È tumultuoso e avvolgente come il fiume Drina Toni Capuozzo quando parla della guerra nei Balcani. L’ex inviato del Tg5 durante i combattimenti nell’ex Jugoslavia è uno dei testimoni più adatti per riflettere sugli accordi di Dayton che fecero cessare il conflitto in Bosnia 25 anni fa. Il 14 dicembre 1995 Milosevic Tudjman e Izetbegovic, leader rispettivamente di Serbia Croazia e Bosnia, posero la parola fine ad una delle guerre più scioccanti della storia del Novecento. Una firma però non cancella stragi e genocidi che sono ancora vivi nella mente delle persone che abitano quei territori martoriati. La guerra nei Balcani è stata spesso indecifrabile agli occhi degli italiani. In quell’alveo di omicidi brutali e nomi di città impossibili da pronunciare serve qualcuno capace di traghettare le persone verso una conoscenza più limpida. Ecco allora che Toni Capuozzo si trasforma idealmente nel barcaiolo Jamak, il personaggio nato dalla penna di Ivo Andric descritto nel romanzo “Il ponte sulla Drina”. Il vecchio Jamak traghetta i viaggiatori da una sponda all’altra della Drina con fare brutale, rozzo e burbero. Toni Capuozzo parla invece con voce roca e gentile riflettendo su quello che è stato, quello che è, e quello che sarà di quei luoghi.

“Il giudizio su Dayton deve essere separato: da una parte ebbe il merito di porre fine ad una guerra che si trascinava da anni, dall’altra parte invece ibernò una lettura etnica del conflitto. L’accordo aveva previsto la costruzione di una Bosnia tripartita con una Repubblica Serba, un’entità musulmana a Sarajevo e nelle zone protette, e una forte autonomia della parte croata. Il risultato fu che la separazione etnica è diventata l’architrave su cui si legge una federazione debole, con le cariche politiche assegnate per quote etniche”. La Bosnia di oggi è un Paese fragile, con una corruzione abbastanza diffusa, nella quale si può girare liberamente ma dove i confini sono ancora vivi “nella mente delle persone”. Se oggi è complicato capire la sua struttura politica, era ancor più complicato negli anni Novanta capire il conflitto. “Il nostro è un Paese estremamente provinciale, e lo dice uno cresciuto nella provincia. Per provinciale intendo che legge gli eventi che arrivano dall’estero con il cortile di casa che è molto ideologico. Io intendo provinciale proprio questo punto di vista  in cui tutto quanto è piegato al principio “dimmi con chi stai e ti dirò chi sei”. Questo intendo io per provinciale.Quello che succede nei Balcani è incomprensibile perché non si capisce quale sia la destra e quale sia la sinistra. Questo diventa fatale perché produce indifferenza, persino una cortina fumogena quasi razzista per cui improvvisamente i Balcani vengono visti come un posto di selvaggi dove si cavano gli occhi, dove si sgozza, dove ci si uccide a vicenda in Paesi dai nomi impronunciabili. Così una guerra a poche centinaia di chilometri da noi, con gli aerei che partivano da Aviano e le navi nell’Adriatico diventa una specie di continente incognito dove non sai dove schierarti. A parte rari casi in quel periodo non c’erano manifestazioni, non si capiva quali erano i tuoi e quali gli altri. Io non penso che il giornalismo italiano abbia fatto male nei Balcani, e non lo dico solo in onore di quelli che ci hanno lasciato la vita. Però avevano un pubblico sordo e muto perché non si capiva con chi stare, non si capiva chi erano i buoni o i cattivi”.

Durante la guerra nei Balcani ci si perdeva in un insieme di nomi simili tra loro: Arkan, Ahmici, Sarajevo, Mladic, Vukovar, Srebrenica. Nomi di città martoriate mischiati a quelli di criminali che hanno ucciso senza pietà. Una selva dell’orrore nella quale ogni nome rappresenta una storia, una ferita che fatica a cicatrizzarsi. Chi ha visto la guerra come Toni Capuozzo non riesce per quanto possibile a cancellare i drammi che quei nomi si portano dietro.

È difficile scegliere un ricordo ma siccome ero vicino è inevitabile che pensando alla guerra in Bosnia mi venga in mente la strage nel mercato di Markale a Sarajevo. Fui uno dei primi ad accorrere e ho ancora davanti agli occhi immagini difficilmente cancellabili.”

Se il reporter di guerra non dimentica gli orrori visti, la politica guarda ai Balcani con occhi diversi, senza pensare alla storia e ai ricordi che si celano dietro a quei luoghi. Oggi l’Europa vede i Balcani come un corridoio di immigrazione sul quale accendere i riflettori di sorveglianza dice Capuozzo. La Slovenia è parte viva e integrante dell’Europa e poi c’è una specie di discesa in un cuore oscuro, che Conrad avrebbe potuto raccontare bene. Già la Croazia è avviata ad essere Europa ed è già frontiera dell’Europa. Poi pian piano arriviamo a questo cuore oscuro che sono la Bosnia, il Montenegro in parte, la Serbia e il Kosovo dove c’è ancora una missione internazionale. Vedo un’Europa molto restia ad interrogarsi. Oggi siamo molto più preparati a descrivere i sovranismi ungheresi di Orban che a raccontare i Balcani che come banco di prova dell’Europa penso siano la testimonianza di un fallimento.Come possiamo pensare che l’Europa sia un interlocutore solido e  però critico di potenze emergenti come la Cina o di potenze più incerte oggi come gli Usa, o di Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, se non siamo stati capaci nel cortile di casa di lavorare alla costruzione di qualcosa che andasse pian piano allineandosi agli standard sociali, politici, economici e culturali dell’Europa stessa? Se Bruxelles non è capace di fare questo, come possiamo pensare che possa essere capace di vincere altre sfide e di avere un peso? Come possiamo permetterci di dire cosa deve essere la Siria, oppure i rapporti tra israeliani e palestinesi? È ovvio poi che la politica estera dell’Europa diventa risibile. È come andare in casa d’altri e pretendere di insegnare a pulire quando invece a casa tua non sei neanche capace di fare la raccolta differenziata.  Forse l’unico punto positivo per l’Europa è stato la Macedonia dove si è evitato che si scivolasse dentro un conflitto e si è mantenuta una fragilità di composizione etnica all’interno di standard accettabili”.

Questa è l’attualità ma se si torna indietro alla guerra di Bosnia, la parola fallimento fa tristemente rima con il genocidio di Srebrenica, quando nel luglio 1995 più di 8mila musulmani furono massacrati dalle milizie serbe. Ci vorrebbe un libro, anzi più di un libro e più di uno storico per parlare con competenza e rigore di uno dei massacri più violenti che la storia umana ricordi. La voce di tutti però è comunque utile per ricordare un dramma consumatosi appena cinquant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando alle camere a gas e ai genocidi dei nazisti si era alzato il coro “mai più”. “Quello fu soprattutto il fallimento fragoroso della politica delle Nazioni Unite. Srebrenica e le safe areas sono un fallimento dell’Onu. Alcuni fallimenti come Restore Hope in Somalia bene o male servirono da lezione. Da allora gli americani ad esempio hanno rifiutato di partecipare a qualsiasi missione che avesse un comando non americano e questo ha fortemente consolidato una strategia fai da te dell’America sganciatasi dalla strategia delle Nazioni Unite. Il fallimento nei Balcani ha scatenato invece qualche inchiesta giudiziaria in Olanda ma non la constatazione che dovrebbe essere ovvia che non ci può essere iniziativa politica senza uno strumento militare adeguato a sostenerla. I caschi blu in quel caso olandesi e in altre aree francesi lavoravano sostanzialmente con entrambe le braccia legate dietro la schiena, al di là della pavidità o del coraggio del singolo comandante.Non abbiamo imparato niente da quello. Uno può ben capire che la missione Onu in Siria, con l’Europa dietro, è stata sostanzialmente ininfluente perché se non c’è anche una politica militare di pace in grado di dare delle gambe robuste su cui marciare a un piano di pace non vai da nessuna parte. Non fai altro che rifare nello che è stata la missione Onu nei Balcani per quattro anni, ovvero la fleboclisi che tiene in vita un paziente moribondo. Ovviamente questo nulla toglie all’eroismo e alla generosità dei singoli, come quegli italiani a bordo di aerei che vennero abbattuti mentre portavano coperte a Sarajevo. Insomma non toglie nulla alla buona volontà dei tanti. Però dovrebbe insegnare qualcosa.”

La storia dovrebbe insegnare ma non sempre si presta attenzione a questa vecchia maestra che spesso trova impreparati i suoi scolari. La lezione sui Balcani in particolare non è stata seguita come avrebbe meritato. Le orchestre di Goran Bregovic hanno contribuito a descrivere quei territori vicini a noi geograficamente ma lontani dalla nostra comprensione. La musica balcanica all’apparenza sembra chiassosa e confusionaria: suonano le trombe, cantano i tamburi e l’atmosfera si riscalda. Dietro al chiasso allegro delle fanfare e al suono delle percussioni si cela però un velo di malinconia e tristezza. La musica di Bregovic così ricca di melodie rappresenta appieno la storia dei Balcani e il suo mix di culture e tradizioni che solo nella musica sembra trovare un senso. Le melodie dovrebbero far viaggiare la mente e far dimenticare le sofferenze del passato. Nei Balcani però non si dimentica perché tutto fa ancora troppo male.

“Nei Balcani c’è una memoria quasi minacciosa, è un luogo in cui si ricorda molto e che è condannato alla memoria.

Le famiglie raccontano quel periodo come se fosse successo ieri. Noi abbiamo più allegria nel girare pagina e nel non approfondire la storia e questa è una fortuna che non c’è nei Balcani, dove tutto questo diventa quasi un segreto familiare custodito di generazione in generazione.”La condanna alla memoria è una pena che forse anche noi dovremmo espiare..