Tutti i ragazzi sono bellissimi sul campo di calcio. Corrono a perdifiato, come se non ci fosse un domani. Per ognuno di loro il campetto dietro casa non è differente dal grande stadio dove si confrontano i campioni più celebri e celebrati. Perché ogni ragazzo è un campione a modo suo quando gioca. La vita nelle gambe, gli scatti, gli scarti, le finte e i passaggi ai compagni. L’azzardo dell’azione lanciato innanzitutto col pensiero. Tutti i ragazzi sono bellissimi quando giocano a calcio. Ma questi ragazzi sono più belli di tutti. Davide Cantoni, Francesco Cavallotto, Paul Iyobo, Omar Trioni, Luigi “El Cino” Bottarelli sono i giocatori. Maurizio Bonioli, l’allenatore. Nico Cavallotto, la guida retro porta. I portieri sono Stefano Sesini e Marco Spinelli. È una squadra di calcio a cinque per non vedenti categoria B1, cioè per ciechi assoluti, dell’Associazione Sportiva Dilettantistica AC Crema 1908. Stavolta hanno deciso di giocare anche con la voce e Magzine ha raccolto le loro storie.
Luigi “El Cino” Bottarelli, giocatore:
“Io sono uruguaiano. Mia mamma è uruguaiana, mio padre è italiano. Vivo e lavoro a Piacenza, faccio il centralinista. Sono il più vecchio della squadra. Lo sport per noi non-vedenti serve anche come orientamento alla vita. Perché mentre siamo in campo dobbiamo prestare tanta attenzione alla palla e alle nostre guide. Giocando mi sono reso conto che mi è stato utile anche per le mie attività quotidiane. Per uscire, muoversi fuori, perché noi non-vedenti dobbiamo concentrarci molto sui rumori. Allo stesso modo in campo ci concentriamo su quanto dicono le guide. È anche un modo di integrazione. Io dico sempre che senza i vedenti noi non saremmo nulla. Perché non sapremmo cosa fare in campo. Mentre, con le loro dritte, ci orientiamo perfettamente. Spettacolare. Noi non siamo disabili, ma diversamente abili. Perché le posso assicurare che quello che facciamo noi, un vedente non lo saprebbe fare. Assistere a una nostra partita è sorprendente per come riusciamo a portarci in campo. È ammirevole anche come interagiscono non-vedenti e vedenti. Io gioco in vari ruoli. Adesso ho un’età e gioco indietro. Ma vado dappertutto. Sono venuto in Italia nel 2006. In Uruguay non si giocava. Avevo organizzato io un gruppo, ma solo per cominciare a dare qualche calcio a un pallone. Arrivato in Italia mi sono informato su dove potevo trovare una squadra. Ho cominciato nell’Empoli, la squadra si chiamava Aquilone. Quando loro hanno smesso, perché erano dei “vecchietti” over 40, sono andato in Liguria. Ho giocato in tanti posti. Quasi tutte le squadre mi vogliono a giocare per il mio carattere. Mi faccio volere bene da tutti. Adesso avrei smesso di giocare. Ma Nico (Cavallotto) mi ha coinvolto in questo progetto. Mi ha detto di non mollare, per questi ragazzi. Io ho tanta esperienza da condividere e mi piace molto aiutare. Ho sempre detto che quando rientrerò nel mio Paese voglio fondare una scuola di calcio per ragazzi non vedenti. Penso che anche la mentalità dei genitori debba cambiare un poco. È bene curare i figli, è chiaro. Ma non puoi lasciare che un non-vedente vada a scuola e poi rimanga sempre seduto su una sedia. Sono persone normali, come chiunque altro. Capisco che si vogliano proteggere. Ma la vita è anche altro. Io non voglio mollare mai. Anche se ho 46 anni, mi alleno regolarmente. Faccio anche baseball con una squadra di Milano. Faccio un po’ di tutto. Io lavoro a casa e allora nel tempo libero mi piace muovermi, stare con gli amici. È un mondo diverso. In Uruguay è difficile trovare qualcosa per praticare sport. Qui ci sono persone che ti aiutano, tanti vedenti, che io ringrazio sempre. Là è molto più difficile. Qua un non-vedente può vivere dignitosamente, con una pensione o un lavoro. Là, è una pena. C’è poco lavoro, ci sono meno possibilità. La realtà di questa squadra di Crema include anche ragazzi molto giovani. Uno di 14, uno di 16…ed è entusiasmante sentirsi utile, mettendo al loro servizio la mia esperienza. Rendersi conto che puoi renderli felici. Dà grande soddisfazione. Io sono stato alle Paralimpiadi di Guadalajara con la Nazionale del mio Paese di calcetto a cinque. Già allora avevo 41 anni ma era magnifico avere conoscenza di tutte le squadre, un’emozione impareggiabile. Io ho dei problemi alle ginocchia e dovrei operarmi ai legamenti. Ma non l’ho fatto perché dovrei fermarmi per affrontare l’operazione. E non voglio farlo. Se ti fermi è difficile ricominciare. E poi la passione è troppo forte. Quando io mi metto una maglietta ed entro in campo… mamma mia! Un’emozione senza confronti. Ho sempre giocato, anche quando vedevo. Prima ero magrolino, pesavo 60 chili, correvo dappertutto. Ma corro anche ora, sa? Lei mi chiede perché mi chiamano “El Cino”? È semplice. Quando ho cominciato a giocare a Empoli il loro attaccante si chiamava Luigi. Come me. Quando ci chiamavano in campo si creava confusione. Lui era un veterano in quella squadra e mi ha detto: Tu sei nuovo e allora ti chiamiamo “Cino”come il Cino Recoba, un giocatore uruguaiano dell’Inter. Da allora sono rimasto “Cino”. Tra l’altro nel mio Paese ci sono due squadre forti: il Nacional e il Peñarol. Io sono del Peñarol e Cino Recoba era del Nacional. Non era il massimo per me chiamarmi come lui. Ma pazienza!”
Davide Cantoni, ideatore del progetto e giocatore:
“Io perdo la vista 16 anni fa a causa dello scoppio di un petardo, all’età di 13 anni. Avevo sempre giocato, si può dire che vivevo per il calcio. Dopo l’incidente sono stato obbligato a cercare un modo diverso di giocare. Avevo un pallone sonoro, di quelli abitualmente usati dai non vedenti. Ma muoverti in mezzo a dieci persone che vedono, anche se avevano tutta la volontà di farmi partecipare, era diverso. Non mi ero avvicinato più di tanto all’Unione Ciechi. Temevo di essere ghettizzato. A un certo punto, però, in un momento non particolarmente semplice per me, mi hanno proposto di essere il loro consigliere provinciale. E ho accettato, per impegnarmi. Ho cominciato varie attività, tra cui le “cene al buio”. Ma l’idea del calcio era sempre rimasta lì. Un mio amico ha trovato su youtube dei video su come giocano i non vedenti e me ne parlava, descrivendomi le tecniche che impiegavano. Poi ho incontrato un ragazzo non vedente di Milano. Lui giocava, ma doveva spostarsi sino in Liguria. Perché l’unica scuola calcio di questo genere nel Nord Italia si trovava lì. Io non potevo andare sino a Sanremo. Era troppo lontano. Poi ho incontrato Nico e Francesco. Padre e figlio si recavano anche loro a Sanremo perché Francesco potesse giocare. L’idea di creare qualcosa in Lombardia si faceva sempre più forte. Ne abbiamo parlato e abbiamo scelto Crema. A mezza strada tra Cremona e Milano. Ma alcuni strumenti concreti si rendevano necessari. Un pallone sonoro costa sui 50 euro. Per un allenamento ne servono una ventina. Il campo deve essere adattato con barriere laterali alte un metro e mezzo perché il pallone non deve uscire dal campo. E anche queste barriere hanno un bel costo. Ci dovevamo anche iscrivere alla Federazione Italiana Sport Paraolimpico Calcio per Non Vedenti. Insomma occorreva l’appoggio di qualcuno. Ci siamo rivolti alla Aci Crema. Dopo una prima riunione nella quale abbiamo illustrato tutti i dettagli, il progetto è partito. Nico è stato introdotto come guida dietro porta. Una figura fondamentale. Perché nelle nostre partite sono in campo quattro non vedenti contro quattro. E la guida dietro porta dirige l’attacco consentendo di scegliere la direzione nella quale tirare per segnare. L’allenatore, invece, nella fascia di centro campo, chiama gli schemi. In mezzo al campo con un pallone sonoro, io posso fare a meno di parlare perché i miei avversari avvertono il suono del pallone e mi localizzano. Il mio avversario difensore invece, deve segnalarmi dove si trova in modo che io possa saltarlo, a destra o a sinistra. Di solito grida: Voice! Voice! E io posso orientarmi in base a questo. Siamo arrivati in tempo per la presentazione ufficiale della squadra l’1 settembre insieme a tutte le altre squadre dell’Aci Crema. Al primo allenamento, il 14 settembre, ero molto emozionato. Per di più, appena usciti dallo spogliatoio, ci siamo trovati una decina di giornalisti in campo! Davvero, non pensavo di riuscire a tornare a giocare così. In una partita vera e propria, con il controllo palla. E correre per il campo da solo. Facciamo del vero lavoro atletico. Una libertà a livelli altissimi. All’inizio può essere anche difficoltoso ma ti dà grandi soddisfazioni. E i compagni che hanno già giocato ti insegnano. Per esempio come calciare la palla in modo che produca più rumore. Non dico che potrò diventare un campione. Ma è una continua crescita nell’apprendimento. E ciò che conta è giocare. Capita che alcuni ragazzi che escono dai loro allenamenti passano dal nostro campo e si fermano a guardare. Vanno a recuperare un pallone e provano a passarselo tenendo gli occhi chiusi. O anche ragazze che, incredule, si fermano e ci chiedono: Possiamo provare a fare degli allenamenti con voi, provando a portare la palla bendate? Come un gioco, una sfida in più. Anche i nostri portieri, che sono vedenti, a volte provano a tirare chiudendo gli occhi. Perché vogliono capire meglio anche come mettersi nei nostri panni e poterci dare una mano in maniera corretta. È un mettersi in gioco di tutti. E l’emozione mi ripaga di tutto il mio impegno. Noi non avevamo mai giocato insieme. Alcuni addirittura si sono incontrati per la prima volta in campo. Quindi abbiamo pensato di prenderci del tempo per costruire la nostra squadra come gruppo. Per imparare a stare in campo. E abbiamo scelto di non iscriverci ancora al campionato per non vedenti. Quando ci sentiremo pronti ci penseremo. Per ora facciamo pratica. E pensiamo a delle amichevoli. Per esempio con una squadra di livello simile al nostro che da poco si è ricostituita a Firenze. Ma l’anno prossimo, chissà!”
Francesco Cavallotto, giocatore:
“Nel 2012, quando ho cominciato a giocare, è stata un’esperienza nuova. Ho sempre desiderato giocare a calcio. È stato bellissimo. Appoggiandoci alla squadra ligure però, nel week end dovevamo partire e fare tre ore di viaggio per andare e tornare. Abbiamo cominciato a pensare di creare qualcosa di nuovo. È arrivato Davide Cantoni. Di colpo è nata questa cosa: in un mese era partita. Ci siamo trovati ad avere una società già sviluppata e un programma cui fare riferimento. A me piace tantissimo giocare. Poter correre, decidere io dove andare, cosa fare. Ho sempre seguito il calcio, fin da quando ero piccolino. Poter giocare mi piaceva. Interessa qualsiasi bambino. Ma per me poter correre da solo, essere libero e non dipendere da nessuno era una cosa bellissima. Ancora adesso mi emoziona molto. Mettere piede su quel campo il primo giorno è stata una vera emozione. Il nostro allenatore ci fa entrare subito in campo senza inutili preamboli. Ci si allena anche molto seriamente. Paul e il Cino li conoscevo da anni. Ma anche con gli altri si è formato un gruppo unito. Usciamo come squadra. E questo spirito mancava in Liguria. Avere mio padre in squadra da un certo punto di vista può essere un po’ problematico, ma fortunatamente papà ha deciso di non diventare la persona di riferimento della squadra. Avrebbe avuto un po’ di conflitti di interessi! Mio padre aiuta il mister e gli altri. Fa da tramite, con l’idea di defilarsi sempre più. Dal punto di vista pratico è comodissimo. Perché mi accompagna e andiamo e veniamo insieme. All’inizio, quando avevo cominciato, avevo giocato una partita di campionato con la squadra ligure e avevo fatto gol. La squadra avversaria ha fatto una specie di ricorso. È stata introdotta la regola che fino a prima dei quindici anni non si può giocare. Avevo giocato due- tre partite e ho dovuto smettere. Un momento molto brutto. Io gioco da anni e so che il calcio non è più pericoloso di qualsiasi altro sport. Spesso però i genitori, soprattutto di persone disabili, tendono a evitare qualsiasi pericolo al figlio, a tenerlo lontano da potenziali difficoltà. Secondo me questo non è affatto un aiuto. Puoi trovare un ragazzo che non ha mai fatto sport nella sua vita. E non dico a livello agonistico. Ma che non ha proprio mai praticato un’attività. Ed è una limitazione del tutto ingiustificata. Noi siamo molto orgogliosi di come è diventata la squadra e di come potrà diventare.”
Paul Iyobo, giocatore:
“Quattro anni fa io avevo cominciato a giocare a torball (un gioco sportivo a squadre per non vedenti in cui si affrontano due team di tre giocatori ciascuno, n.d.r.). Cercavo una squadra di calcio, ma ero ancora troppo piccolo e mi hanno consigliato di cominciare con il torball. Un anno dopo, però, la mia squadra si sciolse. Allora diedero a mio padre il numero di Nico Cavallotto. Ci misero in contatto. E cominciai a giocare con la squadra ligure. Poi, per vari problemi, abbiamo preferito cercare di formare una nuova squadra. Abbiamo conosciuto Davide. Anche lui era molto interessato a questo sport e siamo riusciti a cogliere l’occasione. Grazie all’Aci Crema siamo riusciti a formare la squadra. Io non ho un ruolo preciso in campo, nel senso che nelle ultime partite mi hanno usato un po’ in tutti i ruoli. Ma quello in cui gioco meglio è sulla fascia, piuttosto che stare in punta. Certo, posso giocare anche davanti alla difesa. I nostri portieri non possono mai essere sicuri di quello che fanno. Perché normalmente un portiere, quando un calciatore sta per tirare, guarda la posizione delle sue gambe e osserva dove l’altro giocatore sta guardando. Con i non vedenti non sai mai dove tirano la palla. Devi essere reattivo e cercare di pararla. Quindi penso che anche per questo per loro sia divertente. Io ho 14 anni. Sono il più piccolo della squadra. Con Francesco giocavamo fin da prima insieme anche se Francesco aveva cominciato prima di me. Tutti gli altri stanno iniziando adesso. Penso che tutti quelli che hanno voglia di giocare non devono spaventarsi. Non è affatto un gioco pericoloso. Io lo consiglio davvero a tutti.”
Omar Trioni, giocatore:
“Quest’estate, a metà luglio circa, mi arrivò una telefonata da parte di un mio amico. Mi raccontava che nella provincia di Cremona, più precisamente a Crema, c’era la volontà di creare una squadra di calcetto a 5 per non vedenti. Il mio amico mi chiese se volevo partecipare, se il progetto era di mio interesse. Non ci pensai due volte. Era un’occasione alla quale non si può dire di no. Anche perché, come si dice, il treno delle occasioni passa una volta sola.Durante il mese di agosto il mio amico mi spiegò la documentazione che dovevamo presentare: un modulo da compilare per il tesseramento, da consegnare alla società presso la quale siamo affiliati e ospitati. Poi arrivò il giorno clou: mercoledì 14 settembre 2016. Il mio primo allenamento. Quel giorno calpestai per la prima volta quel manto di erba sintetica. Mi ricordo che appena arrivato, assieme al mio allenatore Maurizio Bonioli siamo stati accolti in grande stile, con i giornalisti di testate locali che ci facevano domande per poter raccontare questa realtà nata sul territorio cremonese-cremasco. La loro prima domanda è stata: che cosa ti spinge a giocare a calcio? Ma giocare a calcio è sempre stato un sogno, fin da bambino. Purtroppo, a parte qualche tiro con mio padre o con qualche amico, a causa della mia disabilità non si era andati oltre. I giornalisti mi hanno visto in mano lo smartphone e mi hanno chiesto come facevo a utilizzarlo. Con piacere mi sono messo a spiegare che esiste una sintesi vocale, chiamata Voiceover, che ci legge tutto ciò che viene rappresentato sul nostro Iphone. Ho detto al giornalista di venire vicino a me e gli ho mostrato concretamente come utilizzavo il telefono. È rimasto stupito dalla conoscenza che ho della tastiera. Purtroppo quando non hai la vista, se vuoi tenerti al passo con il mondo di oggi, devi avere tantissima memoria. Immagazzinare nel tuo cervello tante informazioni: in questo caso la collocazione delle lettere sulla tastiera del cellulare. È vero, non è facile tutto questo. Bisogna avere tanta volontà dentro di sé e farla emergere, per poter essere qualitativamente competitivi con chi vede. Magari sfruttando tutti gli altri sensi. Quando ho mosso i primi passi sul campo da gioco la sensazione è stata dir poco magnifica. Perché capivo veramente che il sogno coltivato da tanti anni si stava avverando. Fino ad ora ho partecipato a due dimostrazioni del calcio non vedenti. Si sono svolte entrambe in provincia di Milano. Abbiamo avuto riscontri positivi. Da parte della comunità la curiosità è tanta. L’interesse è enorme, ed è bello poter spiegare prima a livello teorico, e poi a livello pratico, coinvolgendo la gente, facendola giocare con noi bendata. È una novità sostanziale per chi non vi è abituato, giocare in questo modo ottenendo risultati. Del resto al nord Italia, a differenza del sud e centro, le realtà di calcio non vedenti oggigiorno sono appena due: la nostra in Lombardia e la Liguria calcio a Sanremo. Abbiamo la speranza che queste realtà aumentino per avere sempre di più un campionato numeroso e competitivo. Al di là di qualunque descrizione noi possiamo dare di questa esperienza, consiglio a tutti di venirci a vedere. Assistere agli allenamenti rende tutto più chiaro e coinvolgente. Gli allenamenti si tengono il mercoledì e il venerdì dalle 18.00 alle 19.30 presso il centro San Luigi a Crema.”
Maurizio Bonioli, allenatore:
“Io avevo sempre giocato. Sono passato sulla panchina perché non sono più tanto giovane. Tutto è nato un po’ così. Quattro-cinque anni fa erano venuti a Cremona i giocatori non vedenti di Sanremo. Li ho conosciuti tramite un amico. Perché io in quel momento allenavo in un centro sportivo e lui li aveva ospitati in questa struttura. Lì era nata questa conoscenza e avevo preso un po’ visione della situazione. Poi tutto era tramontato, tranne saluti di rito ogni tanto con il loro allenatore, vista la mancanza di attività di questo tipo nella nostra zona. Ma quest’estate mi hanno contattato. E quando mi è stata prospettata questa possibilità con l’accordo della società io ho aderito pienamente. Perché è stata allora ed è ancora oggi qualcosa di molto gratificante, molto sentito e molto stimolante. Ho mollato completamente quello che poteva essere l’ “altro” calcio. Per dedicarmi interamente a questa attività che per me è molto importante. L’ “altro” calcio mi aveva anche un po’ stufato perché rispecchia tutto quello che è la situazione a livello di società attuale, con annessi e connessi: il vero sport lasciava a desiderare. Certo, avrei comunque continuato perché la passione non cesserà mai. Ma quando ho avuto questa telefonata mi sono buttato e mi pare che la cosa stia andando anche bene. Dal punto di vista tecnico sono il primo che deve imparare. Mi baso molto sull’esperienza di Nico. Io avevo nozioni tecniche sul calcio ma mi mancava completamente il rapporto con questo mondo. Scopro quotidianamente che è pari all’altro, se non con dei valori anche migliori. Ci sono regole e modi di agire, di operare, che per me sono nuovi. Ma una mia caratteristica è sempre stata imparare in fretta quello che trovo interessante. Ho persone che mi aiutano e penso che si possa far bene. Questi ragazzi non hanno certo bisogno di essere motivati.Ogni giorno scopro le loro qualità straordinarie. La loro carica e la loro voglia di fare. La loro “normalità” è qualcosa di fantastico. E sarebbe bene che l’altro calcio si avvicinasse a questo per vedere quanto di superfluo e illusorio c’è nel calcio tradizionale. Qui c’è un modo stupendo di vivere lo sport. Pensavo di dare io a loro. E invece sono loro che, quotidianamente, danno a me.”
Nico Cavallotto, guida retro porta:
“Io in questo momento sto cercando di fare il traghettatore dei giocatori dalla realtà precedente a quella nuova. Sto tentando di costituire, insieme agli altri, il gruppo. In modo che si possa sviluppare e che possa camminare con le proprie gambe. E proseguire. A parte questo ruolo di collante e “trasferitore” delle conoscenze che ho acquisito negli ultimi quattro anni nella realtà del Crema Calcio, il ruolo prettamente tecnico che sto assumendo in questa squadra è quello di guida retro porta. I giocatori in campo, per regolamento, possono essere guidati vocalmente da un vedente in ciascuno dei tre terzi di campo nella sua lunghezza. Vicino alla porta, in difesa, c’è il portiere che può parlare quando la palla è in quella zona. Nella zona centrale del campo può parlare l’allenatore che sta fuori, a bordo campo. E nella fascia di attacco può parlare proprio la guida retro porta che sta dietro la porta avversaria. Io devo dare delle indicazioni tattiche e fare da riferimento sonoro per far capire proprio dov’è la porta. Per questo devo stare sempre al centro della porta, per poter dare un’indicazione precisa. Inoltre devo coordinare le azioni che ripartono con palla ferma, come calci d’angolo, punizioni. È un po’ come essere un direttore d’orchestra. Una funzione strategica. Bisogna cercare di comunicare con i giocatori con un linguaggio efficace. In modo da poter trasmettere le indicazioni in maniera essenziale. Trasmettere un messaggio importante per il gioco senza dilungarsi o creare confusione. La modalità va concordata con i giocatori. Si può stabilire un codice segreto in modo che gli avversari non possano capire cosa stai dicendo. Un po’ come i segni del baseball o quelli dei giocatori di briscola! In campo dovrebbe stabilirsi un rapporto molto intimo. Bisogna trovare dei motivi di comprensione e di sintonia. È difficile immaginare di far bene questo ruolo senza entrare in contatto con le caratteristiche dei singoli giocatori e del gruppo. Bisogna conoscerli bene. Capire se uno si trova in difficoltà contro un determinato giocatore o un determinato modo di giocare, per evitare che vada a sbattere contro un certo tipo di realtà che non lo aiuta. Occorre assecondare le inclinazioni personali di ciascuno. Una cosa che c’è sicuramente è che questi ragazzi hanno proprio voglia di giocare. Di riacquistare quello che forse hanno temuto di non poter più fare. Quando Francesco ha perso la vista quasi subito ha detto: Io voglio comunque giocare a pallone. Gli è stato detto che fino a dodici anni non si poteva fare, perché era troppo piccolo. Con il tempo noi quasi ci siamo dimenticati. Ma quando è arrivato a poco più di dodici anni ci ha detto: Allora? Dove andiamo a giocare a pallone? L’aveva tenuto lì. Ma non appena sono scattati i dodici anni ha chiesto che si mantenessero gli impegni presi! Certo, andare e venire dalla Liguria non era semplice. E non eravamo gli unici. C’erano anche persone da Castellanza o da Saronno che partivano con i figli e andavano in Liguria a giocare. Era l’unica realtà della zona. Avendo conosciuto un poco il mondo del calcio non vedente in Italia, io ho tentato di trovare una spiegazione per questa lacuna. E quello che posso dire è che non c’è il giusto modo di impostare l’agonismo in modo che non diventi rabbia o rivalsa dalle frustrazioni. Quello che succede nel campionato italiano è che difficilmente si trovano situazioni amichevoli o che non siano solo formalmente amichevoli. Succede che c’è uno che si è fatto male una volta e da allora ha paura di farsi male e non viene più a giocare. E questa esagerazione dell’idea agonistica magari porta la gente a creare occasioni di rischio o di tensione nervosa. Il piacere di giocare può finire in secondo piano. C’è anche una scarsa preparazione. I ragazzi che hanno provato a giocare a calcio non hanno mai avuto il tempo e le risorse necessarie per diventare degli atleti. E se uno ha difficoltà a stare in equilibrio, è chiaro che se qualcuno lo tocca casca e si fa male. E si fa male perché non ha il fisico, la corporatura, la struttura, l’abitudine. Ogni volta che dicevo che Francesco voleva giocare a calcio, i cosiddetti addetti ai lavori commentavano: Eh, ma è pericoloso. È uno sport pericoloso. A me è sempre sembrato molto strano. Francesco, ad esempio, va sugli sci. E se casca, casca. Come chiunque, non è diverso. Se si cade sul campo di gioco ci si farà un livido o un graffio al ginocchio, come succedeva a me quand’ero bambino, come capita a tutti i ragazzini. Bisogna tenere presente però che i familiari, i care givers, tutti coloro che stanno intorno al mondo dei disabili, sono spesso persone traumatizzate. Io noto che, rispetto a come vedo io la questione, spesso ci sono eccessi di protezione. Essere in squadra con mio figlio è una cosa bellissima perché riesco a seguire quello che fa. È ovvio, qualche volta cerco di stare un po’ in disparte. Ci sono aspetti positivi e negativi. Che io riesca a stargli dietro per lui è anche un vantaggio perché può fare riferimento a una persona di fiducia. Anche dal punto di vista dei trasporti, per esempio. Se c’è da andare a fare una cosa, Francesco non deve alzare il telefono e chiamare l’accompagnatore. Tra noi avviene automaticamente, quando ci parliamo.”
Stefano Sesini, portiere:
“La collaborazione è nata grazie al presidente dell’A.C. Crema 1908, Enrico Zucchi, al quale, oltre ai rapporti di lavoro, mi lega un’amicizia di oltre 30 anni. Quando giocavo a calcio ho sempre avuto il ruolo di portiere. Pertanto, quando Davide Cantoni ha presentato l’idea di creare una squadra di calcio per non vedenti sono stato la prima persona a cui hanno pensato. Ricordo di avere accettato immediatamente. Le regole non sono molto differenti da quelle del calcio a 5. Ci sono ovviamente degli accorgimenti dovuti al fatto che i giocatori sono non vedenti. Per quanto riguarda il ruolo del portiere, invece, ho riscontrato delle differenze molto importanti. In particolare perché quando si danno i comandi ai giocatori in difesa occorre essere molto più precisi, utilizzando termini condivisi, facendo molta attenzione nell’indicare il loro lato destro o sinistro e determinati riferimenti che li aiutino a capire la posizione. È fondamentale creare un forte legame di gruppo. Inoltre è molto difficile intuire dalla posizione del corpo dove calceranno. Sono molto imprevedibili. Far parte di questo progetto sinceramente è un’ esperienza bellissima perché mi ha fatto avvicinare realmente al mondo della disabilità e avere veramente coscienza dei problemi quotidiani, cose per noi scontate, che questi ragazzi affrontano. Ma le cose più incredibili sono la forza, la determinazione e la naturalezza con cui questi problemi vengono affrontati e superati. Ho dei compagni di squadra fantastici, non vedenti e vedenti. Tutte le volte che ci incontriamo sono momenti belli.”
Angelo Colombo, Project Manager – AC Crema 1908 asd:
“Inizialmente io sono stato semplicemente e orgogliosamente il “tramite” tra Davide Cantoni, con il quale ho da tempo un’amicizia, e il presidente dell’associazione sportiva AC Crema 1908 ASD, Enrico Zucchi. È lui che ha istantaneamente realizzato il “sogno” nel cassetto di questi straordinari ragazzi. Ora coordino le attività che la squadra dei sogni sta praticando, dai laboratori tecnici sul campo, all’organizzazione delle partite. Compito non sempre di facile realizzazione. Le squadre non vedenti sono solo sette su tutto il territorio nazionale. E i trasferimenti risultano vere e proprie avventure. Io pianifico anche incontri formativi in cui i nostri giocatori sono chiamati a testimoniare le loro esperienze. L’associazione sportiva Crema 1908 ASD è a tutti gli effetti un’organizzazione polifunzionale e universale. Annovera tra i suoi collaboratori professionisti eccezionali. In grado di studiare e progettare svariate iniziative di valore. Il presidente Zucchi è il primo tifoso e motivatore di questo tipo di iniziative. Il suo motto è “inclusione”. Attraverso il “progetto sportabilità” ha dimostrato a tutto il territorio che lo sport ha un potere straordinariamente coinvolgente, che può unire persone estremamente diverse. E che, attraverso mirate esperienze socio-educative, arricchisce positivamente. Anche il C.O.N.I. ha riconosciuto all’associazione sportiva Crema 1908 ASD la “medaglia d’oro” al merito sportivo, grazie anche alla sensibilità in ambito sociale dimostrata con il progetto “sportabilità”. Oltre ai giocatori non vedenti il Crema ha nelle proprie file due squadre di calcio femminile, le quali stanno rappresentando i colori sociali con passione ineguagliabile. La presenza dei ragazzi del calcio non vedenti non solo è un valore aggiunto, ma un elemento fondamentale alla base dell’associazione sportiva. Ha arricchito notevolmente il nostro personale bagaglio valoriale. Ormai sono i nostri beniamini!Ogni loro allenamento richiama l’attenzione di tutti i nostri tesserati. Diversi tecnici del territorio accorrono per visionare le loro acrobazie: oltre a essere esempi positivi da ammirare, sono anche ottimi atleti. Non si può nemmeno immaginare quali gestualità tecniche riescano a realizzare con la palla. Sono i nostri campioni!Ci sono tanti momenti speciali nella vita di questa squadra. Alcuni anche particolarmente personali. Questi ragazzi hanno sviluppato qualità comunicative spesso inaspettate. Le loro azioni sono a tutti gli effetti vere e proprie lezioni di vita. Vi racconto un momento ironico ed enigmatico allo stesso tempo: uno di loro stava insegnando a migliorare il controllo della palla a un suo compagno di squadra. Gli spiegava che doveva svolgere un diverso movimento del piede. Cosa c’è di strano? Niente a parte il fatto che nessuno dei due vedeva l’altro. Come facevano a capire che uno sbagliava una gestualità? Certo è che loro si sono compresi: hanno continuato a discutere in modo animato per diversi minuti. Sono i misteri della vita! Questi ragazzi sono persone speciali. Ora lo so anch’io.”







