«La parola più bella del dizionario è dazi».È bastata questa frase, pronunciata da Donald Trump al Chicago Economic Forum di ottobre, per far alzare più di qualche sopracciglio in segno di disapprovazione. Il Tycoon, però, non si è fermato lì e ha deciso di rincarare la dose: dopo la vittoria alle elezioni, un suo post sul social Truth ha scatenato reazioni in tutto il mondo.Il futuro presidente degli Stati Uniti d’America, infatti, ha annunciato che, dal primo giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2025, imporrà dazi del 25% su tutti i prodotti importati dal Messico e dal Canada, mentre alla Cina spetterà l’applicazione di una maggiorazione del 10% rispetto ad ogni dazio deciso.

 

Gli Stati Uniti si infliggono un danno?

Stando a quanto affermato, il provvedimento mira a fermare il traffico di stupefacenti e il passaggio di migranti illegali attraverso il confine USA. Naturalmente questi cambiamenti darebbero uno scossone agli equilibri economici e geopolitici mondiali, minando una stabilità che già è precaria:«L’attuazione di questa politica è un pericolo per il Messico, che attualmente si avvantaggia del fatto di avere un costo della manodopera più basso rispetto agli Stati Uniti. Anche questo gli permette di inserirsi in una catena globale del lavoro molto connessa, soprattutto con i cinquanta stati americani».A parlare è Pietro Reichlin, economista, professore di economia all’università LUISS di Roma e co-direttore del RoME (Master in Economics). Che prosegue: «Ciò significa che il Messico è riuscito ad esportare nei settori tradizionali del manifatturiero e che la possibile promulgazione delle suddette norme metterebbe lo Stato in seria difficoltà.Quello che, però, considero paradossale è che l’istituzione di queste imposte ostacolerebbe l’ascesa stessa della potenza statunitense; questo perché la produzione manifatturiera tra i due Paesi è diventata molto interconnessa, di conseguenza vi è uno scambio di prodotti intermedi. Quindi, un freno all’esportazione e all’industria manifatturiera messicana potrebbe causare notevoli problemi alle imprese americane».A sostegno di quanto affermato dal professor Reichlin arrivano i numeri: solo nel 2023 l’interscambio tra i due Paesi è stato di circa 800 miliardi di dollari e l’80% delle esportazioni messicane sono state destinate al consumo americano; se questo non servisse a far capire la portata degli scambi commerciali che li coinvolgono, basti pensare che il Messico è il maggiore produttore di veicoli dell’America Latina e il principale esportatore negli Stati Uniti.

 

Retaliation e immigrazione

Il muro al confine tra Messico e Stati Uniti - Fonte: vaticannews

Il muro al confine tra Messico e Stati Uniti – Fonte: vaticannews

Le conseguenze per l’inquilino della Casa Bianca e per il popolo americano non finirebbero qui:«L’imposizione di dazi, potrebbe causare delle risposte: quando uno Stato attiva delle barriere doganali, c’è la concreta possibilità che si scateni una reazione da parte di chi si sente danneggiato e che si inneschi una retaliation (una sorta di ritorsione, che vede l’imposizione di determinate misure, in riposta all’azione di altri). Quindi assisteremmo ad una chiusura generalizzata del commercio, che avrebbe effetti devastanti per tutti gli attori coinvolti».Vanno in questa direzione le parole dell’attuale presidentessa messicana Claudia Sheinbaum, che ha affermato che non è con le minacce o con i dazi che si fermano l’immigrazione clandestina e il traffico di droga. Eletta da poco più di due mesi, prima donna a ricoprire l’incarico, la Sheinbaum è pronta a limitare l’emigrazione incontrollata verso gli Stati Uniti, senza però seguire le direttive di Trump: «L’attuale amministrazione messicana, così come aveva fatto il presidente Andrés Manuel López Obrador, ha comunque cercato di evitare un grosso flusso di migranti verso gli Stati Uniti», sottolinea Antonella Mori, prof.ssa di Macroeconomia e Scenari Economici all’Università Bocconi, a capo del programma ”America Latina” dell’ISPI.«Ma il punto è che, stando a quanto dichiarato dal neoeletto presidente statunitense, l’obiettivo è quello di portare a termine anche un piano di deportazione, quindi rispedire a casa gli immigrati illegali. Si tratta di circa quattro milioni di persone che non hanno documenti e che sono un’importante fonte di reddito per le loro famiglie rimaste in Messico».È molto comune in Sudamerica che chi riesce a passare la frontiera trasferisca somme di denaro nel suo Paese d’origine, le cosiddette “rimesse”. Per capire la portata del fenomeno, basti pensare che, nel 2023, questa pratica costitutiva il 4,2% del PIL del Paese. «In altri Stati le rimesse giocano un ruolo ancora più significativo: a El Salvador e in Honduras, ad esempio, arrivano a pesare tra il 20% e il 25% del PIL nazionale». Senza contare che, notoriamente, negli Stati Uniti, interi settori lavorativi si poggiano quasi esclusivamente sulla manodopera illegale, di cui gli immigrati irregolari rappresentano un enorme bacino d’utenza. Tutti questi sono fattori che non possono passare inosservati: nel caso le affermazioni del Tycoon avessero un seguito, si potrebbero aprire scenari economicamente preoccupanti.

 

USMCA, l’accordo di libero scambio

USMCA - Fonte: texasfarmbureau

USMCA – Fonte: texasfarmbureau

Le azioni prefigurate da Donald Trump durante la sua prossima amministrazione potrebbero in qualche modo avere un legame con la revisione del Trattato sul libero scambio con Messico e Canada (USMCA), prevista nel 2026.«L’USMCA sostituiva il NAFTA (Accordo nordamericano per il libero scambio), ritenuto dallo stesso presidente “il peggior accordo firmato dagli Stati Uniti”. È stato voluto e ratificato nel 2018, durante la prima amministrazione Trump; quindi, in un certo senso, modificandolo andrebbe contro i suoi stessi interessi. È innegabile però – prosegue la Mori – che il suo atteggiamento protezionista renderà le negoziazioni molto complesse.Aggiungo che, rispetto a pochi anni fa, a livello geopolitico molte cose sono cambiate, non ultima la rinnovata presenza economica cinese in Messico. Anche per questo il colosso asiatico verrà fortemente ostacolato dai rivali americani attraverso screening degli investimenti (controllo capillare degli investimenti stranieri). Perciò è vero che la revisione degli accordi avverrà solo nel 2026, ma i negoziati inizieranno subito, e questo ci permetterà di vedere quali saranno gli atteggiamenti delle due parti».I forti contrasti che intercorrono tra le maggiori potenze mondiali non sono un buon punto di partenza per giungere ad un compromesso che soddisfi tutti e il protezionismo osteggiato dal nuovo presidente a stelle e strisce non sembra inserirsi in maniera coerente in un contesto globale che spinge nella direzione opposta.

 

Il protezionismo funziona?

«Per me la risposta protezionistica significa tornare indietro e, tra l’altro, è una soluzione autolesionista – sostiene Reichlin – perché genera un aumento dei costi e dell’inflazione domestica e una perdita di potere d’acquisto. Naturalmente ha effetti distributivi, cioè non eguali all’interno di un’economia: ci sono dei settori che ci avvantaggiano e altri che ci perdono. Però tutte le valutazioni e le stime di cui noi disponiamo ci dicono che, generalmente, tutti i trattati di libero commercio, incluso l’USMCA, hanno avuto effetti positivi sui Paesi che vi hanno partecipato.La grossa riduzione dell’occupazione nel settore automobilistico negli Stati Uniti, ad esempio, non è dovuta soltanto agli scambi, all’apertura commerciale e neanche al fatto che sono state delocalizzate delle produzioni, ma è da associare principalmente al progresso tecnologico, che tende a una sempre maggiore automazione e ad un aumento della produttività». Non sembra quindi questa la strada da percorrere e, realisticamente, anche Trump potrebbe aver voluto forzare la mano per vedere quali fossero le possibili reazioni dei suoi partner commerciali.

Carovana verso gli Stati Uniti - Fonte: AP Photo/Edgar H. Clemente

Carovana verso gli Stati Uniti – Fonte: AP Photo/Edgar H. Clemente

Le certezze sono poche, ma su una in particolare si fa fatica a credere che The Donald possa cambiare idea:«Il contrasto all’immigrazione illegale è stato uno dei cardini della sua campagna elettorale. È chiaro quindi che lui farà di tutto per bloccarla, ancora più di quanto fatto nella prima presidenza, utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione: che sia attraverso un ordine esecutivo o grazie al pieno appoggio del partito repubblicano, vittorioso sia alla Camera che al Senato», afferma Antonella Mori. Che conclude: «Le carovane che stanno partendo dal centro del Sud America raccolgono per lo più ragazzi haitiani, venezuelani e qualche cubano. Si formano perché, man mano che camminano, le persone si incontrano e fanno gruppo. Per una questione di sicurezza, preferiscono muoversi insieme, piuttosto che andare separatamente». La rappresentazione, forse, di un ultimo disperato tentativo di superare un confine che potrebbe diventare quasi invalicabile.