Voci, volti, parole. Non c’è nient’altro, solo loro, le “straordinarie”. Sono 110 tra scienziate, attrici, avvocate, cantanti, atlete, attiviste, ministre, giornaliste. Ce n’è di ogni età e colore.
Le straordinarie sono donne italiane, scelte e fotografate nell’arco di tre anni. Il progetto parte da Terre des Hommes, un’organizzazione non governativa impegnata nella difesa dei diritti dei bambini e delle bambine nata in Svizzera e ora con sedi in undici nazioni. Dal 2012 la sezione italiana porta avanti la campagna indifesa per “la promozione dei diritti delle bambine nel mondo”. La mostra, aperta fino al 17 marzo nella “cattedrale” della Fabbrica del Vapore, è pensata per affrontare il tema degli stereotipi di genere e la curatrice Renata Ferri, caporedattrice photo editor di iO Donna, ha deciso di ribaltare ogni luogo comune. «Gli stereotipi si combattono appropriandoci dello spazio e usando la nostra cultura». Senza dimenticarsi che le limitazioni che nel “primo mondo” fanno sì che solo il tre per cento delle donne nei consigli di amministrazione sia amministratrice delegata, altrove impediscono di uscire scoperte, di viaggiare e persino di studiare.
Alla Fabbrica del Vapore, fino al 17 marzo, la mostra fotografica curata da Renata Ferri per Terre des Hommes e il progetto Indifesa. Nelle foto di Ilaria Magliocchetti Lombi, “un atlante di donne che tutte le bambine possono diventare”
La mostra lascia parlare le donne, attraverso le loro foto e i loro racconti registrati che accompagnano la visita. Sono ritratti essenziali, in bianco e nero, realizzati dalla fotografa romana Ilaria Magliocchetti Lombi. La curatrice Renata Ferri spiega le scelte stilistiche: «Io volevo tornare a una fotografia quasi analogica, molto pulita, onesta e anche pulire il campo da questa ambiguità che ha reso il corpo delle donne un corpo di plastica, sempre bello, sempre oggetto, sempre piacevole». Lei e Ilaria hanno voluto creare uno spazio in cui le donne si sentissero a proprio agio. Loro hanno abbassato la guardia e si sono confidate: da lì è nata l’idea di registrarle. Insieme, si sono divertite a riconoscersi o a non rivedersi nelle foto. La partecipazione delle protagoniste non si è limitata all’adesione, ma queste donne hanno abbracciato completamente il progetto, si sono fatte coinvolgere nella scelta delle foto e nel proporre nuovi luoghi in cui portare la mostra. Uno degli obiettivi è, infatti, di far sì che giri per l’Italia e poi arrivi anche all’estero, negli istituti di cultura italiana.
«È un grande atlante di donne», dice Renata. Donne straordinarie, che non significa eccezionali e fuori dalla norma. Donne che tutte le bambine possono diventare. «Secondo me è il termine che abbraccia una grande capacità unita a una grande consapevolezza. Ognuna era consapevole di rappresentare un modello». Tante di loro hanno citato le donne che sono state per loro degli esempi. «Le scienziate presenti in questa mostra dicevano “ho pensato a Rita Levi Montalcini: se ce l’ha fatta lei in tempo di guerra a fare scienza perché non ce la posso fare io oggi che siamo nel terzo millennio?”».
Parlando di femminismo, la curatrice insiste sull’importanza della coscienza collettiva. «Il problema dell’essere donna nella società non è più un limite personale, bisogna andare avanti insieme. L’obiettivo è che tutte le donne siano nelle condizioni di potercela fare, il che non significa avere denaro e potere, ma trovare il proprio posto nella società».
Le straordinarie sembrano tutte così sicure, fiere e incoraggianti dalle loro cornici. Così simili eppure diverse. «E’ disorientante: ci sono donne molto belle e ci sono donne che non lo sono secondo i canoni classici. Ci sono donne dall’apparenza molto androgina e donne molto femminili; ci sono attiviste; ci sono donne conservatrici. Questa è una mostra politica, ma non partitica» racconta Renata. Le abbraccia tutte con lo sguardo, le cita spesso, estraendo a colpo sicuro il nome giusto tra quei 110.
«Mentre concludevo il lavoro mi sono resa conto che volevo fosse rivolta anche ai bambini e ai ragazzi, non solo alle bambine». Serve davvero che si insegni loro a piangere e comprendere le proprie emozioni perché «bisogna partire dall’educazione, da un migliore rapporto tra i sessi che sia dettato dal rispetto. Io credo che vedere tutte queste donne, la bellezza anche dell’eterogeneità della femminilità, la moltitudine dei modi di essere donna, sia molto importante per i ragazzi». Guardare i loro ritratti e poi chiudere gli occhi, con il suono delle loro voci nelle orecchie: si può immaginare chi vuoi tra queste foto. Anche te stessa.