È impossibile non rivedere un po’ le nostre città nella Orano in cui Albert Camus ambienta La peste: qui le persone vivono per se stesse, a perenne inseguimento del proprio effimero successo. Gli ultimi restano ultimi, i vinti non hanno possibilità di riscatto perché nessuno è interessato a dare loro una chance. Orano è una prefettura francese in Algeria ma è più vicina a noi di quanto pensiamo: è una città che si vanta del suo cinismo, della sua rapidità nell’ingoiare tutti e tutto, senza preoccuparsi di chi non sta al passo.

Quando arriva la peste a Orano, la si scambia per altro e la si sottovaluta: in questi casi – lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle – diventa troppa la paura di doversi fermare a riflettere: nessuno vuole allentare i propri ritmi, forse per paura di scoprire che dietro quel tourbillon di lavori, aperitivi rinforzati e rapporti superficiali non ci sia nulla.

Anche quando la pandemia è ormai una realtà quotidiana, l’egoismo non scompare. Tutti pensano a scappare, fingendo di non sapere che il tentativo di mettersi in salvo è in realtà un gesto prepotente e individualista: gli abitanti di Orano non vogliono ricongiungersi con i propri affetti, vogliono solo fuggire dalla malattia e forse pure dalla consapevolezza di ciò che sono diventati in un ambiente così tossico.

Chi resta gira la testa dall’altra parte finché può, anche se questo significa andare contro il buon senso, contro le direttive di una città che è materialmente chiusa e che, forse, non è stata mai davvero aperta a coloro che non volevano adattarsi alle sue regole. La voglia di sentirsi esseri umani è il pretesto per fare qualcosa che certifica quanto l’umanità sia ormai scomparsa.

Camus dissemina il libro di personaggi diversi, in cui è anche possibile riconoscersi, ma viene difficile trovare qualcuno che possa essere usato da noi come esempio nella stessa situazione: forse sbagliamo se vogliamo diventare  come il giornalista Rambert ed essere felici, nonostante tutto. Ma non rischiamo comunque troppo a metterci esageratamente in gioco, senza avere gli strumenti e le conoscenze di qualcuno come Castel? Forse ne usciremo vivi solo restando noi stessi. Restando umani.