“L’espansione delle colonie proseguirà con impeto”. Il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato di recente che avallerà la costruzione di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania, in particolare nella zona a Sud-Est di Gerusalemme chiamata Gush Etzion, al confine con il governatorato della città di Betlemme. L’area in questione è circondata da territori dell’area C e da insediamenti ebraici in area B, come le colonie di Keidar e Tekoa. Nonostante le pressioni internazionali su Israele affinché smetta di costruire, Smotrich ha confermato questo nuovo piano chiamato Mishmar Yehuda.

Dopo gli accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania è stata divisa in tre diverse zone di competenza. Nell’area A sia l’autorità civile che il controllo militare spettano ai palestinesi. Nell’area C il controllo è pienamente in mano agli israeliani, mentre nell’area B Israele esercita il controllo dei confini ma non ha autorità civile. È in atto dal 1993 un continuo processo di colonizzazione militare  da parte di Israele e un tentativo di interrompere il dominio territoriale dei palestinesi. La città più ambita della West-Bank è senz’altro Gerusalemme e la scelta delle posizioni dei nuovi insediamenti non è casuale. La parte occidentale della città santa è nel pieno controllo di Israele dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 e Gerusalemme Est è piena di insediamenti e colonie ebraiche. Il deserto della Giudea è una riserva naturale sotto il dominio israeliano e circonda le macroaree urbane di Gerusalemme e Betlemme.

Gli insediamenti israeliani sul territorio palestinese, non sempre legalmente autorizzati ma accettati dallo Stato ebraico, spezzano il legame di terra tra le città degli autoctoni palestinesi. Secondo Elisa Ferrato, architetto specializzato sulle architetture di occupazione per l’Oxford Brookes University, “in queste condizioni di mancanza di continuità territoriale, non esistono le premesse, anche teoriche, per la creazione di uno Stato palestinese”,

La cartina della Cisgiordania allo stato attuale dei fatti ci mostra come l’arcipelago dello stato palestinese, se mai ne esisterà uno, viene progressivamente sommerso dall’oceano israeliano che continua a risicare territori di avamposto in avamposto. E lo fa attraverso l’architettura dell’occupazione che prevede delle strategie che si conformano alla morfologia del territorio. Gli israeliani individuano delle alture nelle valli palestinesi e posizionano dei caravan, ovvero dei prefabbricati temporanei ovviamente illegali.

“Queste colonie nascono come degli avamposti, su queste collinette si insediano un paio di caravan. Sono considerate colonie illegali anche se lo stato israeliano fornisce comunque tutti i servizi, come la corrente elettrica, la connessione a internet, la rete idrica eccetera. Nei territori dell’area B in particolare se i palestinesi dovessero ribellarsi al tentativo di occupazione, i coloni illegali verrebbero difesi dall’esercito israeliano che ha il dominio in queste zone. Una volta raggiunto un certo numero di abitanti lo Stato arriva a riconoscerle ufficialmente.”

La ricostruzione di Elisa Ferrato, Phd all’Oxford Brookes University e architetto specializzato sul tema dell’architettura dell’occupazione, ci aiuta a comprendere il sottile filo tra ciò che gli accordi di Oslo del 1993 hanno avallato, pur non volendolo, e ciò che viola il diritto internazionale e la quarta convenzione di Ginevra, che dovrebbe garantire l’incolumità dei civili in tempi di guerra. La Cisgiordania non è ancora coinvolta nel conflitto che è per adesso circoscritto a Gaza, rasa ormai al suolo, e al confine israeliano a Nord con il Libano, ma il presidio militare è causa di un clima costante di incertezza e di paura. L’espressione “creare nuovi fatti sul territorio” (creating facts on the ground) usata dal governo israeliano ha due livelli di lettura subalterni e correlati. La possibilità di creare i presupposti per uno stato israeliano in Palestina passa dall’annullamento di un eventuale confine riconoscibile di uno stato palestinese.

Gli insediamenti israeliani sul territorio palestinese, non sempre legalmente autorizzati ma accettati dallo Stato ebraico, spezzano il legame di terra tra le città degli autoctoni. “L’obiettivo è sempre stato quello di creare una fascia di separazione di sicurezza tra Israele e Giordania e delle fasce orizzontali che separavano le maggiori città palestinesi. Una tra Salfit e Ramallah una tra Ramallah, Gerusalemme e Betlemme, proprio per spezzare la continuità territoriale e indebolire la popolazione palestinese. Così si elimina una caratteristica fondamentale di una nazione, che non può avere dei confini precisi se non vi è continuità territoriale tra le città principali dello stato. Dopo gli accordi di Oslo ci sono delle isole nell’oceano israeliano. Di fatto anche se vi abitano dei civili le colonie hanno una funzione militare.”

Esistono dei casi in cui la resilienza della popolazione locale riesce a superare le imposizioni di accordi algidi e spuri, che non tengono conto delle sensibilità e delle tradizioni di chi abita quei luoghi. A Battir, sul versante Nord del confine con Israele a ridosso di Gerusalemme Ovest, l’agricoltura è sempre stata fonte di vita e di sopravvivenza, ma anche sipario di bellezza incontaminata.

L’Unesco nel 2014 ha inserito Battir nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità per il modo in cui la popolazione, secoli e secoli fa, è stata in grado di creare dei giardini pensili attraverso un sistema di terrazzamenti che crea uno spettacolo naturale mozzafiato. Dopo il 1993 il 75% percento dei territori di Battir è stato inglobato nell’area C, sulla quale i cittadini palestinesi non hanno la possibilità di costruire nuove case, se non con autorizzazioni dei coloni. Per dare una nuova vita alla comunità del villaggio i cittadini hanno così deciso di costruire nuove case sopra le vecchie abitazioni in modo da riutilizzare il suolo pubblico già a disposizione: “Le persone di Battir hanno una forte coscienza sociale, la comunità è molto coesa e vedono nel loro patrimonio storico una prova di esistenza, mentre Israele pensa di sostituirsi agli indigeni senza neanche conoscere la storia di quei posti. Possiamo definire questo comportamento come un’espressione di ‘adaptive resilience’, ovvero come lo spirito di adattamento che in momenti di crisi, spinge gli individui a superarsi per trovare delle soluzioni che garantiscano una dignitosa sopravvivenza. E anche qualcosa di più. La conoscenza della storia della propria terra e l’importanza dei Giardini e delle vecchie abitazioni è stata trasmessa alle nuove generazioni e ciò ha creato uno spirito di appartenenza nonostante l’oppressione della colonizzazione.”

BATTIR

L’Unesco dal 2017 tutela anche il sito della città vecchia di Hebron, a Sud di Betlemme. La storica città palestinese è stata oggetto di divisioni e scissioni che nel corso degli anni hanno contribuito a creare un clima di allerta costante a causa della creazione di aere ad accesso limitato per entrambe le popolazioni. In particolare, nel 1997, dopo il massacro di Hebron risalente al 1994, la città fu divisa in Hebron 1 (H1), controllata interamente dai palestinesi, ed Hebron 2 (H2) pari al 20% del territorio della città sotto il dominio militare israeliano. È proprio in questa piccola parte della città che continuano a sorgere i maggiori disagi dal momento che risulta quasi impossibile passare da una parte all’altra del confine: i checkpoint sono estremamente severi e selettivi.

In un regime di occupazione la realtà di Tel Rumeida a sud ovest di H2 è un esempio di resistenza che Elisa Ferrato ha testimoniato in prima persona: “A Tel Rumeida, quartiere della città storica di Hebron, sono sotto un regime di occupazione militare. I palestinesi sono soggetti a un controllo da parte dei militari costante e senza preavviso. Non c’è mai la certezza che la giornata vada nel modo in cui tu hai pianificato. Però molti inidigeni di Tel Rumeida non hanno intenzione di lasciare il proprio territorio. L’identità delle proprie origini è più forte di qualsiasi asperità dettata da un costante stato di vigilanza e di incertezza. Come a Battir, gli abitanti di Tel Rumeida negli anni hanno costruito e ristrutturato le proprie abitazioni spesso all’oscuro dei controlli israeliani, lavorando soprattutto di notte. Quando il tuo luogo d’origine viene danneggiato e impoverito quello è il momento giusto per prendersene cura come mai era stato fatto prima.”

TEL RUMEIDA