Ricordare l’Olocausto attraverso le parole e le memorie dei figli dei sopravvissuti. Perché i sopravvissuti sono sempre meno, per ragioni anagrafiche, ma la loro memoria deve passare tra le generazioni. Lo mostra e lo dimostra la vicenda di Liliana Segre, la senatrice a vita che negli ultimi due anni si è battuta strenuamente per non cancellare la memoria di quegli anni e per tenerla sempre alta e attuale nel dibattito della società civile.

Anche i suoi figli, diretti depositari di questa testimonianza, si sono preparati per avere trasferito il testimone.Alberto Belli Paci è il figlio primogenito della senatrice a vita Liliana Segre e ci ha voluto destinare questa testimonianza della sua infanzia che pubblichiamo integralmente.

“Nella nostra famiglia non si parlava mai della Shoah, anzi. Ogni riferimento a quel periodo storico era anestetizzato come se fosse tabù. Non se ne doveva parlare! Punto. Mio padre era ferreo su questo aspetto: non era consentito neanche nominarla se mia madre era nelle vicinanze. Non si doveva chiedere, non si poteva neanche immaginare di parlarne con lei in alcun modo. Su questo lui era categorico.Mia madre non ne ha mai parlato apertamente con me. Non lo fa neanche oggi. In tempi più recenti, quando ha iniziato a parlarne nelle scuole, ci pregava di non essere presenti. Per lei è sempre stato un dolore indicibile anche solo un accenno al tema e le è fisicamente impossibile accettare di avere uno dei suoi figli davanti mentre racconta. Ha sempre affermato di essere stata fortunata a essere figlia e non genitore ad Auschwitz. Immagino sia per questo che non possa sopportare di avermi davanti mentre rivive l’orrore durante le sue testimonianze.

È talmente incancellabile in lei Auschwitz che non può concepire di vivere contemporaneamente entrambe le situazioni: vittima schiava destinata a morte certa da chi aveva pianificato con determinazione e puntiglio tedesco ogni aspetto dell’annientamento fisico dei prigionieri, e madre, cioè la dimostrazione plastica della vittoria della sua volontà di sopravvivere e riprodursi contro l’odio distruttivo dei carnefici tedeschi.

Io non dico mai nazisti, ma tedeschi. Dire nazisti, come dire fascisti, è un distinguo, una sorta di giustificazione di avere dovuto subire un’epoca specifica, una sorta di viatico per dire “Tanto erano tutti nazisti o fascisti, non si poteva scegliere”. Invece sì, si poteva scegliere se rimanere umani. La responsabilità è sempre soggettiva.

Gran parte dei tedeschi ha accettato senza riserve – a parte qualche sporadica eccezione – che la popolazione ebraica d’Europa venisse annientata, le loro ricchezze confiscate, le loro famiglie smembrate, i bambini presi a calci e infilzati con le baionette o sottoposti a esperimenti medici, la gente moriva di fame per strada. Nessuno si è opposto. Gran parte dei tedeschi ha volentieri affiancato i nazisti nel lavoro di sterminio, lavoro pianificato a tavolino, con il meglio della conoscenza logistica dell’epoca, dove si analizzava il tempo di dissoluzione dei corpi in base a peso, altezza, conformazione fisica, tipo di combustibile più adatto da adoperare.

La Shoah non consiste solo nello sterminio di un popolo. Consiste soprattutto nel metodo usato per distruggere ciascun componente di quel popolo: ogni uomo o donna o bambino aveva davanti a sé un perfetto percorso pianificato di morte e dissoluzione, senza lasciare traccia. Ho saputo un primo pezzo della verità del passato di famiglia quando avevo quasi 14 anni. L’ho saputo una sera da un parente, che stupitissimo della mia ingenua ignoranza mi parlò di Auschwitz e di mia madre. Fu uno choc impressionante durato mesi.

Quella notte ritornai a casa e chiesi a mio padre di raccontarmi. E lui tra mille riserve e ritrosie mi disse la verità, facendomi giurare che non ne avrei accennato alla mamma, la quale non doveva sapere che io ne ero al corrente. Giurai e non ne parlai mai con lei. Mio fratello e io abbiamo quasi sei anni di differenza, con mia sorella 12. Non parlavamo mai di questo. Ne discutemmo molti anni dopo, quando ormai eravamo tutti adulti. Probabilmente ne parlammo tra di noi quando mia madre decise di rompere il suo silenzio e diventare testimone. Fu 30 anni fa circa.

Credo che la sintesi della mia esperienza di figlio sia culminata nel vedere i miei genitori mano nella mano, con papà che proteggeva mamma in ogni momento della vita, e avere la consapevolezza che avrei onorato la promessa che lui mi aveva chiesto di mantenere, cioè di difenderla sempre. Questo farò con orgoglio e riconoscenza finché avrò vita”.