«Quando finalmente inizi a pensare di esserti integrato, quando finalmente inizi a dimenticare di essere uno straniero, sono i giapponesi a ricordartelo». È con queste parole che Giulia (nome di fantasia), che da 23 anni vive a Tokyo e lavora come interprete, docente, traduttrice e guida, descrive il difficile rapporto del Sol Levante e del suo popolo con l’immigrazione. «Se con stranieri intendiamo gli occidentali, allora i giapponesi amano gli stranieri. Nell’immaginario comune c’è una certa curiosità nei nostri confronti, ma è nella vita di tutti i giorni che le cose cambiano. Lì il giapponese è giapponese e lo straniero è straniero, si percepisce quotidianamente una forte barriera anche nei rapporti interpersonali. Non si è mai veramente integrati: dopo 23 anni, se dovessi dire di essere riuscita a farmi degli amici giapponesi, mentirei. Colleghi, conoscenze, rispetto reciproco sicuramente sì, ma amicizia vera e propria no».

Questo tipo di mentalità chiusa al diverso, mischiata a un fortissimo nazionalismo che da sempre ha caratterizzato il Giappone, è alla base del nuovo disegno di legge approvato a giugno 2024 da entrambe le camere giapponesi, quella alta, detta dei Consiglieri (Sangiin), e quella bassa, detta dei Rappresentanti (Shūgiin) della Dieta Nazionale (Kokkai, il parlamento nipponico). La nuova legge rivede significativamente le politiche dell’Immigration Control and Refugee Recognition Act che, se da un lato apre a una maggior facilità d’immigrazione per i lavoratori stranieri con basse e medie qualifiche, dall’altro stringe le maglie sull’intransigenza verso coloro che posseggono lo status di residenti permanenti, introducendo maggiori possibilità per il governo di revocare questo determinato tipo di visto. Le principali modifiche prevedono la possibilità per i residenti permanenti di poter perdere la propria residenza, e quindi di essere espulsi dal Paese, nel momento in cui non sono più in grado di pagare le tasse e i contributi previdenziali oppure se commettono reati. Motivazioni più che legittime che hanno, però, sollevato più di una preoccupazione sulle sue applicazioni. C’è infatti chi si chiede se la revoca si applichi anche a chi perde il lavoro in seguito al fallimento di un’azienda; a chi ha problemi di salute prolungati e non può più lavorare o a chi, a causa di discriminazioni e mobbing, è costretto a licenziarsi.

«La revoca è prevista solo per casi dolosi, come l’inadempienza intenzionale – è la risposta a questi dubbi del ministro della Giustizia, Hideki Makihara –. I residenti permanenti che vivono normalmente non saranno coinvolti». Linea peraltro condivisa e portata avanti dal resto del partito al governo, l’Ldp (Liberal Democratic Party). Tuttavia, come sottolinea il giornalista Ken Uzuka del quotidiano Mainichi Shinbun, «non c’è alcuna garanzia che termini come “intenzionale” o “doloso” non vengano applicati arbitrariamente».

L’immigrazione in Giappone

Quello dell’immigrazione in Giappone è un tema che negli ultimi anni è diventato un paradosso. Da sempre una nazione isolazionista, restia ad aprire i propri confini alle altre popolazioni, dopo la grande recessione del 2008 implementò addirittura un’iniziativa di “pay to leave” che offriva ai lavoratori stranieri tremila dollari americani per incoraggiarli a lasciare il Sol Levante. Situazione a oggi capovolta dato che, per sopperire alla crisi demografica e raggiungere l’obiettivo di crescita del governo, il Paese avrà bisogno di sei milioni e 740 mila lavoratori stranieri entro il 2040. Il tutto in un contesto che non vede troppo di buon occhio lo straniero, basti pensare che il Giappone è l’unica democrazia sviluppata che non possiede una legge antidiscriminazione verso gli immigrati.

Conclamato è anche un gap a livello economico tra giapponesi e immigrati: stando ai dati del Cabinet Office’s Economic White Paper for Fiscal 2024, che per la prima volta include una sezione che si concentra specificatamente sui lavoratori stranieri, risulta che il loro guadagno sia inferiore di circa il 28% rispetto ai colleghi locali. A questo ha contribuito anche l’impossibilità di cambiare azienda per gli stranieri con visti ridotti (fattore anche culturale dato che la maggior parte dei giapponesi lavora per una sola compagnia per tutta la vita), e il fenomeno della negative assimilation per cui gli stipendi degli immigrati, col tempo, si abbassano invece che alzarsi.

 

pexels-apasaric-2506923Le proteste

Un paradosso che quindi vede in Giappone il bisogno spasmodico di manodopera straniera per sopperire alla crisi demografica ma che al tempo stesso, come sostiene Zeng Deshen della Yokohama Overseas Chinese Association, organizzazione che rappresenta e supporta la comunità cinese in Giappone, «viola i diritti umani degli stranieri e dice loro che non sono i benvenuti. È una questione seria che va nella direzione opposta alla realizzazione di una società multiculturale».

La Yoka non è però l’unica associazione che, negli ultimi mesi, si è mossa contro la revisione della legge sull’immigrazione. L’argomento ha suscitato un certo clamore in ambito politico dove il Cdp (Constitutional Democratic Party of Japan), ovvero il principale partito d’opposizione, ha aspramente criticato il disegno di legge. E sebbene riguardi una fetta minore della popolazione e sia quindi passata in sordina ai più, ha comunque ricoperto un certo ruolo nel dibattito nazionale soprattutto sui giornali di stampo internazionale, tra le organizzazioni e le associazioni vicine agli stranieri e che si battono per i loro diritti. Il sei giugno, ad esempio, proprio fuori dall’edificio che ospita gli uffici della Camera dei Consiglieri a Tokyo si è tenuta una manifestazione organizzata dalla Korean Residents Union in Japan (Mindan) che ha coinvolto più di 500 persone. Il gruppo ha protestato contro l’emendamento dichiarando che «destabilizzerà la vita di tutti i residenti permanenti e delle loro famiglie facendole vivere nella paura».

Della stessa opinione si è detto anche Takeshi Iwata, presidente della Kanagawa Bar Association, l’associazione degli avvocati che operano nella prefettura di Kanagawa. Intervistato dal quotidiano Asahi Shinbun, Iwata ha criticato la legge, in particolare sulla possibilità di revocare il visto anche a coloro che vengono condannati per crimini che comportano pene brevi o sospese, affermando che la legge «impone una doppia punizione ai residenti permanenti e destabilizza lo status di chi, insieme, ha costruito la società giapponese».

Secondo i dati dell’Immigration Services Agency of Japan i residenti stranieri in Giappone sono circa tre milioni e 590 mila. Di questi, quelli che posseggono lo status di residenti permanenti e che potrebbero essere coinvolti dalla revisione dell’Immigration Act sono circa 890 mila, pari a quasi il 25%. Lo sa bene la Solidarity Network with Migrants Japan (Ijuren) che il 15 maggio ha lanciato una petizione online per protestare contro la legge raccogliendo 40 mila e 947 firme.

«Molti dei residenti permanenti non hanno mezzi di sussistenza al di fuori del Giappone, compresi molti che sono nati e cresciuti qui – scrive Ijuren –. La possibile revoca anche a seguito di violazioni minori rende queste persone soggette all’ampia discrezionalità dell’ufficio immigrazione. Preoccupa non solo chi possiede il visto ma anche le loro famiglie e chi, in futuro, vorrà richiedere questo status. È un cambiamento discriminatorio che non riconosce le persone come cittadini. Poiché miriamo a realizzare una società veramente coesa, ciò è del tutto inaccettabile».

 

Opinioni contrarie

Non tutti, però, la pensano allo stesso modo. Marco (nome di fantasia), che vive a Sendai da più di dieci anni con la famiglia, non ha visto la sua vita cambiare dall’approvazione della legge. «Si applica a chi non paga le tasse, qui in Giappone c’è l’obbligo di pagare quelle, i contributi e l’assicurazione sanitaria, più le tasse comunali e di prefettura – spiega –. Se sei in regola questi cambiamenti non ti toccano. Non credo che riguarderà molto gli italiani che vivono qui, a meno che qualcuno non sia rimasto in arretrato a causa del covid, magari chi ha attività commerciali».

Anche Giulia non pensa che questi cambiamenti avranno un impatto sulla sua vita. «Credevo che fosse già così. È improbabile che si mettano a cacciare chi è costretto a richiedere un’esenzione dal pagamento delle tasse per motivi reali, un conto è non poterlo fare e un altro è non farlo volontariamente». Ma aggiunge: «Leggo però che, adesso, bisognerà portare la propria resident card ovunque si vada. Se si arrivasse a revocare il visto soltanto perché ci si è dimenticati a casa la carta allora quella sì che sarebbe un’esagerazione; una volta è capitato a un’amica mentre passeggiavamo, ho dovuto andare a prenderla io a casa sua mentre lei rimaneva con la polizia che ci aveva fermato per un controllo, forse proprio perché non eravamo giapponesi. Purtroppo, tra i tanti lati positivi di stare qui come la sicurezza, ce ne sono anche altri negativi. Vivere in Giappone non è per tutti, si è molto isolati, è una società in cui funziona tutto perché come mentalità si pensa prima al bene del gruppo e della comunità e solo poi al proprio. Per questo tu, che sei diverso, non puoi far parte del gruppo. Sei straniero e rimani straniero».