Nella mia vita ho avuto l’immensa (e immeritata) fortuna di trascorrere la Pasqua in diversi e tra i più meravigliosi luoghi del mondo. Un anno mi trovavo nella romantica e suggestiva Parigi; nel 2009 ero nella frenetica New York e ricordo che proprio la mattina di Pasqua, dopo la Messa, passeggiai per delle ore nell’immenso Central Park. Diversi anni prima ero con la mia famiglia nell’esotica Marrakech a festeggiare una Pasqua poetica nel deserto, lontano dalla città.In tempi più recenti (dal 2016 al 2018) ho vissuto due anni in Bolivia, come volontario, in uno sperduto villaggio a 4.500 metri sulla Cordigliera delle Ande: quelle sì, furono Pasque intense ed estremamente ricche di significato, al fianco degli ultimi, a contatto con le periferie dell’umano, con i minatori e i campesinos boliviani. Ho la presunzione di credere che la Pasqua (dall’aramaico Pesach, che significa passaggio), cioè la risurrezione di Cristo, assuma un valore ancor più forte se vissuta al fianco di chi tutti i giorni incarna la sua quotidiana Passione. Con don Antonio – il prete missionario con il quale ho vissuto – andavamo a giro per le comunità della nostra parrocchia a dire Messa e a condividere momenti di genuina prossimità.

Ho vissuto molte Pasque in giro per il mondo, a contatto con altre genti, altre culture, altre lingue; ho goduto di menù pasquali – annoso problema di tutte le famiglie italiane – tra i più svariati: assaporando una tajine marocchina o affondando i denti nella salatissima carne di lama addolcita dalle patate andine; banchettando in un distinto ristorante della Grande Mela o seduto per terra con un centinaio di persone, raccogliendo il cibo con le mani da un variopinto telo steso al suolo (pratica che in Bolivia chiamano apthapi).Eppure, da buon bergamasco, ho come l’impressione che la Pasqua abbia sempre il profumo della polenta che si amalgama con i formaggi fusi nel paiolo, o il sapore degli arrosticini di agnello fatti andare sulla brace, o ancora la dolcezza della pastiera che mio zio (di origini meridionali) prepara in abbondanti quantità.

E se non potremo uscire di casa, poco male, nessuno potrà certo impedirci di intraprendere un “Voyage autor de ma chambre” . Forse potrebbe essere l’occasione per rivalutare il conosciuto, e vivere una Pasqua certamente più semplice ma non per questo meno vera. 
Evidentemente anche io quest’anno ho dovuto desistere dall’idea di trascorrere queste festività in qualche remota terra straniera. E tuttavia sto apprezzando oltremodo l’avvicinarsi di questa straordinaria Pasqua.In fondo, la Quaresima non è forse periodo di digiuni e rinunce? Tutti noi, in diversa misura, abbiamo dovuto rinunciare a qualcosa di questi tempi. Qualcuno si è spinto a dire che questa Quaresima da segregati in casa sia stata tremendamente efficace e abbia svolto appieno il suo lavoro, cioè di prepararci a vivere la Passione e la Risurrezione con spirito nuovo, certamente diverso dal solito (anche per chi non crede, si intende). Chiedendoci di accompagnare le sofferenze altrui o vivendo noi stessi l’esperienza di un rinnovato Getsemani, di un’intima e silenziosa via Crucis personale.

E se non potremo uscire di casa, espandere i nostri orizzonti, gustare etniche pietanze, poco male, nessuno potrà certo impedirci di intraprendere, per esempio, un “Voyage autor de ma chambre” (Viaggio intorno alla mia camera, 1794) come romanzava Xavier de Maistre nelle sue sei settimane di isolamento. Forse potrebbe essere occasione di apprezzare e rivalutare il conosciuto, di vivere una Pasqua certamente più semplice ma non per questo meno vera.