Errore di laboratorio? Pandemia artificialmente scatenata? Piaga divina abbattutasi sul genere umano? Contagio uomo-animale? Le teorie elaborate in questi mesi circa la nascita e la diffusione del Covid-19 sono state numerosissime e tra le più fantasiose. Ad oggi, nessuno può dire con certezza che cosa abbia dato il la al diffondersi del virus, eppurealcune riviste scientifiche tra le più autorevoli hanno dato credito all’ipotesi di un contagio proveniente dal mondo animale. Per molti il pipistrello è l’indiziato numero uno, per altri sarebbe stato il pangolino – simpatico mammifero squamoso – a contrarre il Covid e a contagiare l’uomo. Pipistrello o pangolino poco conta: questa indagine zoologica non fa altro che mettere in luce un problema che sta alla radice e che può essere ragionevolmente contenuto sotto il macro-cappello del bracconaggio e del commercio illegale di animali.
In diverse parti del mondo (in special modo in Cina e in Indocina) sono ancora ampiamente diffusi i Wet Market: mercati dedicati unicamente alla vendita di animali selvatici provenienti da tutto il mondo, smerciati, il più delle volte, ancora vivi o macellati sul posto. Un giro d’affari che, solo in Cina, genera miliardi di dollari ogni anno. Quello di Wuhan è uno dei wet market più grandi dell’Asia, dove quotidianamente vengono stipati in minuscole gabbie, accatastate l’una sopra l’altra, centinaia di specie animali esotiche provenienti dall’Africa e dall’America Latina e vendute per il consumo umano. Non è difficile credere che, in questo incontrollato marasma bestiario, il virus sia passato senza troppa difficoltà dall’animale all’uomo.
Dietro al mercato nero degli animali selvatici, dietro alle loro barbare uccisioni e allo smercio delle loro carcasse c’è un giro d’affari che ha lo stesso peso, in termini di guadagni, dei mercati illegali del narcotraffico.
Una pratica assurda e perversa, quella del bracconaggio e del mercato illegale di animali selvatici, che ha origini antiche e che è ancora lontana dall’essere debellata. Una piaga mortifera che il lockdown non ha contribuito a placare. Basta infatti inserire la parola “bracconaggio” in qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto delle stragi che vengono quotidianamente perpetrate verso qualsivoglia specie animale. A partire dagli elefanti, ricercatissimi per l’avorio delle loro zanne, che rimangono tra le prede più ambite dei bracconieri: negli ultimi giorni in India sono stati trovati cinque cadaveri di pachiderma uccisi per divertimento o per profitto.Stessa sorte toccata a diversi esemplari di rinoceronte il cui corno viene smerciato a peso d’oro soprattutto nel Sud-Est asiatico: secondo una certa branca della medicina alternativa, il corno di questi animali ha proprietà medicinali e afrodisiache miracolose, tanto che un chilo può arrivare a costare quasi 100mila dollari sul mercato nero. È proprio di questi giorni la controversa decisione (tutta da verificare) delle autorità del Botswana che avrebbero deciso di tagliare i corni ai rinoceronti (pratica definita dehorning e che non causa nessun dolore all’animale ma che lo rende più vulnerabile) per disincentivarne il bracconaggio e dunque l’estinzione di questa specie.
Si va dalle zanne degli elefanti, ai corni di rinoceronte; dalle pinne di squalo alle squame di pangolino. E poi, ancora, i bracconieri si mettono a disposizione del commercio illegale di ossa di tigre, bile di orso e carni di tartaruga
È del 13 giugno scorso la notizia che ha indignato il web sollevando feroci critiche e polemiche:in Uganda un gruppo di bracconieri ha ucciso Rafiki, capobranco di una famiglia di gorilla di montagna considerato il “re” dei primati. Sempre nei giorni scorsi in Malesia sono stati confiscate 6 tonnellate di squame di pangolino, ritenute portentose dalla medicina asiatica e rivendute a prezzi inaccessibili se non per una minima parte della popolazione. Così come portentose sono considerate le ossa di tigre, le pinne di squalo (sequestro record il 20 giugno scorso a Hong Kong: 26 tonnellate), la bile degli orsi, le carni di tartaruga.
La risposta a questi crimini è, certo, l’indignazione, la forte presa di posizione e la condanna senza riserve. Ma potrebbe non bastare. Come non basterà di certo il ponte sospeso, eretto alla Isla del Coco in Costa Rica, realizzato con le reti e le boe confiscate ai pescatori di frodo che danno la caccia agli squali.Dietro al mercato nero degli animali selvatici, dietro alle loro barbare uccisioni e allo smercio delle loro carcasse c’è un giro d’affari che ha lo stesso peso, in termini di guadagni, dei mercati illegali del narcotraffico. Dietro ai wet market cinesi (che sono comunque solo una piccola parte del traffico di animali) c’è una delle piaghe globali più micidiali del nostro tempo.
(immagine di copertina – agenzia Getty Images)