Una landa desolata e gelata coperta da una coltre di neve, inframezzata da boschi grigi e spogli e da fangose strade sterrate che si snodano nel ghiaccio della campagna bosniaca. L’inverno è rigido e il freddo penetra nelle ossa, specie quando cala la notte e le temperature raggiungono anche i 20 gradi sotto zero. Un luogo tanto inospitale quanto sperduto. Lipa, di fatto, non è nulla se non un puntino insignificante su di una mappa al confine tra Bosnia Erzegovina e Croazia; così come nulla sembrano essere gli “spettri” che la popolano.
Da diverse settimane l’opinione pubblica europea ha rivolto lo sguardo su questo insignificante angolo di Balcani in cui le vite di 900 persone sono state (letteralmente) congelate nell’inverno bosniaco: un migliaio di migranti abbandonati a loro stessi, senza acqua, servizi igienici, elettricità; senza abiti adeguati per affrontare le gelate. Senza un riparo sopra la testa da quando l’incendio del dicembre scorso ha reso impraticabile il campo profughi che li ospitava. Sistemati alla bell’e meglio in baracche di fortuna nei boschi o in fabbriche circostanti abbandonate da decenni. Queste sono le tristi immagini che arrivano da Lipa dove i migranti, in fuga dai loro paesi d’origine (soprattutto Afghanistan, Pakistan e Bangladesh), bussano alle porte dell’Europa.

«La triste verità è che la rotta balcanica non esiste più – ci racconta Nico Piro, inviato Rai da poco rientrato dalla Bosnia dove ha documentato gli stenti e le miserie dei profughi –. Ad un certo punto la strada è sbarrata: da un lato c’è il muro croato con la polizia che respinge a forza i migranti, e dall’altra c’è quello ungherese. Di fatto queste persone arrivano in Bosnia e ci restano chiuse come in una trappola». A Lipa, l’Europa è un sogno sospeso oltre un confine che non può essere valicato, ed è la comunità europea stessa che, subappaltando il problema migranti a Paesi terzi (vedi la Turchia), se ne lava le mani e si pulisce la coscienza, come ci conferma Piro: «È una cosa che ho avuto modo di constatare coi miei occhi sia a Lesbo che a Calais e ora a Lipa: la crisi dei migranti è un problema enorme che viene caricato spesso e volentieri sulle spalle di piccoli centri. Qui la gente del posto protesta, si indigna ma, in fondo, conviene a tutti usarli come tappeti sotto i quali nascondere la polvere. Lipa conviene a tutti: a Bruxelles perché si pulisce la coscienza e alla Bosnia che, oltre a ricevere i fondi dall’Ue, tiene i migranti in campi profughi inadatti e ben lontani dalla città».

Horgoš - Confine tra Serbia e Ungheria. Questa foto unica, documenta il passaggio di una donna con un bambino malato dalla parte ungherese del muro. (Foto di Livio Senigalliesi)

Horgoš – Confine tra Serbia e Ungheria. Questa foto unica, documenta il passaggio di una donna siriana con un bambino malato attraverso un “campo di filtraggio” stabilito dalle autorità ungheresi. (Foto di Livio Senigalliesi)

Una situazione disumana e scioccante quella che si ripete a Lipa, ma che è soltanto l’ultima (in ordine temporale) delle tante denunciate negli anni lungo la cosiddetta rotta balcanica. Ce lo racconta Livio Senigalliesi, fotoreporter che da trent’anni documenta conflitti armati e migrazioni e che, insieme a Medici Senza Frontiere, ha vissuto un intero anno lungo gli snodi chiave di questa via che taglia la Turchia e i Balcani prima di immettersi in Europa: «Di Lipa ce ne sono a centinaia e io sono testimone oculare di quanto sta accadendo nel mondo delle migrazioni. Come uomo, oltre che come giornalista, mi porto nel cuore l’amarezza di sapere che nel mondo ci sono milioni di profughi che, agli occhi dell’opinione pubblica, sono un popolo di sacrificabili, che scompaiono senza lasciare traccia. Ricordo quando ero a Lesbos nel 2016 ed ero imbarcato su un gommone della Sea-Watch: tutte le notti partivano 60-70 navi dalla costa turca e in Grecia ne arrivavano meno della metà. Mi chiedo: chi è che va a contare quelli che vanno a fondo?». Ma è anche il modo di contenere i migranti che viene fortemente denunciato dal fotografo milanese: «Penso a Moria, nato come un campo di accoglienza per 3mila persone ma che ora ne contiene 15mila. Ho saputo da Msf che recentemente si sono verificati casi di sucidi di bambini. Ci rendiamo conto? Nemmeno nei Lager i bambini si suicidavano per le condizioni disumane cui erano sottoposti».

Lesbos / Grecia 2016 - Momenti concitati del salvataggio di migranti siriani provenienti dalla Turchia

Lesbos / Grecia 2016 – Momenti concitati del salvataggio di migranti siriani provenienti dalla Turchia (Foto di Livio Senigalliesi per Sea-Watch)

Situazioni tremende, consone alle bestie più che agli esseri umani, status del quale i migranti sembrano essere privati nel momento stesso in cui lasciano il proprio paese. Pedine insignificanti agli occhi di molti; un problema che viene gestito con cinismo e, sovente, con maltrattamenti diffusi. Come quelli della polizia croata che «quando ti becca, ti distrugge il telefono così che non puoi più comunicare coi tuoi famigliari, ti priva dei tuoi averi e, se ti va bene, ti riempie di botte», racconta Senigalliesi.
«Oggi i problemi interni a Lipa sono tantissimi – riporta Piro –. Ci sono gli scontri tra etnie perché i bangladesi non vogliono stare insieme agli afghani o ai pakistani e quindi si creano micro-comunità interne. C’è poi il grosso problema dell’igiene: queste persone vivono senza alcun tipo di servizio primario; manca l’acqua, non solo quella calda, manca proprio l’acqua per lavarsi». Di fronte a queste impellenze, il Covid-19 passa certamente in secondo piano agli occhi dei migranti.
Da Lipa si alza, simbolicamente, l’afono urlo di disperazione di questi diseredati; passanti silenziosi, cercatori di pace e di sicurezza per sé e per la propria famiglia. Uno dei tanti snodi di frontiera in cui il cammino migratorio si interrompe per settimane, mesi, a volte anche per anni. È il caso della zona militare al confine tra Serbia e Ungheria dove, racconta Senigalliesi, vennero “parcheggiate” senza acqua né cibo 600 persone per lunghe settimane. «O quando nel 2016 mi trovavo a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia: in quella terra desolata, era stato attrezzato un campo profughi che arrivò ad ospitare 45mila persone. Le Ong riuscirono ad allestire solo una ventina di bagni chimici: ve le immaginate 45mila persone in 20 bagni? Qui conobbi Eman Dabhad, una donna siriana che tra le lacrime mi raccontò la sua storia: lei era una docente di letteratura inglese all’Università di Damasco e veniva da una ricca famiglia di dottori ma, dopo sette anni sotto le bombe, decise di vendere tutti i suoi beni e con tutta la famiglia – 46 membri, dal bisnonno in sedia a rotelle fino al nipote appena nato – iniziarono una marcia disperata verso l’Europa. Una volta arrivati in Turchia, Eman pagò ai trafficanti 1.000 dollari per ogni famigliare per traghettarli all’isola di Lesbos: 46mila dollari per fare otto miglia marine. Sono tutt’ora in un campo profughi militarizzato dal quale non possono muoversi».

Eman (a sinistra) con la sorella nel campo profughi improvvisato a Idomeni. (Foto di Livio Senigalliesi)

Eman (a sinistra) con la sorella nel campo profughi improvvisato a Idomeni. (Foto di Livio Senigalliesi)

E sono proprio i trafficanti che, speculando sulle vite dei migranti, creano le rotte e i corridoi (i cosiddetti “imbuti”) per il passaggio di migliaia di persone, “pilotandoli” verso il gate successivo, verso la prossima stazione. Gente senza scrupoli che, come riportano svariate testimonianze, non si fa problemi a torturare e persino a togliere la vita ai profughi: «Grazie a Mfs, fui uno dei primi ad incontrare persone torturate da un gruppo di trafficanti in Macedonia – dichiara Senigalliesi -. Venivano portati in catapecchie nel bosco, rinchiusi e picchiati fino a quando i parenti rilasciavano bonifici per farli proseguire. Chi non aveva soldi veniva utilizzato per espiantargli gli organi. Sempre questa banda di criminali aveva il coraggio di marchiare a fuoco quelli che avevano pagato (vedi foto sotto, ndr): era il loro lasciapassare, come fossero vitelli o biglietti vidimati».

Il segno delle torture subite dai migranti per mano dei trafficanti in Macedonia. La vittima viene marchiata a fuoco con la lettera "S", iniziale del nome "Sultan" a capo della banda. (Foto di Livio Senigalliesi)

Il segno delle torture subite dai migranti per mano dei trafficanti in Macedonia. La vittima viene marchiata a fuoco con la lettera “S”, iniziale del nome “Sultan”, capo della banda criminale (Foto di Livio Senigalliesi)