Lo scorso 13 gennaio, Taiwan ha eletto il suo nuovo presidente. Il piccolo stato asiatico, la cui autonomia è soltanto parzialmente riconosciuta dalla cosiddetta Cina popolare o continentale, ha scelto William Lai, pseudonimo anglofono del più complesso Lai Ching-te. Classe 1959, medico prestato alla politica tra le file del Partito Progressista Democratico (PPD) e vice della presidente uscente Tsai ing-wen, Lai è stato eletto dai progressisti con un convinto 40% dei voti, nel corso di una giornata elettorale che lo ha visto battere il Kuomintang nazionalista di Huo Yu-Ih e il giovane Partito Popolare (TTP) del poliziotto Ko Wen-je, costituito nel 2019.
In quella giornata convulsa, ancor più per un Paese dallo status ambiguo come Taiwan, l’atmosfera di attesa l’ha respirata anche Andrea Filippi, 30 anni, medico milanese da qualche settimana a Taichung. È la terza città del Paese dopo Taipei e Kaohsiung, localizzata nella regione centro-occidentale dell’isola principale e raggiungibile in meno di un’ora con l’alta velocità. Andrea, che si trova lì per svolgere un tirocinio in Chirurgia plastica ricostruttiva al China Medical University Hospital, non è uno dei 750 expat italiani censiti dalla Farnesina. Ma quelle ore non le dimenticherà.
I festeggiamenti nelle strade dopo la vittoria di Lai (The New York Times). A destra, Andrea Filippi sotto l’avveniristica Torre 101 di Taipei
Nei 18mila seggi in cui i taiwanesi hanno espresso la propria preferenza, però, i sondaggi preelettorali, che davano il 32% degli aventi diritto al voto favorevoli al mantenimento dello status quo, non hanno sbagliato e il PPD di Lai ha ottenuto il terzo mandato consecutivo dal 2016.
Il 13 gennaio
«Con i colleghi europei chiedevamo informazioni e novità al personale dell’ospedale. Tutti dicevano che avrebbero votato, senza però mai sbilanciarsi sul candidato scelto», inizia a raccontare, ricordando lo spaesamento del primo impatto con la realtà locale. Se in tutto il mondo le elezioni non sono mai un appuntamento qualsiasi, nell’arcipelago asiatico di 150 isole e isolotti, da sempre rivendicato dalla Cina, l’evento diventa una faccenda delicata. Proprio il Dragone, quel giorno, ha tentato di scoraggiare la vittoria autonomista, schierando sei navi militari e otto jet intorno al perimetro dei suoi territori, con il chiaro intento di spingere i cittadini a un voto cauto. Nei 18mila seggi in cui i taiwanesi hanno espresso la propria preferenza, però, i sondaggi preelettorali, che davano il 32% degli aventi diritto al voto favorevoli al mantenimento dello status quo, non hanno sbagliato e il PPD di Lai ha ottenuto il terzo mandato consecutivo dal 2016. Un fatto inedito nella storia del Paese, abituato a vivere in una situazione ibrida sospesa tra indipendenza e spinte riunificatrici cominciata alla fine degli anni ’40 del secolo scorso. Scoperta dai portoghesi, colonizzata dagli olandesi e poi dai giapponesi, dal 1949 l’ex Formosa è autonoma de facto ma rimane ufficialmente sotto il controllo della Repubblica Popolare cinese, che la definisce “regione di Taiwan”, considerandola una provincia, parte del medesimo orizzonte ideologico-culturale. In quell’anno, i nazionalisti del Kuomintang (o KMT) di Chiang Kai-Shek persero la lunga guerra civile con il Partito Comunista di Mao Zedong nel continente e si ritirarono a Taipei eleggendo l’isola a proprio feudo. La dominarono per decenni come Repubblica di Cina, coltivando l’ambizione di riconquistare il potere nella madrepatria ma continuando comunque a mantenere stretti legami con il governo pechinese, fino alla democratizzazione degli anni ’90. Oggi, TTP, nuova forza politica centrista fondata per coinvolgere anche i più giovani, ne condivide la volontà di apertura al dialogo col gigante asiatico.
«Il modo in cui la Cina risponderà alle scelte fatte dagli elettori di Taiwan sarà un test della possibilità di poter gestire le tensioni fra Washington e Pechino o del procedere verso un ulteriore scontro, o anche un conflitto», aveva dichiarato il presidente cinese XI Jinping nel tradizionale messaggio di Capodanno alla nazione, definendo le vicine elezioni taiwanesi “una scelta tra guerra e pace”. E nel pomeriggio del 9 gennaio, la tensione aveva raggiunto il picco quando un satellite partito dalla regione dello Sichuan aveva sorvolato i cieli di Taiwan, allertando la Difesa e facendo impazzire i cellulari di 23 milioni di cittadini, a cui era arrivato un allarme di possibile attacco missilistico. Tra i cellulari che hanno squillato quel giorno c’era anche quello di Andrea: «All’inizio mi sono spaventato ma poi l’ho presa quasi sul ridere», commenta. Dopo le schermaglie, però, il 13 gennaio l’atmosfera era tranquilla compassata come solo i taiwanesi, avvezzi a vivere tra libertà e minaccia costante, sanno essere. E non è sfuggita nemmeno a chi lì ci ha appena messo piede. Andrea: «Sono qui da poco tempo, ma quella mattina mi sono accorto che il clima era stranamente tranquillo. Solo qualche comizio qua e là e piccoli cortei da trenta persone armate di megafono». Le sue parole restituiscono la cronaca di una giornata quasi surreale, trascorsa fra le corsie dell’ospedale e i banchi di street food disseminati un po’ ovunque, a scoprire un Paese nell’ora della verità: «Mentre i taiwanesi erano alle urne, io ho passeggiato per dodici chilometri in giro per la città, da solo. La sera ho incontrato dei colleghi, mi hanno detto che avevano votato e che erano soddisfatti della vittoria dei progressisti. Tra l’altro, erano contenti fosse un medico come loro e come me».
Quella giornata surreale ha visto il candidato vincitore del PPD attestarsi al primo posto con il 40,2%, contro il diretto contendente del Kmt, che si è fermato al 33,49% consensi e il magro 26,,45% del TTP. «Abbiamo resistito alle pressioni esterne», ha detto Lai, riferendosi alle intimidazioni cinesi. A trionfare è stata però la partecipazione elettorale dei taiwanesi, con l’affluenza alle urne che ha registrato il dato record del 70,6% degli aventi diritto: circa 19 milioni di cittadini.

La notifica di allerta missile arrivata sui cellulari di Taiwan lo scorso 9 gennaio
Il nuovo presidente
L’ascesa politica di William Lai si intreccia, come spesso accade, con un vissuto personale difficile. Nefrologo, studi ad Harvard, è partito dal basso, dalla tragedia di un padre minatore, morto nel crollo di una galleria, quando lui era ancora piccolo. È sceso in campo nel 1999, come deputato allo Yuan legislativo (il parlamento taiwanese) e nel 2010 è diventato sindaco di Tainan, facendo della cittadina nel Sud-Ovest indipendentista del Paese la sua roccaforte politica. Nel 2017 la svolta, con la nomina a primo ministro sotto la presidenza di Tsai-ing-wen, sua predecessora, permessa anche dai voti della sua Tainan. Da qui attingerà per scegliere i suoi ministri. Infine, la vicepresidenza dal 2020 al 2024.
William Lai ha voluto commentare il risultato ringraziando il suo popolo «per aver scritto un nuovo capitolo nella nostra democrazia», esprimendo la volontà di salvaguardare il Paese «dalle continue minacce e intimidazioni da parte della Cina», e promettendo la ricerca di una dialettica pacifica con Pechino. A minacciare i suoi propositi e turbare una vittoria annunciata c’è tuttavia la mancanza di una maggioranza parlamentare . Il PPD stavolta l’ha persa, ritrovandosi con un seggio in meno rispetto ai nazionalisti del KMT, che non l’hanno comunque ottenuta. E se è vero che tra i due litiganti il terzo gode, una situazione simile potrebbe giovare al TPP, forza giovane penalizzata alle urne ma vincitrice di otto seggi su 113, che beneficia del diritto di veto sui provvedimenti e cerca i giusti accordi per fare il grande salto. Il 20 maggio prossimo, Lai si insedierà ufficialmente ed è quasi scontato che non farà cenno al Consenso, l’accordo stipulato nel 1992 tra i rappresentanti del Kuomintang e il Partito comunista cinese per regolare i rapporti Cina-Taiwan secondo la filosofia “Una Cina, due sistemi”, rigettato da Tsai Ing-wen nel 2019. Lo stesso citato, invece, da Xi nel suo discorso.

Il neoeletto presidente William Lai (The New York Times)
La reazione della Cina e i rapporti con gli Usa
Una volta certa la vittoria autonomista, il disappunto di Pechino non si è fatto attendere. Il portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan del governo cinese, Chen Binhua, ha sfruttato il mancato raggiungimento della maggioranza da parte del partito democratico progressista per parlare di «risultati che non rispecchierebbero il volere delle persone», ricordando che il voto anti Cina di Taipei «non impedirà un’inevitabile riunificazione». Riunificazione che il Dragone intenderebbe concretizzare nel 2049, in occasione del centenario della nascita della Repubblica popolare. Il ministero degli Esteri taiwanese ha reagito invitando il gigante asiatico a «rispettare i risultati delle elezioni, rinunciando alla sua oppressione contro il Paese».
Alla prevedibile stizza di Xi si è contrapposto il plauso dell’Unione Europea che, pur non riconoscendo formalmente la Cina nazionalista come Stato, ha lodato l’ampia partecipazione della popolazione al voto e la vittoria democratica. «I nostri sistemi di governo sono basati sul rispetto dei principi democratici, dello stato di diritto e dei diritti umani», ha comunicato la UE in una nota, indirizzata a William Lai. E, poco dopo, sono arrivate anche le congratulazioni del segretario di Stato americano Anthony Blinken che, nel corso di una telefonata al neoeletto presidente, ha definito Taiwan «una democrazia forte». I complimenti degli Stati Uniti sono stati ancora meno graditi alle autorità cinesi, infastidite dai seppur sporadici incontri tra Usa e Taiwan; come la visita informale di domenica scorsa dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Haley e dell’ex vicesegretario di Stato James Steinberg, per gli incontri postelettorali con Lai e con la presidente uscente Ing-wen. La Cina ha dichiarato di «opporsi a qualsiasi interazione ufficiale con i taiwanesi», spingendo l’American Institute in Taiwan (che aveva collaborato all’organizzazione dell’incontro) a presentare la visita come viaggio «a titolo privato». A mettere una pezza per tentare di preservare i fragili equilibri raggiunti nel corso dell’ultimo incontro con Xi alla Casa Bianca, lo scorso 15 novembre, ci ha pensato Joe Biden, che ha espresso il sostegno americano al neopresidente definendo il rapporto con Taiwan «solido come la roccia e basato su principi bipartisan» e ribadendo al contempo che «gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza del Paese, che non hanno mai riconosciuto come stato indipendente, ma neppure annesso alla Cina». Del resto, l’isola costituisce un nodo critico dei rapporti tra Usa e Cina sin dai tempi della guerra fredda: gli americani la considerano ambiguamente un partner commerciale e sono pronti a difenderne la sicurezza, pur avendola disconosciuta come entità statale indipendente nel 1979 in favore della Repubblica popolare cinese. Otto anni prima, la Repubblica di Cina era stata sostituita da quest’ultima come rappresentante ufficiale della Cina alle Nazioni Unite, perdendo la legittimità internazionale.
L’arcipelago asiatico è, di fatto, un grande limbo, che può esistere solo nella forma ibrida in cui è nato, per tutelare le simmetrie mondiali e la sua stessa sopravvivenza. Gode di una costituzione e un’identità, di elezioni democratiche e politiche amministrativo-doganali proprie, eppure la sua sovranità è riconosciuta soltanto da una manciata di Paesi nel mondo (tra cui Belize, Guatemala, Paraguay e Haiti). In questo scenario, però, “l’isola che non c’è” conta su una ricchezza strategica: i microchip. L’oro del ventunesimo secolo potrebbe permettere a Taiwan di arginare il rischio di eventuali rappresaglie cinesi in vista dell’insediamento e farsi valere: minacciando di aumentare i prezzi delle microcomponenti elettroniche, oggi indispensabili alla tecnologia civile e militare – dagli smartphone all’industria bellica – anche nella Repubblica popolare, e di rallentarne la produzione. Con il colosso Tmsc, Taiwan detiene insieme alla coreana Samsung il 70% del mercato dei circuiti integrati. Fondamentali per il consolidamento del potere, i semiconduttori sono un altro tema cruciale nella partita tra Cina e Stati Uniti; quest’ultimi, una volta leader nel settore, hanno ceduto il passo ai rivali asiatici ma nel 2019, l’amministrazione Trump ha avviato una nuova strategia di investimenti per tornare ai livelli produttivi di un tempo e prevalere sul mercato orientale. Nel 2022, la successiva presidenza Biden ha poi promulgato il Chips and Science Act (che prevede lo stanziamento di 52 miliardi per l’industria dei microchip e sgravi fiscali alle aziende), consapevole che anche la stessa Cina necessita del contributo occidentale per produrre circuiti di una certa qualità.
Pillole di società taiwanese
La società taiwanese è influenzata dalla sua condizione di incertezza nello scacchiere geopolitico globale, in bilico tra due universi. L’influsso cinese si avverte maggiormente nell’isolamento linguistico della regione, che si registra anche nelle fasce di popolazione più acculturate: «Taiwan è un altro mondo. Solo in pochi parlano inglese, quasi tutti non conoscono altro che il cinese. A Taipei qualcuno si trova, ma qui a Taichung nessuno capisce gli stranieri, tendono a risponderti in cinese e spesso si vergognano di non poter comunicare», rivela in proposito Andrea. Poi continua, pensando alla struttura in cui si trova a lavorare: «È uno stato forse un po’ arretrato ma ci sono comunque grattacieli e belle macchine. Non si può certo definirlo un Paese di serie b». La struttura è un palazzo di venticinque piani che mostra il lato più avanzato dello Stato, dove a curarsi vanno anche malesi e cinesi, sfruttando i benefici offerti da un sistema sanitario universale basato sul modello single-payer. L’accesso è garantito a tutta la popolazione da un ente pubblico attraverso un sistema di assicurazione nazionale (NHI), basato su un’assistenza capillare che arriva a coprire il 99% della popolazione e costi ragionevoli.
Infine, non dimentica di snocciolare qualche aspetto inedito della sua professione: «La mia disciplina, la chirurgia plastica, è piuttosto complicata e qui l’approccio è diverso rispetto all’Italia: meno basato sull’estetica e più sul recupero delle funzionalità, soprattutto nel settore dei tumori testa-collo di cui io mi occupo. In altre parole, se da noi si punta a far uscire il paziente di casa senza che se ne vergogni, qui l’importante è recuperare la capacità di fare le cose più semplici, come mangiare. Non mi sento di dire che la sanità locale sia più avanti di quella italiana, anzi forse è il contrario. Ma è diversa e i medici come me che vengono qui hanno tanto da poter imparare», conclude.

