Esiste un luogo a Bologna che in realtà non esiste davvero. E’ una città nella città, verde e silenziosa, paradossalmente protetta per più di un secolo proprio dalla sua destinazione militare. Una città della guerra che ha mantenuto intatto uno spazio di respiro nel tessuto urbano. Il suo nome è impresso nella mente delle persone ma solo per una funzione marginale che questa area svolge. La STA.VE.CO (ovvero lo Stabilimento per i Veicoli da Combattimento) è un’area di oltre 90mila metri quadrati, conosciuta esclusivamente per il piccolo parcheggio a pagamento che ne occupa una minima parte.
Staveco difatti è divenuto sinonimo di parcheggio, un parcheggio per raccontare un’area immensa. I bolognesi non conoscono questo luogo; la memoria storica delle persone si ferma alla costruzione dei posti auto nel maggio del 2003. Originariamente l’intera struttura era destinata al servizio delle forze armate dello Stato. Da ormai 25 anni il complesso è in stato di abbandono, relegato in un silenzio pieno di desolazione e fallimento. Un silenzio che si contrappone però allo stridore del passare del tempo e all’avanzare della vegetazione che pian piano stanno cancellando non solo il ricordo ma anche la stessa presenza di questa area nella città. La Staveco, quindi, “prosegue la sua battaglia” per non scomparire.

Questi 93.288 metri quadrati sono occupati da una cittadella invisibile, silente e nascosta, facile preda della vegetazione della collina Codivilla. Un mondo sconosciuto e interdetto: officine, magazzini, case, rimesse, padiglioni, una ciminiera, depositi, strade, piazzette, sentieri e poi prati e alberi, e leggendari cunicoli sotterranei e gallerie. Nel 1796 l’intera area venne militarizzata dal passaggio dei francesi comandati da Napoleone. I francesi crearono un ospedale e una caserma. In seguito, nei primi del Novecento, questa struttura divenne uno dei maggiori arsenali di Bologna, contando 12.000 addetti; dopo la guerra si convertì a luogo per la riparazione dei mezzi militari e nel 1991 ogni attività cessò. Uno spazio deserto e abbandonato, 9 ettari senza rumori grazie all’iconico Laboratorio Pirotecnico (un edificio lungo quasi 200 metri) che oscurerà sì, con il suo inconfondibile grigiore, la vista dei colli dal viale Panzacchi, ma che funge da schermo sonoro alla confusione del traffico cittadino.
Dalla chiusura, l’area è stata totalmente abbandonata: fatta oggetto di speculazioni edilizie e controversie sul suo futuro. Il 2014 doveva essere l’anno della svolta per l’intera zona: venne infatti presentato il progetto “Campus 1088”, un nuovo polo accademico dove decentrare alcuni dipartimenti come Informatica, Belle Arti, Economia, Statistica e Management, che sarebbero stati affiancati da oltre a 15 mila metri quadrati di aule e laboratori didattici, palestre e un complesso di studentati. Il 15 novembre 2016 l’Università di Bologna scelse però di abbandonare definitivamente il progetto.

Dall’intervista a Simona Storchi, portavoce del professor Ivano Dionigi (ex Magnifico Rettore nell’anno del progetto “Campus 1088”), Comune e Università «avevano tracciato un medesimo piano per far rinascere questo luogo; furono firmate le conformità sul programma, i primi segni di fattibilità, il Masterplan e il giorno 5 marzo 2014 fu messo tutto nero su bianco, siglando ufficialmente l’accordo per il recupero e la valorizzazione dell’area Staveco».
Ivano Dionigi: «Questa operazione è dettata per il 75% dalla ragione e dal calcolo, per il 25% è dettata dall’istinto sommato fa il 100% di coraggio».
Il contratto prevedeva l’impegno dell’ateneo di bandire l’appalto per la realizzazione delle opere entro 22 mesi dalla firma del contratto. A quella data, però, non si arrivò mai. Il mandato di Ivano Dionigi come rettore terminò in data 31 ottobre 2015; al suo posto il professor Francesco Ubertini che assieme al suo staff (sempre secondo Simona Storchi) «ritenne di improntare la pianificazione strategica dell’ateneo verso un investimento su tutti i poli universitari esistenti, piuttosto che su un ingente investimento per un nuovo polo (Staveco)».
Monica Lacoppola, capo ufficio stampa dell’Ateneo di Bologna, ad una mia richiesta di intervista al rettore Francesco Ubertini, ha così risposto: «Purtroppo al momento il Rettore non ha modo di rilasciare alcuna intervista in merito alla questione “Campus 1088”». Sono passati due anni dall’accantonamento definitivo del progetto e ancora oggi, è presente un contenzioso tra Comune e Università per il mancato adempimento delle prestazioni presenti nell’accordo avvenuto con il precedente rettore. L’Alma Mater, in buona sostanza, ha tardivamente compreso l’insostenibilità dell’intera operazione: si parlava infatti di un investimento iniziale di 100 milioni di euro, ai quali si sarebbe dovuto aggiungere una nuova capitalizzazione di 300 milioni di euro per altre opere già programmate sui prossimi anni. Per garantire almeno una parte della spesa, l’Ateneo aveva immaginato di vendere una parte delle attuali proprietà immobiliari presenti nell’attuale zona universitaria: iniziativa che l’Alma Mater ha preferito evitare anche perché, come aveva dichiarato lo stesso professor Ubertini, la presenza dell’Alma Mater nel centro storico “è il nostro Dna”.
Questa è la situazione, quindi, in data 15 novembre 2016, giorno del diniego da parte del Magnifico Rettore professor Francesco Ubertini. Preso atto dunque delle motivazioni che provocarono il fallimento del progetto “Campus 1088” e della costituzione della “Cittadella Universitaria”, bisognerebbe quantomeno cercare di capire perché ci siano voluti ben 23 anni (da quel lontano 1991) affinché qualcuno (enti, Comune, istituzioni, associazioni) si interessasse alla situazione dell’area Staveco. L’assessore all’Urbanistica e riqualificazione della Città storica di Bologna, Valentina Orioli, ha risposto, in maniera chiara ed esaustiva, a questa problematica. «Il fattore principale da prendere in considerazione è che l’area Staveco era un’area militare ed è entrata nella disponibilità del Comune (o per lo meno nella disponibilità di un gestore diverso da quello militare) solamente di recente (2004).
L’intera area, ora, appartiene all’Agenzia del Demanio. Di conseguenza, tutte queste aree che facevano parte del Piano Operativo Comunale (POC) “Rigenerazione di patrimoni pubblici” non potevano essere sviluppate 20 anni fa perché non erano nella disponibilità della città e soprattutto di gestori interessati a svilupparli. Poi, ovviamente, entrano i gioco i temi economici ma anche i temi culturali perché noi oggi possiamo parlare di “rigenerazione urbana”, 20 anni fa si sarebbe ritenuto più conveniente lasciare le aree militari ai militari e costruire strutture nuove in altri parti del territorio».

Dopo l’abbandono del progetto “Cittadella Universitaria”, a metà 2017 iniziò a consolidarsi l’idea di un possibile trasferimento di una parte dell’attività del tribunale di Bologna, alla Staveco, creando una sorta di “Cittadella Giudiziaria”. Un progetto volto a sanare la situazione di criticità logistica esistente, rispondendo alla necessità di aderire al piano di razionalizzazione dei beni immobili utilizzato dalle amministrazioni dello Stato. Un risparmio calcolato intorno ai 5 milioni di euro annui, contando i pesanti affitti delle sedi attuali, tra cui Palazzo Pizzardi. In questo senso, lo scorso 28 gennaio 2018, è stato firmato al Ministero della Giustizia il protocollo d’intesa per il trasferimento degli uffici giudiziari bolognesi nell’area ex caserma Staveco. Presenti al tavolo della firma, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, il Sindaco di Bologna Virginio Merola e il Direttore dell’Agenzia del Demanio Roberto Reggi.
Soddisfazione per questa storica firma anche per il presidente dell’Ordine bolognese degli avvocati Giovanni Berti Arnoaldi Veli. «L’Ordine – ha dichiarato Berti – ha sempre sostenuto questo progetto che consentirà di restituire alla città un’area di grande estensione e pregio abbandonata da decenni.
Ci hanno assicurato che adesso si potrà lavorare alla soluzione dei due problemi che rimangono sul tavolo: l’allargamento degli spazi del Tribunale e il reperimento di una nuova e adeguata sede per il Tribunale per i minorenni». L’intervista si è conclusa con la promessa del presidente dell’Ordine bolognese degli avvocati «di un impegno dell’avvocatura bolognese costante, perché possiamo essere noi, la forza propulsiva del progetto, pronti a sollecitare e a vigilare per la sua realizzazione più rapida e funzionale».
«Il nostro sogno è quello di creare una porta d’accesso al colle Codivilla che possa mettere in comunicazione il centro storico con l’Istituto Ortopedico Rizzoli e il complesso di San Michele in Bosco».
Un progetto, questo, che, come ci ha ricordato nella sua intervista l’assessore all’Urbanistica, Valentina Orioli, «stabilisce che dei 47.000 metri quadri edificabili, il 75% sarà destinato agli uffici giudiziari, mentre i restanti (circa 10mila metri quadri) saranno destinati ad ospitare attività ricreative, commerciali e culturali». L’aspetto sul quale l’assessore si è più volte soffermato è che i tre ettari di terreno non edificabile saranno destinati ad un parco urbano che ricucirà il centro con la collina. «Non credo che ci saranno problemi per la realizzazione di questo progetto, la Staveco merita nuova vita come la stessa città di Bologna, ha bisogno della rinascita di questa area».
