Una targa commemorativa in via Vittorio Emanuele 24 a Milano recita: “In questa casa visse Dino Buzzati. Giornalista, scrittore e pittore.”.Sono passati 50 anni dalla morte dell’autore bellunese, che con i suoi articoli ha raccontato la cronaca nera italiana dal dopoguerra. Lo stile semplice, la ricerca del dettaglio e l’utilizzo delle similitudini sono stati gli strumenti che l’inviato ha messo a disposizione dei suoi lettori. E la sua modalità di scrittura si è rivelata essenziale per coinvolgere il pubblico in un’epoca in cui la maggior parte degli eventi non si poteva guardare, ma leggere.
Buzzati, nei suoi 43 anni di carriera al Corriere della Sera, trascorreva le notti in redazione nell’attesa della grande occasione, come il sottotenente Dogo aspettava l’arrivo dei Tartari nella Fortezza Bastiani.
«Prima il giornale era l’unico mezzo con cui si potevano diffondere le notizie. Oggi la carta continua a resistere, ma viene bruciata da Internet. Una piattaforma in cui video e immagini dominano sul testo, permettendo al fruitore di entrare direttamente a contatto con il fatto senza alcun tipo di mediazione», commenta Lorenzo Viganò, giornalista del Corriere della Sera e curatore dell’opera di Dino Buzzati.La possibilità di guardare e soprattutto di assistere in diretta allo svolgimento degli eventi è stato un cambiamento che ha rivoluzionato i tempi, i metodi e la figura del cronista.
«Con l’avvento del web, l’informazione riesce a raggiungere le persone anche quando non vogliono mentre nel dopoguerra, quando Buzzati era un inviato, le notizie andavano cercate», ricorda Viganò. Il reporter girava tra ospedali e commissariati a caccia di notizie ma era anche il redattore che si occupava dell’impaginazione degli articoli. Buzzati nei suoi 43 anni di carriera al Corriere della Sera ha ricoperto entrambi i ruoli, trascorrendo le notti in redazione nell’attesa della grande occasione come il sottotenente Dogo aspettava l’arrivo dei Tartari nella Fortezza Bastiani.
Il cronista deve essere una figura scrupolosa, capace di usare la sensibilità della prima e la semplicità e l’immediatezza del secondo per dare profondità al testo.
Il racconto per immagini non ha però alterato la necessità di trasmettere al pubblico quei particolari e dettagli che solo l’occhio umano riesce a captare, elaborare e riportare all’interno di un articolo. Una sfida che, come riporta Viganò, diventa sempre più difficile da superare perché «un conto è assistere in diretta al crollo delle Torri Gemelle, un altro è provare a raccontare lo stesso evento con parole che suscitino nel lettore sentimenti che neanche la televisione riesce a trasmettere». Secondo il giornalista la soluzione a questo problema consiste nell’utilizzare un particolare aspetto dello stile di Buzzati: l’unione tra letteratura e giornalismo. Il cronista deve essere una figura scrupolosa, capace di usare la sensibilità della prima e la semplicità e l’immediatezza del secondo per dare profondità al testo. «Buzzati ha una marcia in più rispetto agli altri giornalisti della sua epoca – ci tiene a sottolineare Viganò – perché andando sul posto dove era avvenuto il fatto e osservando attentamente l’ambiente, riusciva a cogliere dei particolari che erano unici proprio perché soltanto lui era in grado di individuarli».
Lorenzo Viganò: «I testi di Buzzati sono ancora vivi perché, con il suo linguaggio semplice, sensibile e accurato riusciva a trasmettere sentimenti impossibili da comunicare con le immagini».
La “specie di demonio” di Rina Fort in via San Gregorio, che aveva ucciso la moglie e i tre figlioletti del suo amante nel 1946. La cronaca da inviato sul disastro della diga del Vajont, dove un sasso grande come una montagna era caduto in un bicchiere d’acqua alto centinaia di metri, provocando la morte di 2mila persone. L’articolo in cui un Gesù in croce posto sopra la camera ardente di Albenga osserva i corpi di 43 bambini, senza capire il perché abbiano perso la vita. «Questi testi di Buzzati sono ancora vivi e pulsanti, perché con il suo linguaggio semplice, sensibile e accurato riusciva a trasmettere quei sentimenti che sono impossibili da comunicare con le immagini», conclude Viganò.