidano a colpi di popping, locking, movenze afro e modern. Complici i costumi, semplici ma perfettamente in grado di aiutare i protagonisti ad assecondare ogni accento della tabla indiana, il risultato è meravigliosamente scenografico nonostante l’assenza di acrobazie mozzafiato. David Parsons declina il diktat del less is more nella sua veste migliore.

Tra tutti i pezzi del puzzle, però, sono forse gli assolo a esaltare al meglio la forza e l’atletismo dei componenti della compagnia, danzatori instancabili che, per novanta minuti di spettacolo, non si fermano neppure l’attimo necessario per riprender fiato. Reflections è nata come omaggio a una delle veterane del gruppo, Abby Silva Gavezzoli. Parsons ha creato l’abito perfetto per una danzatrice che, sul palcoscenico, non si risparmia mai. Con fare elegante, la Gavezzoli si cala nei panni dell’attrice Marilyn Sokol e ne ripercorre la vita e la carriera, interiorizzandone a tal punto i passaggi da riflettere se stessa e il proprio viaggio da danzatrice nella storia di una delle stelle più luminose di Broadway.

A precedere la chiusa è, invece, “la coreografia feticcio” del maître. Classe 1982, Caught, inizialmente riservata ai soli danzatori uomini, è nata sul corpo dello stesso Parsons. Solo due donne, nella storia della compagnia, hanno avuto l’onore di interpretarla: tra queste, l’italianissima Elena D’Amario, che è riuscita a strappare un giudizio di tutto rispetto anche a Anna Kisselgoff, temibile critica del New York Times. Solo due donne, nella storia della compagnia, hanno avuto l’onore di interpretare Caught: tra queste Elena D’Amario, che è riuscita a strappare un giudizo di tutto rispetto a Anna Kisselgoff, temibile critica del New York Times Quel che cattura di Caught è sicuramente la spettacolarità. Il sodalizio tra la luce stroboscopica e la potenza del ballerino danno vita a un prodotto che lascia il parterre senza parole. Nella spanna di cinque minuti, il protagonista si cimenta in più di 30 salti e la strobo ne eterna il momento del decollo, quasi trasformandolo in una creatura soprannaturale. Il palco sembra fin troppo stretto per un danzatore che arriva quasi a sfidare la gravità.

Dal superuomo a New Orleans: è con le atmosfere del jazz di Allen Toussaint che David Parsons decide di salutare il pubblico italiano, trasportandolo nell’America ruggente di Phil Woods e Miles Davis, in un can can di figure che sintetizzano al meglio la componente più energica dell’espressione parsoniana.

Ma cosa ha reso David Parsons una delle icone della danza contemporanea nel mondo? E cosa lo ha differenziato in maniera così marcata rispetto ad altri grandi coreografi del settore come Desmond Richardson o Daniel Ezralow? Secondo Sara Zuccari, giornalista e critico della danza, quello che ha permesso a Parsons di spiccare è e rimane, senza dubbio, «il flusso dinamico del suo coreografare, una caratteristica che si proietta nella tecnica, nel movimento e, più in generale, in uno stile che lo rende riconoscibilissimo». Al pari di Alvin Ailey, non si tratta «di un teatro danza, ma di una scuola che fonda i suoi pezzi più che su concetti etici o morali, sulla fisicità dei suoi ballerini. Il disegno coreografico risponde alla dinamica dei corpi, non nasce né si sviluppa solo a partire da un’idea». Elemento questo riconoscibile nell’assenza di un collante narrativo che leghi le varie parti dello spettacolo: l’unica guida è il movimento, accompagnato da una messe musicale che alterna Rossini e Mozart ai ritmi brasiliani di Milton Nascimiento e alle hit di Robert Fripp e degli Earth, Wind and Fire.

Una danza, quella di Parsons, che rifugge il mainstream e che, per la Zuccari, è riuscita a conquistare il pubblico italiano proprio perché «priva di una concettualità o di un linguaggio che richiederebbero uno studio pregresso per essere compresi dai profani». Ma non solo: il segreto del successo del ballerino di Chicago sta anche nel fatto che, nel corso della sua carriera, non ha mai rinunciato alle sue origini e ha cercato di adoperarle per trovare «una chiave coreografica personale, che lo ha reso unico». Il segreto del successo del ballerino di Chicago sta anche nel fatto che, nel corso della sua carriera, «non ha mai rinunciato alle sue origini e ha cercato di adoperarle per trovare una chiave coreografica personale»Come dimostrato in quest’ultimo tour, «antologia autobiografica dei suoi lavori, degli inizi, dei grandi successi, della consapevolezza, della sperimentazione. Fino ad arrivare a oggi, alla figura di un coreografo riconoscibile, oltre che dallo stile, dai costumi, dai colori, dal linguaggio del movimento in scena».

In un mondo dove la danza fa fatica a uscire dalla sua nicchia, David Parsons riesce a catturare l’attenzione di un’audience dall’inizio alla fine, facendole perfino dimenticare di avere un telefono con cui documentare ogni frammento della propria esistenza. E lasciandola senza parole da cinguettare su Twitter o con cui infarcire un post su Facebook. Finché la Parsons Dance Company danza, la vita al di fuori del teatro può anche aspettare.