«L’attacco degli iraniani è stato una cosa finta perché tramite gli iracheni gli americani sapevano che gli iraniani volevano bombardare almeno quattro ore prima del fatto». Heliya Haq, 27 anni, e Siavash Guil, 35, sono in Italia dal 2012. Lei studia fotografia, lui si è laureato a Bologna e scrive canzoni politiche che denunciano il regime vigente in Iran. Della crisi scoppiata dopo l’assassinio del generale Soleimani e del bombardamento contro le basi statunitensi in Iraq hanno la stessa visione.

Heliya e Siavash, studenti fuori sede: «Non è facile quando ogni giorno mi chiedono cosa sta succedendo. Ma io so solo quello che hanno voluto farmi vedere»

Nonostante siano studenti fuori sede, il loro stato d’animo non è dei migliori.«Noi soffriamo di più perché siamo lontani, perché qua ci guardano come stranieri. Non è facile quando ogni giorno mi chiedono “Cosa sta succedendo?”. Ma io so solo quello che hanno voluto farmi vedere», dice Heliya.
Il pensiero corre inevitabilmente alle famiglie, che pur provenendo da regioni diverse dell’Iran oggi vivono proprio a Teheran. Heliya ci racconta che non è riuscita a contattare la sua famiglia per dieci giorni. «Ho provato a sentire mio padre, che mi faceva preoccupare di più perché sapeva che i Quds (reparto delle Guardie della rivoluzione islamica, ndr) hanno comprato tutte le reti telefoniche nel 2008. Quando parli al telefono sai che ti stanno ascoltando. Mio padre ripeteva sempre la stessa cosa “Non ti preoccupare, sono da tuo zio”. Ripeteva la stessa cosa con gli stessi tempi di pausa per tre volte. Capivo allora che non mi può raccontare nulla».

Da studenti da anni a Milano, è inevitabile chiedere che tipo di rapporto hanno con i cittadini italiani, che siano o meno loro coetanei.«Prima mi facevano i complimenti e dicevano: “Stai studiando qui, parli italiano”. Però negli ultimi anni non mi trovo molto bene. Mi guardano sempre come una straniera che vuole rubare il loro lavoro. È cambiato il clima. Lo vedo ovunque: alle poste, in banca, in Accademia di belle arti. E poi mi chiedono cose assurde, che mi fanno capire l’ignoranza: se vado in giro sul cammello, se copro la faccia o se gli uomini devono mettere l’hijab. Cose che mi fanno sempre ridere, in realtà», ci racconta Heliya. Diversa invece l’esperienza di Siavash: «Forse sono stato fortunato a incontrare italiani che almeno conoscevano l’aspetto culturale dell’Iran. Devo ammettere che ho avuto delle esperienze sempre buone».

Torniamo però all’uccisione di Soleimani, Heliya non ha dubbi: «Era un vero terrorista. Sapevo che era pericoloso, però ci sono tantissimi iraniani che non lo conoscevano fino al giorno della sua morte, eppure dicevano: “Oddio, hanno ucciso uno di noi!”». «Era un rappresentante esterno di questo regime – aggiunge Siavash – Ha cercato di fare sempre oppressione sulla gente iraniana. Soleimani era nemico degli americani, ma neanche amico della popolazione iraniana. Per me non è un eroe né una buona persona».

Anche sui funerali del generale i due ragazzi fanno precisazioni. «Non conosco nessuno che ci è andato – inizia Heliya  – però devo dire che siamo 80 milioni di persone. È qualcosa di simbolico, per far vedere che “Oddio, hanno ucciso un generale”. Ma aggiungo questo: ho visto video di persone che erano in strada e stavano dicendo al governo “Perché non andate via?”. Non è che erano là con il governo, no, c’erano anche i contrari».

Quelle giunte in Italia sono immagini che, come spiega Siavash, avevano un solo scopo: «Il regime ha cercato di presentare Soleimani come un eroe, ma per la maggior parte degli iraniani era solo un rappresentante del regime». Poiché i due sono artisti, abbiamo anche chiesto se e in che modo usano le loro abilità per combattere l’oppressione in Iran. «Ho cercato di scrivere canzoni. Ho fatto un pezzo mio sostenendo chi è stato ucciso in strada, scendendo in piazza, dicendo che non possiamo sopportare di più questa situazione. Questo perché non si può stare in Iran e dire minimamente qualcosa contro il regime», dice Siavash. Heliya, invece, punta a sensibilizzare all’argomento, realizzando degli autoscatti.

A proposito di come i loro coetanei nelle università in patria hanno vissuto la crisi internazionale, interviene ancora Siavash: «La situazione è complessa. La gente iraniana è complessa sia etnicamente sia per conoscenza politica». Per farci capire, ricorre a un esempio molto forte: «Pensate alla situazione italiana negli anni del fascismo. Potete immaginare bene chi stava con il fascismo perché lo faceva, fin quando è stato con il regime fascista e quando ha deciso di fare altro». Prima di salutarli, abbiamo chiesto se tornerebbero a Teheran. Heliya si lancia subito: «Mi manca stare in Iran, però non con questa situazione e con questo governo». Militante, invece, la posizione di Siavash: «Io tornerei anche con questo regime, perché in un certo senso noi non siamo fuggiti. Siamo qui per studiare».

Nell’immagine, ragazza irachena protesta in piazza Tahrir durante le manifestazioni contro il governo di al Mahdi, subito dopo l’uccisione del generale iraniano Suleimani (Baghdad, Iraq)