Il 15 marzo 2019 ha segnato un passo importante per l’ecologia: è stata la giornata della prima protesta globale del movimento Fridays For Future. Da quella data è scaturita una presa di coscienza globale sui rischi del degrado ambientale. Non solo: una mobilitazione pacifica ha portato nelle strade delle città del mondo donne e uomini di ogni età, fiumi di persone unite un unico slogan: il desiderio di vivere in un mondo più sostenibile. Così, dopo quasi tre anni, l’Italia ha deciso di fare un passo avanti sulla tutela dell’ambiente, perlomeno sulla carta. Anzi, sulla Carta.

Infatti, l’8 febbraio la Camera dei deputati – dopo il via libera del Senato il 3 novembre – ha approvato la modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione, consentendo ufficialmente l’ingresso della tutela ambientale nel nostro ordinamento:

Art. 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

Art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

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(Credits: La Repubblica)

Da una parte ci sono stati diversi e rinnovati dialoghi tra società e politica, su giovani e futuro; dall’altra, è stata avvertita una forte spinta istituzionale da parte dell’Unione Europea. Le proteste per il clima non sono state l’unico fattore per l’approvazione di questo aggiornamento della Costituzione italiana. Hanno svolto un ruolo primario nell’accelerazione del processo decisionale, grazie anche ai dialoghi instaurati tra le istituzioni e la società civile, ong, associazioni, movimenti e anche Greta Thunberg (la più giovane e conosciuta attivista sul clima) in persona. I giovani e il loro futuro sono stati il fulcro degli argomenti trattati. In questo cambio di rotta, un attore fondamentale è stata l’Unione Europea. Con l’approvazione e la successiva entrata in vigore del Trattato di Lisbona (2008), i Paesi membri sono conversi unanimemente su una linea ambientalista. Infatti, nel TFUE – il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea – si parla di promozione dello “sviluppo sostenibile” (art. 11), concetto articolato poi in una lista di obiettivi nel primo comma dell’articolo 191:

La politica dell’Unione in materia ambientale contribuisce a perseguire i seguenti obiettivi:

  • salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente,
  • protezione della salute umana,
  • utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali,
  • promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell’ambiente a livello regionale o mondiale e, in particolare, a combattere i cambiamenti climatici.

L’azione comunitaria punta ad “un elevato livello di tutela” ed è “fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, […] nonché sul principio del «chi inquina paga»” (art. 191). Questi nobili intenti, tuttavia, trovano degli impedimenti notevoli a causa degli iter decisionali dell’Unione (art. 192). Infatti, se tramite procedura legislativa ordinaria l’Unione Europea può agire in termini programmatici e di finanziamento, delle vere e proprie azioni effettive possono essere effettuate solo tramite la procedura legislativa speciale, un meccanismo che richiede l’unanimità del Consiglio che non è facilmente raggiungibile a causa delle dinamiche politiche tra Stati.

In questo contesto, l’UE non può imporre alcuna modifica delle proprie fonti primarie di diritto e lascia ampi margini di manovra ai singoli Stati membri, i quali possono “prendere provvedimenti per una protezione ancora maggiore” purché siano “compatibili con i trattati” (art. 193). L’assenza di una, quindi, lascia tutto in mano ai singoli Paesi, i quali trovano una deterrenza principalmente di natura economicamente sanzionatoria. Dunque, (quasi) tutto sta alla sensibilità dei singoli membri. Bisogna dedurne che i propositi, i progetti e le varie modifiche alle leggi sono solo una questione formale?

L’Europa è segnata da processi decisionali che portano spesso a soluzioni normative al ribasso, però prevede ingenti piani di investimento per la transizione ecologicaLa risposta che si potrebbe dare è: no, ma è una risposta timida. La colpa non è dell’UE in quanto istituzione, ma dell’UE in quanto insieme di Stati. I processi decisionali “importanti” – quasi interamente basati sull’inter-governativismo a causa della reticenza dei Paesi membri a concedere ulteriore sovranità – portano spesso ad esiti che sono compromessi al ribasso per soddisfare tutti quanti. Dunque, sul piano esclusivamente legislativo la risposta risulta assai complessa. Diverso è il piano legato ai progetti di finanziamento della transizione ecologica. Per ultimo, lo European Green Deal (2019) ha segnato degli obiettivi forti, anche se in un lasso di tempo forse troppo ampio. Così riporta il sito della Commissione Europea:

I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l’Europa e il mondo. Per superare queste sfide, il Green Deal europeo trasformerà l’Unione Europea in una economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, garantendo che:

  • nel 2050 non siano più generate emissioni nette di gas a effetto serra
  • la crescita economica sia dissociata dall’uso delle risorse
  • nessuna persona e nessun luogo siano trascurati.

Parliamo di un pacchetto da 100 miliardi di euro di investimenti, affiancati da circa altri 600 miliardi approvati con il piano Next Generation EU, il progetto finanziario europeo creato per uscire dalla pandemia e creare un futuro migliore per le prossime generazioni. Dunque, se da una parte la legislazione è timida e talvolta generale in materia, dall’altra il segnale che l’Unione dà sul fronte pratico della transizione ecologica è ben deciso. Una serie di piani di investimenti spinge fortemente verso una svolta sostenibile, per garantire un futuro all’interno pianeta.