Ci sono delle partite che segnano un’intera generazione. Lo sa bene János Vas, che aveva poco più di un anno quando, nel 1954, la nazionale ungherese si vide soffiare la Coppa del Mondo dalla Germania Ovest. La sconfitta, inaspettata, ebbe un significato che andò ben oltre il perimetro del campo di calcio. Niente allora fu più come prima: il sogno infranto contribuì alla nascita di un sentimento di insofferenza verso il governo filo-sovietico, che si nutriva della narrazione di una squadra invincibile e capace di unire gli ungheresi sotto l’unica bandiera del regime. La storia successiva è nota: nel 1956 ci fu un tentativo di rivoluzione, represso nel sangue dai cingolati dell’Armata Rossa. “Quella finale di calcio è entrata nella memoria del Paese come una delle più grandi occasioni perse”, racconta János, seduto in un caffè nella periferia residenziale di Budapest. Con una nota di rammarico, aggiunge: “Proprio come nel 1954, anche in questi anni noi ungheresi abbiamo perso la partita della vita. I fondi europei arrivati dopo il 2004, e che sono poi spariti nelle tasche di Orbán e della sua cerchia di oligarchi, non torneranno mai più”.
La lotta alla corruzione è uno dei punti centrali della campagna elettorale di Péter Magyar, l’altro candidato delle elezioni, che possono segnare una svolta per l’Ungheria e per l’intera Unione Europea. Politico conservatore e fondatore del partito Tisza, nel 2024 Magyar si è staccato da Fidesz, fiutando la possibilità di creare un’alternativa a quella che lo stesso Orbán definisce con orgoglio una “democrazia illiberale”
Durante i suoi sedici anni di mandato, il premier ungherese è finito in un vortice di inchieste sulla gestione illecita di fondi e sull’assegnazione fraudolenta di appalti a persone vicine al governo. Orbán ha così tradito la sua promessa iniziale di costruire una classe media forte e maggioritaria, finendo invece per incanalare le risorse economiche verso una stretta élite di oligarchi. La stessa Unione Europea ha fatto poco per monitorare il denaro destinato all’Ungheria che, dal canto suo, nel 2021 si è rifiutata di entrare nell’EPPO, il nuovo organismo UE di controllo dei reati finanziari che riguardano i membri dell’Unione. Passeggiando per le strade di Budapest, non è quindi strano trovarsi di fronte a binari ferroviari dismessi, come quelli su cui si affaccia il ponte Ferdinand: nel 2023, il progetto di riqualificazione è finito al centro di una guerra finanziaria tra l’amministrazione progressista della capitale e il governo di Fidesz, che ha bloccato i finanziamenti. Al contrario, dei video girati due anni fa nelle campagne ungheresi dal sito investigativo Átlátszó mostrano distese sconfinate con giardini rigogliosi, vaste piscine e addirittura uno zoo nei pressi della tenuta orbaniana di Hatvanpuszta: è stata proprio la presenza di zebre, animali poco propensi a vivere in un clima continentale come quello ungherese, a infiammare le proteste degli oppositori, che hanno colto nella vicenda la prova evidente della corruzione del governo di Fidesz.
La lotta alla corruzione è uno dei punti centrali della campagna elettorale di Péter Magyar, l’altro candidato delle elezioni odierne, che possono segnare una svolta per l’Ungheria e per l’intera Unione Europea. Politico conservatore e fondatore del partito Tisza, nel 2024 Magyar si è staccato da Fidesz, fiutando la possibilità di creare un’alternativa a quella che lo stesso Orbán definisce con orgoglio una “democrazia illiberale”. Magyar ha espresso la sua volontà di collaborare nuovamente con l’Unione Europea, pur mantenendo una posizione sfumata sull’Ucraina, per non alienarsi già in partenza i voti dell’elettorato più conservatore. Il primo ministro in carica, invece, non ha mai nascosto le sue simpatie verso il Cremlino, e qualche giorno fa ha promesso a Putin di essere “a sua completa disposizione”. La retorica anti-ucraina è molto presente anche nei cartelloni elettorali esposti per le strade di Budapest: in diversi manifesti affissi da Fidesz, il volto di Magyar è accostato a quello di Zelensky, accompagnato dal monito “Sono pericolosi, fermiamoli!”.
Il candidato dell’opposizione è in vantaggio nei sondaggi, ma la strada verso la democrazia è ancora lunga. Preoccupano le interferenze russe e le simpatie mostrate dalla destra trumpiana, con J.D. Vance che, nel giorno in cui gli USA intavolavano l’accordo di tregua con l’Iran, si è preso il disturbo di andare a Budapest per mostrare il pieno sostegno dei MAGA a Fidesz. Ma, soprattutto, c’è la consapevolezza che, senza la maggioranza dei due terzi in parlamento, nessun eventuale nuovo governo potrà ribaltare le strutture instaurate da Orbán.
Juszt László, giornalista molto popolare negli anni Novanta per le sue inchieste sulla corruzione e che Fidesz ha cercato in tutti i modi di imbavagliare, ci spiega che il premier avrebbe già dislocato all’estero una buona parte dei suoi capitali sporchi, in modo che siano difficilmente rintracciabili e recuperabili. Inoltre, nonostante ritenga Magyar un “politico capace”, László dubita che, in caso di vittoria, una “rottamazione” dei vecchi quadri dello Stato sia possibile: “Qui in Ungheria c’è un’intellighenzia difficile da sostituire. Anche dopo la dissoluzione dell’URSS, molte figure del vecchio regime filo-sovietico sono confluite nel nuovo governo conservatore di József Antall. Infatti, a differenza di quanto accaduto in Romania, qui da noi non c’è stata una vera rivoluzione: nel 1989, i politici socialisti Miklós Németh and Ferenc Kárpáti sono andati nella sede del Munkásőrség, la forza paramilitare del partito, e hanno comunicato agli operai che la guardia era stata sciolta. Il nostro regime è terminato così, senza spargimenti di sangue. Poi ci sono stati i conservatori, poi i socialisti e, nel 1998, il primo governo Fidesz, nato come movimento studentesco anti-comunista e perciò considerato da molti come una ventata di energia nuova”.
Alla domanda sul nuovo posizionamento che Tisza potrebbe assumere all’interno del Partito Popolare Europeo – in particolare in relazione alle posizioni del capogruppo Manfred Weber, spesso disposto a collaborare con i Conservatori e Riformisti Europei sui temi di immigrazione e cambiamento climatico – László preferisce invece non rispondere: “Sarebbe irresponsabile esprimere un giudizio ora, perché si sa che i politici vanno giudicati per quello che fanno una volta al governo”. La posizione di Tisza nel Parlamento Europeo è ancora poco chiara: questo gennaio, i sette deputati del partito sono stati sanzionati dal Ppe per non aver sostenuto Ursula von der Leyen durante una mozione di sfiducia presentata dall’estrema destra dei Patrioti per l’Europa, partito fondato dallo stesso Orbán. Forse per smarcarsi dall’etichetta di “burattino di Bruxelles”, che gli è stata affibbiata dall’attuale governo, Magyar si era allora difeso sostenendo che “i politici di Tisza non hanno padroni”.
Non sono però i rapporti con Bruxelles a restituire un termometro della politica magiara, ma è necessario piuttosto addentrarsi nelle storie delle comunità dimenticate dagli stessi ungheresi. Lukács Csaba, direttore del settimanale indipendente Magyar Hang, tira fuori dalla sua valigetta delle buste e le ripone sul tavolo. Abbiamo appena terminato un’intervista sul tema della censura in Ungheria, in cui Csaba ha espresso le sue speranze verso “il ripristino della democrazia e il ritorno a una situazione di mercato reale”, in cui gli inserzionisti non debbano più avere paura di finanziare i giornali indipendenti. Tuttavia, lo sguardo del direttore è ancora preoccupato. Apre le buste e ci mostra quattro schede elettorali, che ha portato a casa da un suo recente viaggio in Romania. I registri elettorali dall’estero vengono aggiornati ogni 10 anni, perciò in molte cassette della posta finiscono lettere destinate a familiari defunti. Inoltre, chi vota per corrispondenza può reclamare di aver perso la scheda elettorale, o di non averla ricevuta, e può così riceverne subito una nuova. “Ho voluto portarle in Ungheria per mostrare che, in Transilvania, ognuno può avere accesso a quante schede elettorali vuole. Ho denunciato il fatto alle autorità ungheresi, che ora mi accusano di frode elettorale”.
In Transilvania, secondo quanto riportato dal giornale indipendente Transtelex, durante questa campagna elettorale l’RMDSZ ha invitato i cittadini di etnia ungherese a “non fidarsi delle poste”, convincendo molti a consegnare il proprio voto direttamente nelle mani del partito. Addirittura, a diversi sacerdoti delle chiese cattoliche e protestanti ungheresi sarebbe stato chiesto di raccogliere le schede elettorali, per poi lasciarle sempre all’RMDSZ.
Questa regione, spesso ricordata solo per essere la terra dei vampiri, ospita la più numerosa comunità di etnia magiara all’estero ed è oggi diventata una delle roccaforti di Fidesz. La Transilvania è stata a lungo contesa con l’Ungheria, che l’ha poi persa definitivamente dopo la fine della seconda guerra mondiale. Anna Kiss, fondatrice del Egyenlőbb Erdélyért Mozgalom (“Movimento per l’uguaglianza in Transilvania”), ha reclutato degli osservatori volontari per presidiare i punti di raccolta allestiti dal partito magiaro RMDSZ, il braccio operativo di Fidesz in Transilvania. Secondo quanto riportato dal giornale indipendente Transtelex, durante questa campagna elettorale l’RMDSZ ha invitato i cittadini di etnia ungherese a “non fidarsi delle poste”, convincendo molti a consegnare il proprio voto direttamente nelle mani del partito. Addirittura, a diversi sacerdoti delle chiese cattoliche e protestanti ungheresi sarebbe stato chiesto di raccogliere le schede elettorali, per poi lasciarle sempre all’RMDSZ. Alla fine delle elezioni del 2022, nei pressi di una discarica di Târgu Mureș sono state trovate delle schede bruciate su cui era stata espressa una preferenza per l’allora partito di opposizione a Orbán. Durante quelle votazioni, Fidesz aveva comunque raggiunto percentuali bulgare (94%), ed è difficile pensare che quest’anno il risultato sia molto diverso. Inoltre, i cittadini di etnia ungherese ma che non hanno la residenza in Ungheria possono votare soltanto per le liste proporzionali, mentre non hanno voce in capitolo per la scelta dei candidati uninominali. Questo significa che il loro voto può portare in parlamento soltanto un paio di rappresentanti, pochi se si considera che gli aventi diritto in Transilvania per le elezioni ungheresi sono tra i 300 e i 400mila. Perciò, più che dettati da un reale affanno in quelle zone, i presunti brogli elettorali da parte dell’RMDSZ sono piuttosto sintomo della necessità di Orbán di rimanere il più possibile aggrappato alle proprie certezze: tra queste, appunto, la Transilvania, una terra dove il premier ha sempre investito molte risorse economiche, guadagnandosi il favore dei cittadini. In particolare, sottolinea Kiss, la maggioranza in queste aree “gli serve per mantenere la narrativa secondo cui lui è l’uomo capace di unire le nazioni”, laddove altri agenti esterni, in primis l’Ucraina di Zelensky, starebbero secondo Orbán minando l’unità e la sicurezza nazionale ungherese. Con una nota di disappunto, Kiss conclude: “Il sistema che hanno costruito qui è incredibile. Hanno reso la vita molto più facile alla comunità di etnia ungherese, loro sostenitrice, che può letteralmente esprimere e consegnare il proprio voto ovunque. Gli ungheresi nella diaspora – ovvero quelli che non vivono nelle zone perse dall’Ungheria dopo il trattato di Trianon, ma che hanno lasciato il Paese per motivi economici o politici – devono invece affrontare ore di viaggio in macchina per raggiungere il consolato più vicino e poter votare. Infatti, chi sta nella diaspora spesso vota per l’opposizione”.
Gli ungheresi della Transilvania non sono l’unica minoranza che Orbán ha corteggiato durante i suoi ultimi quattro mandati. Aladár Horváth, politico magiaro e fondatore del Roma Parlament, ci accoglie nella sede della sua organizzazione, ricavata da un piccolo appartamento nel distretto VIII, il quartiere di Budapest dove vive la maggior parte degli ungheresi di etnia rom. “Purtroppo in questo momento non ho abbastanza fondi per permettermi una segretaria, quindi c’è un po’ di disordine”, si scusa con gentilezza mentre ci offre un caffè. L’associazione Roma Parlament è nata negli anni ’90 per garantire una rappresentanza politica alla comunità rom, che in Ungheria esprime tra l’8 e il 10% della popolazione totale. La carriera di Horváth in parlamento è durata dal 1990 al 1994. All’inizio degli anni Novanta, l’allora governo conservatore ha spianato la strada alla nascita di un’altra organizzazione di rappresentanza rom, Lungo Drom, questa volta non gestita dal basso ma sotto il controllo indiretto dello Stato: “Quando povertà e autoconsapevolezza si incontrano, possono scoppiare delle rivoluzioni. Questo il governo lo sapeva bene, e perciò ha deciso di marginalizzare gli intellettuali e le figure di rappresentanza della comunità rom come me, sostituendoli con figure più vicine alla linea governativa”, spiega. Nel corso degli anni, “Lungo Drom si è adeguato alle richieste del partito socialista prima e di Fidesz poi. Collabora con la polizia, che promette sicurezza negli insediamenti dei rom. Ma le soluzioni che presenta alla gente sono insufficienti per far fronte alla povertà in cui versa la nostra comunità”. Dopo i pogrom negli insediamenti rom nel 2009, il neo-arrivato premier Orbán ha promesso di difendere la comunità dalle minacce degli skinhead. Molte persone sono state poi inserite in aziende che cercavano dei lavoratori. Per questo motivo, la stragrande maggioranza della popolazione rom vota oggi Fidesz. Tuttavia, sottolinea Horváth, molti di loro sono impegnati nel sistema del Közmunka, i lavori di pubblica utilità, che “fanno comodo perché portano forza lavoro nelle regioni povere del Nord-Est e del confine Ovest. Tuttavia, questo sistema non li aiuta a a raggiungere un’indipendenza economica”.
Davanti al cinema Corvin ci attende Attila Menyhért, studente di Legge e membro del Consiglio del Roma Parlament. Ci mostra la statua di un ragazzo che ha combattuto durante la rivoluzione del ’56, a cui hanno partecipato con una presenza massiccia anche i giovani di etnia rom. Mentre ci accompagna tra le vie del distretto VIII, Attila spiega che la comunità rom del Centro-Est Europa è molto diversa rispetto a quella che siamo abituati a vedere noi in Italia: alla fine del ‘700, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria costrinse la popolazione allora nomade a stanziarsi, forzando il processo di assimilazione. Oggi, soprattutto a Budapest, i rom vivono in appartamenti, esercitano professioni di varia natura, e tra di loro ci sono molti artisti e musicisti folk. La condizione di chi vive in città, però, rappresenta un’eccezione: la maggior parte vive di loro nelle campagne, e l’80% è a rischio povertà. La dispersione scolastica è altissima, e molti bambini vengono impegnati in lavori manuali sin da piccoli. Per questo, secondo Attila, una vera rappresentanza politica sarebbe più che necessaria: “Il 12 aprile voterò scheda nulla. Sono naturalmente contro Orbán, ma non penso che la proposta portata avanti da Magyar sia la soluzione. Ha promesso di portare in parlamento quattro politici di etnia rom, ma saranno comunque membri di Tisza, e in quanto tali rappresentano gli interessi del loro partito, non della comunità”.
L’Ungheria è un Paese stanco: stanco di occasioni mancate e di promesse che non vengono mantenute. Per molti, la cultura è diventata uno strumento per dar voce al proprio desiderio, quasi affannoso, di vedere un cambiamento reale nel sistema politico ungherese. Negli ultimi mesi, migliaia di persone hanno riempito le sale dei cinema per andare a vedere il nuovo thriller di Gábor Holtai, Itt Érzem Magam Otthon, “Qui mi sento a casa”. Parla della storia di una commessa che viene rapita dal suo presunto fratello, il quale esegue gli ordini di un padre autoritario: in balia dei loro ricatti emotivi, la protagonista finisce per accettare la nuova identità che le è stata assegnata, e quindi di essere chiamata “Szilvi”, come la figlia scomparsa della famiglia. Incontriamo il regista in un bar della scena alternativa budapestiana: «Nel 2021, ho presentato il canovaccio all’Istituto Nazionale del Cinema ungherese (NFI), che decide a quali film assegnare i fondi statali. Mi sono trovato davanti a una scena surreale: a un certo punto, la persona che doveva valutare il lavoro mi ha detto che il mio thriller non avrebbe mai ricevuto dei soldi dal governo. “Szilvi sono io”, mi ha detto, con un’espressione molto seria, “e sono convinto di aver fatto la scelta giusta”». L’uomo dell’NFI non è l’unico ad aver intuito delle somiglianze tra le dinamiche del film e quelle interne alle istituzioni del Paese: per molti ungheresi, andare al cinema a vedere Itt Érzem Magam Otthon è diventata ormai una vera e propria manifestazione di dissenso. “Immaginavo che gli spettatori avrebbero trovato dei parallelismi con la situazione politica attuale. Tuttavia, io credo che questi sedici anni di Orbán siano soltanto il sintomo di una malattia più grande che intacca la società ungherese. È di questa malattia che ho voluto parlare nel mio film, ovvero l’incapacità di riconoscere che cos’è la libertà”, aggiunge Holtai. Ed è proprio questo meccanismo che gli ungheresi devono disinnescare, se vogliono davvero diventare artefici del proprio destino. “Ora o mai più”, gridano nelle piazze i sostenitori di Magyar. Il peso di queste parole è immenso: il popolo ungherese non si merita di vivere un altro sogno infranto.