«La fotografia mi ha dato la risposta che cercavo. Ho trovato la mia strada espressiva, un potente mezzo di conoscenza e interpretazione del mondo». Fabio Bucciarelli è arrivato per gradi al fotogiornalismo. Nel suo passato ci sono una laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni al Politecnico di Torino e un’esperienza professionale in Spagna. Dal 2008 ha deciso di dedicarsi interamente alla fotografia documentando i grandi cambiamenti avvenuti in Nord Africa e Medio Oriente.


Come nasce la sua passione per la fotografia?

«Ho sempre avuto un interesse per la fotografia e durante la permanenza a Barcellona ho deciso di coltivarlo. Ho creato un collettivo con alcuni fotografi professionisti cominciando a muovermi nell’ambiente. Dopo un workshop con Philip Blenkinsop, co-fondatore dell’Agenzia NOOR, ho iniziato a viaggiare per dedicarmi alla professione a tempo pieno. Nel 2009 mi sono recato in Iran per coprire le elezioni presidenziali, un evento di portata storica dopo decenni di dittatura. Ma nell’aprile dello stesso anno il terremoto ha devastato L’Aquila e le mie priorità sono cambiate. Date le mie origini, ho deciso di realizzare un racconto fotografico della tragedia documentando i danni, la paura e la solidarietà alla popolazione colpita. Durante questo periodo ho cominciato a collaborare con l’agenzia fotografica LaPresse occupandomi di breaking news, principalmente calcio e politica. Questa esperienza è stata una palestra importante e mi ha permesso di imparare il mestiere. Come fotografo freelance ho scelto di dedicarmi a eventi di grande portata internazionale, in particolare alle cosiddette ‘Primavere arabe’ e alle loro conseguenze».

Perché ha scelto di documentare proprio le rivoluzioni del 2011? 

«Perché si trattava di un cambiamento storico nel bacino del Mediterraneo. Mi sono interessato sia alle cause (rivoluzioni e guerre) che alle conseguenze (emergenza profughi e migranti). Le proteste e le agitazioni hanno avuto un forte impatto sulla situazione sociale e politica del Nord Africa e del Medio Oriente influenzando i temi dei miei reportage».

Quanto è importante per un fotografo entrare in empatia con la popolazione, immersa in una realtà completamente diversa dalla nostra?

«Le immagini sono emozioni e la chiave per una buona fotografia è l’empatia» «Avere empatia è la base per una buona fotografia. Le immagini rappresentano emozioni e sentimenti, comunicano sensazioni e messaggi. Creare un rapporto emotivo tra due persone significa ascoltare e mettersi nei panni dell’altro, capire cosa gli è successo. Il coinvolgimento empatico è la chiave per realizzare fotografie sociali efficaci».

Qual è la linea di confine tra l’essere testimone di ciò che accade e la partecipazione emotiva del fotografo?

«Bisogna cercare di tenere sempre presente il proprio ruolo: documentare gli eventi. Ci sono situazioni che toccano emotivamente e fanno riflettere, ma è importante non oltrepassare la linea. Il fotografo non è un volontario, né un attivista, tantomeno un dottore. Il suo compito è testimoniare un evento avendo un’idea chiara del risultato finale».

Lei ha condotto numerosi reportage in zone di guerra. Come incide la paura in questi contesti?

«Dobbiamo diffidare di chi va in guerra e dice di non avere paura. La paura c’è sempre, ma bisogna reagire e non bloccarsi. È pericoloso realizzare scatti al fronte, ma anche muoversi nelle retrovie dove arrivano i mortai. La paura è utile perché stimola il nostro istinto di sopravvivenza. Imparare a controllarsi è fondamentale per sapersi districare in situazioni del genere».

Il reporter di guerra compie un viaggio nel racconto della morte. Che cosa resta della guerra negli occhi di chi l’ha vista?

«Quello che rimane addosso è la guerra stessa. Tutti i conflitti a cui ho assistito sono diventati parte integrante della mia persona. Non dobbiamo trovare una soluzione, ma imparare a convivere con queste situazioni drammatiche. È fondamentale separare la vita di tutti i giorni dalla realtà della guerra. Quando cominci a mischiare le carte rischi di farti male seriamente. La macchina fotografica, mentre realizzi un reportage da una zona calda, funge da filtro tra te e la realtà che stai vivendo. Assimili la tensione e lo sgomento che hai provato soltanto una volta che fai ritorno a casa: il dolore e la sofferenza emergono quando guardi al computer le immagini che hai scattato. Metabolizzare un’esperienza traumatica richiede tempo».

Lei ha documentato la guerra civile in Libia, dai suoi inizi fino alla morte di Gheddafi. Come è riuscito a immortalare per primo il suo cadavere?

«Gheddafi, l’uomo che fino a otto mesi prima giocava con il mondo, era lì, davanti a me, come un corpo qualsiasi sbattuto su un materasso» «Nell’ottobre 2011 ero di base a Misurata e tutti i giorni facevo 250 chilometri per raggiungere Sirte e documentare l’evoluzione della guerra. Un giorno un gruppo di ribelli ha cominciato a dire che Gheddafi era morto, ma non avevo la certezza che fosse vero: già in altre occasioni era capitato che ne sostenessero la cattura e la morte per propaganda e incitamento alla rivolta. Dopo la conferma del mio giornale, il The Times, sono partito per Misurata e mi sono messo alla ricerca del corpo nelle moschee e negli ospedali. Un amico mi ha avvisato che in una casa della periferia avrei potuto fotografare il cadavere di Mutassim, il figlio ucciso quello stesso giorno. Più tardi un giornalista locale – probabilmente un guerrigliero – mi ha chiesto se volessi vedere il corpo di Gheddafi. Mi ha accompagnato in un luogo isolato dall’altra parte della città, dove due ribelli mi hanno mostrato un’immagine di Gheddafi morto scattata con il cellulare. A bordo della loro auto sono arrivato in una casa di campagna, proprietà di un faccendiere che li aveva aiutati nel rifornimento di cibo e munizioni. Lì ho cominciato a fotografare quello che avevo davanti: l’uomo che fino a otto mesi prima giocava con il mondo era lì ai miei piedi come un corpo qualsiasi sbattuto su un materasso. Mi sono reso conto che di fronte alla morte siamo tutti uguali. Gheddafi ha governato la Libia per quarantadue anni, ma è caduto facendo la stessa fine di tanti altri prima di lui».

La mostra Battle to death è uno straordinario e potente racconto fotografico della guerra in Siria. Come ha coperto il conflitto più sanguinoso degli ultimi anni?

«Dopo aver documentato le rivoluzioni di Tunisia, Egitto e Libia, la scelta di coprire il conflitto siriano è venuta naturale. Battle to death vuole spiegare la guerra dal punto di vista più ampio possibile: è un racconto giornalistico su quello che sta succedendo in Siria, uno spaccato di tante situazioni diverse, lo strazio e il dolore, i morti e i feriti».

The Dream è un libro fotografico su profughi e rifugiati in fuga. Il sogno come viaggio emozionale attraverso la condizione umana di coloro che non hanno più punti di riferimento. Come si documenta il dramma dei migranti?

«Ho cominciato a documentare il dramma dei migranti nel 2011. Ho raccontato le storie di profughi e rifugiati cercando di trasmettere l’umanità delle persone in fuga. Nei miei scatti mi sono soffermato sugli aspetti della loro vita quotidiana e sugli oggetti che portavano con sé. The Dream documenta il più grande esodo della storia contemporanea da un punto di vista umano».

Quello della fotografia è un linguaggio universale: le immagini parlano meglio delle parole. Crede che la fotografia possa cambiare il corso della Storia?

«La fotografia può smuovere le coscienze sensibilizzando e coinvolgendo le persone. Della guerra in Siria, per esempio, si è sempre saputo poco e senza fotografi e giornalisti probabilmente saremmo all’oscuro di tutto. Questo è l’obiettivo del fotogiornalismo: cercare la verità e dare voce agli ultimi. E in guerra è ancora più difficile».