Una condanna all’ergastolo, più di trent’anni di carcere e nessuna responsabilità. Con la vicenda giudiziaria ai danni di Beniamino Zuncheddu è stato stabilito un nuovo primato temporale: tra i precedenti, troviamo solo i 22 anni toccati a Giuseppe Gulotta e i 21 di Angelo Massaro, entrambi non-assassini. Impossibile non sentire il lontano eco del caso Tortora. Quando la giustizia rimane sulla superficie, va di mezzo chi non ha colpe.
Assolto “per non aver commesso il fatto”: è questa la sentenza definitiva deliberata della Corte d’appello di Roma il 27 gennaio nei confronti del pastore sardo Beniamino Zuncheddu, accusato l’8 gennaio 1991 di essere responsabile di un triplice omicidio. Si tratta di quella che nelle cronache giudiziarie è stata denominata “strage del Sinnai”, ovvero il Comune della Sardegna dove si è consumato l’assassinio di tre pastori: Gesuino Fadda, il figlio Giuseppe e un loro dipendente, Ignazio Pusceddu. Il verdetto finale sancisce l’innocenza che Zuncheddu ha rivendicato e ripetuto per ciascuno dei trentatré anni di carcere che è stato ingiustamente costretto a vivere.L’accusa è stata sostenuta per anni sulla deposizione fallace di Luigi Pinna, unico testimone oculare del massacro nel quale rimase gravemente ferito. Le lacune nella dichiarazione dell’uomo verranno riconosciute solo nel 2019, quando il legale del condannato, Mauro Trogu, riuscirà ad ottenere un’istanza di revisione dalla procuratrice generale di Cagliari, Francesca Nanni. Usciranno intercettazioni ambientali nelle quali Pinna ammetterà il proprio pentimento per la falsa deposizione. Da quel moment, trascorreranno tre anni ma Beniamino Zuncheddu resterà in carcere.
Nell’estate del 2023, l’uomo ha un crollo psicofisico che spaventa tutti coloro che lo assistono. Il suo avvocato si rivolge così alla garante dei detenuti della Regione Sardegna, Irene Testa, che rende pubblica la vicenda nella sua trasmissione Lo stato del diritto su Radio Radicale. Gaia Tortora, giornalista e conduttrice di Omnibus su La7, ospita in trasmissione Testa e Trogu. Il caso spopola e la giustizia si velocizza. Si scopre, come dichiarato dal testimone Pinna, che egli accusò il pastore di Sinnai dopo che un poliziotto, Mario Uda, gli aveva mostrato un’immagine di Zuncheddu. In pratica, Luigi Pinna è stato indotto a rivolgere le proprie accuse verso Zuncheddu che era, in realtà, innocente. Secondo quanto dichiarato dal “supertestimone”, anche le pressioni esercitate dall’ufficiale di polizia Mario Uda su Luigi Pinna sono state decisive affinché Pinna indicasse l’allevatore Zuncheddu ome unico colpevole. Uda ha respinto queste accuse ma l’ipotesi di plagio si è rivelata decisiva per riaprire le indagini. Alla fine del mese di gennaio 2024, la Corte d’appello di Roma assolve Zuncheddu per non aver commesso il fatto. Finisce così la detenzione di un uomo che è entrato in carcere poco prima di compiere 27 anni e ne è uscito a 59. Praticamente, una vita intera trascorsa in cella, senza godere nemmeno degli istituti premiali previsti dalla legge, perché si è sempre dichiarato innocente. Non poteva ammettere di aver commesso un reato rispetto al quale era completamente estraneo.
Dibattere, senza retorica
Per Irene Testa, garante dei detenuti della regione Sardegna, “è sbagliato far passare il caso Zuncheddu come limite, perché poi si rischia di estemporarlo e svincolarlo da un problema strutturale che riguarda circa mille persone l’anno”.
Gli effetti drammatici di questa vicenda giudiziaria sulla persona, non sono sufficienti per non concentrarsi sulle falle del sistema giudiziario italiano. «In questi giorni, ciò che interessa è se quest’uomo ha dormito, come si è sentito il giorno in cui è stato liberato, cosa farà adesso, quando invece non ci si rende conto che bisognerebbe approfondire altri temi: perché Beniamino è stato in carcere trentatré anni e perché non si è riusciti a fare qualcosa già tre anni fa?» commenta Irene Testa, che è anche tesoriera del Partito radicale. «Mi porrei, invece, tante domande sul perché un cittadino italiano debba avere paura della giustizia. Il problema è che si fa passare questa vicenda come caso limite. Forse lo è nella lunghezza, ma sappiamo per certo che le ingiuste detenzioni sono quasi mille ogni anno. Quindi è solo un modo per non affrontare la mala gestione della giustizia che rischia di fare entrare in un tritacarne molte persone». In questa drammatica traversìa legale, i Radicali hanno portato alla luce quanto stava accadendo. Ovvero «che il processo era fermo da tre anni in Corte d’appello e che, nel frattempo, Beniamino si stava lasciando andare. Solo quando la stampa nazionale si è interessata alla sua salute, è stato accelerato tutto». È dunque anche per merito dei giornalisti che si sono occupati del caso che l’iter ha preso slancio, visto che il tribunale, da solo, non è minimamente riuscito a rispettare i tempi. «Non si vuole affrontare una riforma della giustizia a 360 gradi. La magistratura per prima non accetta che vengano attuate modifiche significative. Lo abbiamo visto anche in parlamentto: si è provato con la via referendaria, che è uno strumento in mano ai cittadini, ma si è completamente silenziato anche il referendum sulla giustizia».
Irene Testa fa riferimento ai quesiti referendari abrogativi che vinsero nel 1987 e che ottennero, tra l’altro, la responsabilità civile dei magistrati. L’anno successivo, però, il parlamento approvò la legge n. 117, nota come “legge Vassalli”. Questa legge, sostenuta da democristiani, socialisti e comunisti, affrontava la questione del “risarcimento dei danni causati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”. Ma, secondo i radicali, la legge si discostava dalla volontà espressa dagli italiani nel referendum, perché stabiliva che la responsabilità per eventuali errori commessi durante l’esercizio delle funzioni giudiziarie non ricadesse direttamente sul giudice, bensì sullo Stato. «Cosa farà Beniamino, che è entrato in carcere a 26 anni ed è uscito a 60? Non potrà certo recuperare tutto quello che ha perso. Credo che si rischi di lasciarsi sfuggire un’occasione importante di dibattito e di trasformazione di alcune situazioni che non fanno funzionare bene i meccanismi giudiziari, come le indagini preliminari, dato che quasi tutte le ingiuste detenzioni sono proprio il frutto delle stesse, mal fatte».
Innocenti in carcere
Ciò che è toccato a Beniamino è più che un sintomo della malattia di cui soffre la giustizia italiana, perché la sua lunga prigionia è stata solo la metastasi di un cancro. Dal 1992 al 31 dicembre 2022, si sono registrati 30.556 casi di innocenti finiti in stato detentivo: vuol dire che, in media, oltre 985 cittadini l’anno si ritrovano dietro le sbarre senza avere alcuna responsabilità dei delitti che vengono loro attribuiti.
Se diamo un’occhiata agli ultimi dati disponibili, si leggono numeri altissimi: 547 episodi di malagiustizia nel 2022, tra errori e ingiuste detenzioni. Gli abbagli giudiziari veri e propri sono stati otto, numero che non dà molte indicazioni riguardo alla portata del problema. Il discorso cambia se si fa riferimento alla spesa totale in risarcimenti, che sfiora i dieci milioni di euro nel solo 2022, circa sette volte superiore a quella dell’anno precedente.
La questione non è solo economica, ma soprattutto umana. Chi è vittima di processi errati deve trascorrere un periodo detentivo ingiustificato, il che ha effetti sulla sua psiche; troppo spesso le assoluzioni non hanno la stessa eco mediatica delle incarcerazioni e le vittime recuperano con difficoltà, e mai appieno, la loro reputazione. Dati aggiornati al 30 gennaio 2024 registrano a partire dall’inizio dell’anno, già 13 suicidi in carcere e 19 morti per altre cause (omicidio, malattia, overdose e motivi ancora da accertare). Numeri record. Le famiglie, dal canto loro, spesso vivono le fasi processuali con estrema angoscia e si vedono strappare senza valide ragioni un componente del nucleo familiare. Il caso di Enzo Tortora è per ovvie ragioni emblematico: il conduttore di Portobello trascorse 1.185 giorni del mirino della giustizia, con l’accusa di associazione a delinquere di tipo mafioso, salvo poi essere prosciolto da tutte le accuse.
Assuefazione da malagiustizia
Gaia Tortora non usa mezzi termini. Le sue parole derivano da una vita spesa a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla malagiustizia che, come è noto, l’ha toccata negli affetti più stretti. «Quando una persona è detenuta ingiustamente, nel nostro Stato diventa un caso politico. Stupisce che, alla fine di tutto e a pochi giorni dalla sua assoluzione, non sia arrivata a Zuncheddu una telefonata dalle istituzioni. Stiamo parlando di trentatré anni, praticamente un record assoluto. Non vorrei che questo Paese fosse davvero assuefatto a tutto». Ma c’è una giustizia che opera bene? «Non lo so, però sicuramente ci sono Paesi in cui funziona meglio. La nostra è lenta, farraginosa. A volte si arrestano le persone senza nemmeno una prova, ma un sospetto. Quando incappi in una vicenda e sai di essere una persona perbene hai paura perché non sai se, quando e come ne uscirai. E, comunque vada, ne uscirai macchiato». Nella storia processuale di Zuncheddu, a destare lo stupore della giornalista hanno contribuito le gravi lacune dell’impianto accusatorio: «Tutte le volte in cui ero in udienza al processo di revisione mi sono chiesta come fosse stato possibile condannare un uomo all’ergastolo sulla base di falsità: era già evidente allora che fossero illazioni, dichiarazioni da persone non attendibili».
Il processo ha ripreso il via grazie al prezioso lavoro dell’avvocato Mauro Trogu e dalla procuratrice Francesca Nanni. Dal punto di vista dell’informazione, alcuni giornalisti hanno dato un input mediatico per portare alla luce la vicenda e, soprattutto, velocizzarla. Al contrario, la stampa non è onesta quando diventa tribunale nazional-popolare e filtra i fatti in base a quello che Tortora definisce il “derby della politica”: «È esattamente quanto sta succedendo con il caso Salis. C’è un impazzimento politico e mediatico inutile che non fa bene al messaggio che bisognerebbe trasmettere, scevro da tifoserie di parte». Il caso dell’attivista e insegnante trentanovenne, arrestata a Budapest con l’accusa di aver ferito dei manifestanti di estrema destra, è già stato politicizzato. L’opinione pubblica dovrebbe essere meno passiva e più ricettiva. «Non bisogna essere per forza eletti al Parlamento o fare politica: tutti possono fare qualcosa. Io continuo ad andare in giro per le carceri: cerco di capire, ascoltare, verificare. Non pretendo che gli altri facciano come me, però se chi sta comodamente a casa sua, ogni tanto, si facesse venire qualche dubbio, cominciasse a sentenziare di meno, cercando di capire e approfondire e a non giudicare sulla prima cosa che gli arriva addosso, sarebbe già un passo avanti».
Pazienza e fede
“Avvocato, ci vuole pazienza”. Bastano queste quattro parole per cercare di spiegare che tipo di persona sia Beniamino Zuncheddu. Trentatré anni sono tantissimi, soprattutto se sei costretto a viverli nella cella di un carcere, da innocente. Ma lui la speranza non l’ha mai persa: «Mi diceva che bisogna vivere giorno per giorno, nella fede che la verità, prima o poi, venga venire a galla. E ha avuto ragione lui». Parla l’avvocato Mauro Trogu, colui che ha preso in carico l’incredibile caso dell’allevatore sardo ed è riuscito ad arrivare alla verità. Trogu ha deciso di aiutare il suo assistito e di accettare l’incarico come avrebbe fatto con qualsiasi altro caso giudiziario. Ma nel momento in cui ha approfondito la lettura delle carte processuali qualcosa non tornava: «Rimasi stranito dal contenuto delle sentenze di condanna. A quel punto mi sono detto che, come era stato condannato Beniamino, qualunque cittadino italiano avrebbe potuto subire una condanna per un fatto non commesso. Perché quella sentenza era strutturata in modo inaccettabile». Ma quali sono queste mancanze intollerabili? «In quel processo, l’orientamento dei giudici nella valutazione delle prove fu totalmente schiacciato sulla prospettiva del pm. I dubbi più che ragionevoli sollevati dalla difesa furono scartati e bollati anche in malo modo. Le tesi ricostruttive furono qualificate con aggettivi molto brutti: si parla di tesi fantasiose, assurde, disperate, di follie addirittura. E questo fatto è ancora più grave oggi perché noi sappiamo che quelle tesi erano vere, perché sono le stesse che sono risultate provate all’esito del giudizio di revisione. Traspare che tutte le prove erano state valutate partendo dall’idea che Beniamino Zuncheddu fosse colpevole».
Come se non bastasse, il pm che per primo si occupò del caso, Fernando Bova, solo quattro anni prima era stato condannato dalla sezione disciplinare del Csm per aver tenuto in prigione un testimone accusato di falsa testimonianza, quando quel reato non era più punibile. «Una violazione così grave venne sanzionata con una semplice ammonizione; quindi, ciò che mancava allora, ma che manca ancora nel nostro ordinamento giudiziario, è un sistema serio di verifica dell’azione dei magistrati e di un opportuno apparato sanzionatorio. Infatti, sono rarissimi i casi in cui un magistrato in Italia è stato fatto decadere dalle proprie funzioni».
Malagiustizia, falsità, pregiudizi dei giudici sono solo alcuni degli elementi che hanno condotto un innocente a varcare le porte della Casa Circondariale di Cagliari “Ettore Scalas”. Porte che sono rimaste chiuse per tanto, troppo tempo.