“Il titolo dell’esposizione rimanda all’ultima goccia che neanche riesce a cadere dai cieli in Corno d’Africa, come potrebbe essere l’ultima goccia – o l’ultima bomba – che potrebbe cadere dai cieli in Ucraina”. Rimarrà aperta ancora fino all’11 dicembre, all’Acquario Civico di Milano, la mostra curata da Nicola Ballario che raccoglie cento scatti inediti del fotografo Fabrizio Spucches. È proprio lui che accosta le gocce d’acqua che non cadono da anni dal cielo che sovrasta una buona parte del territorio africano e le bombe che invece si schiantano sul suolo ucraino dal 24 febbraio. Gli scatti da lui realizzati sono stati fatti sul posto: in Ucraina e in Corno d’Africa. “Quasi tutti gli scatti hanno lo sfondo blu: è voluto. L’azzurro è un colore democratico, un po’come il cielo. Sia l’Ucraina che il Corno d’Africa alla fine condividono lo stesso cielo blu”.

Acquario Civico Milano
Mettere in relazione due parti del mondo che stanno subendo violenza. “Abbiamo cercato di fare un esperimento”, spiega il fotografo, “ho preso contatti con l’organizzazione sanitaria italiana CESVI e abbiamo cercato di mettere a confronto la condizione umana di uomini, donne e bambini ucraini con gli abitanti del Corno d’Africa”.Una condizione di totale emergenza per il continente africano. “L’Ucraina e la Russia sono i granai del mondo e quindi anche i maggiori esportatori. In Corno d’Africa, ci sono Paesi che hanno il fabbisogno del settanta/ottanta/novanta per cento (novanta per cento come per la Somalia) di esigenza di importare i cereali. Il grano e i cereali purtroppo sono bloccati”. Alla siccità e alla pandemia si aggiunge anche questa problematica.“L’ambizione di eliminare la fame nel mondo entro il 2030 non è possibile”, dichiara Spucches.
“L’Ucraina e la Russia sono i granai del mondo e quindi anche i maggiori esportatori. In Corno d’Africa, ci sono Paesi che consumano tanto il cereale. Per la Somali si tratta del novanta per cento del fabbisogno. Il grano e i cereali purtroppo, però, sono bloccati”, racconta il fotografo Fabrizio Spucches.
Secondo un rapporto OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari), datato settembre 2022, si registra che in Corno d’Africa ci sono 21 milioni di persone – fra cui 4 milioni di bambini – che si trovano in seria criticità alimentare, situazione aggravata anche da una siccità eccezionalmente persistente. “Nel Nord del Kenya non piove da oltre due anni. I maschi adulti sono a giro col bestiame a cercare un filo d’erba, mentre le donne e i bambini rimangono in casa, come abbandonati a loro stessi”.
Somiglianza di drammaticità della condizione umana, ma differenza nella comprensione della propria tragicità. “Mentre in Ucraina esiste una consapevolezza di tutto c’è che è successo, in Africa no. Il popolo ucraino ha subito un attacco: prima aveva tutto, adesso ha perso tutto. Nei villaggi africani più remoti, invece, non hanno nessun termine di paragone. Per loro, vivere in quelle condizioni precarie di fame, sete e salute è la normalità. Accucciarsi tra coperte ricavate da sacchi di plastica è la normalità. Sanno che ci sono posti nel mondo diversi dal loro, ma per loro è come leggere un libro, un romanzo. È solamente una fantasia”.
Ma se per il popolo africano rimane una fantasia e si muove nella fanghiglia, nella sporcizia, nella fame e nella povertà e percepisce tutto come normale, gli ucraini sono stati scaraventati in un incubo. “Una delle immagini che mi ha colpito di più è stato uno scatto (non realizzato da me) che è stato fatto a Irpin a inizio marzo: una famiglia distesa a terra con le proprie valige, colpita dall’artiglieri russa. Una mamma, due figli e due cagnolini non ce l’hanno fatta. Il padre si trovava da un’altra parte dell’Ucraina, in Donbass. “Abbiamo contattato questo signore e gli abbiamo chiesto di prestarci tutto ciò che era rimasto dei suoi cari. Ci ha consegnato un trolley grigio, una valigia blu e un trasportino per animali. Abbiamo inserito questi oggetti all’interno della mostra, con a fianco un cartonato che mostra le ultime conversazioni via Telegram con la moglie”. I primi messaggi mostrati risalgono al 23 febbraio, un giorno prima dello scoppio della guerra. L’ultimo mostra la chiamata senza risposta. Poco prima l’ultimo messaggio di Tatiana: “Non ti preoccupare. Andrà tutto bene. Mi manchi”.

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