I talebani hanno messo piede in Europa per la prima volta lo scorso gennaio quando una delegazione di quindici persone, guidata dal ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi, è salita su un jet privato partito da Kabul e atterrato in serata ad Oslo. Scesa dall’aereo, la delegazione si è recata all’hotel Soria Moria, dove dal giorno dopo ha partecipato a tre giorni di colloqui a porte chiuse con membri della società civile afghana (attiviste, giornalisti e personalità impiegate in campo umanitario, economico, sociale e politico) e inviati speciali da Unione europea, Usa, Uk, Germania, Francia e Italia.L’invito è giunto direttamente dal ministero degli Esteri, capitanato da Anniken Huitfeldt: quest’ultima ha scelto di non incontrarli di persona per non dare l’impressione di riconoscere il regime talebano in maniera ufficiale.
Perché proprio la Norvegia, notoriamente membro di una Nato cruciale nelle operazioni condotte in Afghanistan e vittima di un’invasione talebana della propria ambasciata, è stata il teatro di un avvicinamento tra le parti? A primo impatto Asia centrale e Scandinavia paiono essere porzioni di mondo senza punti di contatto. Al contrario, come racconta Francesco Strazzari, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna,“in Norvegia di Afghanistan si è sempre parlato molto: se ne discute ancora di più dalle elezioni legislative di settembre 2021, quando dopo otto anni i laburisti hanno trionfato sui conservatori”. Il politologo sottolinea che, in termini di politica estera, il nuovo governo non ha insistito sulla propria capacità estrattiva di gas e petrolio e sulla solidità del proprio sistema pensionistico, che detiene il due per cento di tutte le liquidità finanziarie globali. E ha riportato al centro dell’attenzione l’impegno su scala globale al servizio del multilateralismo e del cosiddetto peace-keeping per mantenere la pace.
“La politica estera è tornata a essere discussa in termini di contributo alla pace globale. Lo shock della presa talebana ha colpito molto, anche perché in Norvegia, soprattutto sulle questioni di genere e sui diritti fondamentali delle donne, c’è una visione senza dubbio avanzata che è trasversale rispetto allo spettro politico”, dice il politologo Francesco Strazzari.
L’attività diplomatica norvegese non ha sempre percorso la via ufficiale, ma si è servita anche di quella informale: lo ha fatto in Colombia, dove il Norwegian Centre for Conflict Resolution (Noref) ha giocato un ruolo fondamentale nel raggiungimento dello storico accordo di pace dell’agosto 2016 tra il governo colombiano e i guerriglieri Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). L’ha applicata anche all’Afghanistan, imbastendo colloqui blindatissimi per accendere un fuoco che dovrà essere alimentato dai talebani stessi nell’inferno di ghiaccio da cui sono circondati: l’insicurezza alimentare provocata dalla grave siccità e l’inverno rigido contribuiscono a ridurre il Paese sull’orlo del baratro, con più del 90% della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà.
Tra i nomi coinvolti nelle trattative, Strazzari cita Jan Egeland, segretario generale dell’organizzazione umanitaria Norwegian Refugee Council (NRC). Il Norwegian Refugee Council raccoglie fondi per inviare aiuti concreti in Afghanistan, ma teme che non vengano ricevuti da chi ne ha veramente bisogno per le difficoltà riscontrate in seguito alle misure occidentali e statunitensi.
Stessa visione ha il Cospe (Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti), organizzazione umanitaria non governativa fiorentina che opera sul campo in Afghanistan dal 2008 al 2018 a sostegno di bambine, ragazze, donne, persone LGBTI+ e attivisti per i diritti umani(giornalisti, avvocati, insegnanti, studenti). Qui ha realizzato i progetti Vite preziose – processo integrato per la restituzione della dignità alle donne afghane e AHRAM Afghanistan Human Rights Action and Mobilisation e ora ha appena lanciato la campagna #Unasolasquadra, con donazioni da effettuare tra il 24 gennaio e il 13 febbraio a sostegno delle donne afghane.
Silvia Ricchieri è la responsabile dei progetti Cospe in Afghanistan e descrive la difficoltà di evacuare le persone dopo le prime tornate dell’estate 2021 e di accedere ai corridoi umanitari.“Pensavamo di riuscire ad evacuare molta più gente e invece non c’è stato verso. Sono state evacuate quelle prime persone e poi basta, non è stato più possibile far uscire nessuno. Non sono stati concessi visti umanitari di nessun tipo, perlomeno in Italia, un po’ di più nel resto d’Europa e molto di più negli Stati Uniti, Canada e Australia. Le attiviste e le ong che conoscevamo e con cui lavoravamo sono in parte uscite ma sparpagliate sia in Canada che in Germania e in parte sono rimaste dentro e quindi dobbiamo sostenerle e mantenerle in vita”.
Silvia Ricchieri del Cospe: “Molte attiviste sono state arrestate, uccise, molte ancora si stanno nascondendo. Quindi dobbiamo organizzare la protezione di queste donne. Ad esempio, pagare una famiglia che ospita un’attivista è un aiuto alla famiglia stessa e protegge l’attivista da potenziali denunce”.
Ricchieri accenna anche aTamana Zaryabi Paryani e Parwana Ibrahimkhel, ex studentesse universitarie di Kabul portate via dalle loro case da uomini armati mercoledì 19 gennaio. Il loro destino è ignoto, il loro attivismo no: hanno sempre partecipato alle manifestazioni della capitale afghana chiedendo lavoro, istruzione e libertà, Notizie su di loro sono state richieste attraverso la petizione su change.org #NorwayRejectTaliban, lanciata dal National Resistance Front of Afghanistan prima dei colloqui di Oslo. Le loro foto sono state mostrate dall’attivista Hoda Khamosh prima dell’incontro con i Talebani. Il sintomo di un attivismo che rifugge dalle strade represse e si muove soprattutto online, specie su Twitter. E ha provato a farsi sentire in sicurezza tra i muri di una stanza d’albergo norvegese.