Le proteste che da tempo stanno percorrendo le strade di Israele sono un sintomo della profonda crisi di identità che lo stato ebraico sta attraversando. Non è tanto la guerra con Hamas, che tra l’altro ha portato a una temporanea compattazione interna, che sta dividendo la società. I primi segnali di un conflitto si sono manifestati già nel 2022, con l’entrata in carica del sesto governo di Benjamin Netanyahu. La maggioranza che si è costituita, la più a destra nella storia israeliana, è inedita. Per la prima volta partiti come lo Shas, Potere Ebraico e Sionismo religioso hanno conquistato le posizioni più alte del potere. «Alla creazione dell’esecutivo hanno contribuito le vicende personali dello stesso premier, che assediato dai processi a suo carico ha trovato in queste componenti estreme l’unico gli unici alleati disposti a sostenerlo», sostiene il giornalista di Limes ed esperto di questioni Israeliane Davide Assael.

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Storicamente la destra laica israeliana è partita da posizioni radicali, ma è stata anche capace di grande pragmatismo, basti pensare al Trattato di pace con l’Egitto del 1979, fattore totalmente assente nei partiti che oggi affiancano Netanyahu. Questi hanno una concezione politica in cui l’elemento religioso è dominante, proponendo un modello sociale premoderno su temi come la condizione femminile e i diritti della comunità LGBTQ. Inoltre essi sostengono una completa annessione dei territori palestinesi, che nella loro concezione biblica sono di diritto dello Stato ebraico. Questi gruppi hanno cominciato ad aver peso nel 1967, dopo l’occupazione della città vecchia di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni. La conquista dell’antica capitale biblica aveva dato nuovo impulso a queste correnti, fino ad allora minoritarie, che hanno sostenuto l’occupazione israeliana della Cisgiordania, per loro Giudea-Samaria, appoggiando il movimento dei coloni e la costruzione degli insediamenti ebraici sui territori arabi.

Nel 2022 per la prima volta partiti della destra messianica come lo Shas, Potere Ebraico e Sionismo religioso hanno conquistato le posizioni più alte del potere. Questo posizionamento, secondo il giornalista di Limes ed esperto di questioni israeliane Davide Assael “rischia di provocare una regressione democratica dello Stato di Israele”

Questa visione politica non è tollerabile per le componenti laiche della società, di cui la città di Tel Aviv, moderna e progressista, è l’immagine lampante. Esse non accettano il cambiamento che l’ideologia religiosa sta portando al Paese; e questo rifiuto è presente anche nelle comunità dei kibbutz, le grandi fattorie collettive che per molto tempo sono state il simbolo stesso del sionismo delle origini, completamente estraneo ai canoni religiosi. Non a caso la visione dominante al momento della fondazione dello stato ebraico era quella socialista di stampo europeo e occidentale.

Sebbene non vi sia una soluzione alternativa a quella proposta dal governo, l’annessione dei territori è categoricamente rifiutata. Sempre secondo Assael, l’opposizione è dettata da due pericoli: «Da una parte ciò potrebbe portare ad una maggioranza araba nel Paese, dunque snaturando l’essenza ebraica di Israele, magari con l’elezione di primi ministri arabi, mentre un’annessione senza concedere una completa cittadinanza ai palestinesi condurrebbe di fatto ad un sistema di apartheid, provocando una “regressione democratica dello Stato». Ed è proprio la questione dei territori che ha causato le principali critiche contro il governo sulla guerra in corso. Poco prima che Hamas attaccasse il 7 ottobre, l’esecutivo aveva ridotto la presenza delle truppe al confine con Gaza, spostando alcuni battaglioni in Cisgiordania per proteggere i coloni, a scapito della sicurezza dello Stato.