Gli effetti a catena della rielezione di Donald Trump cominciano già a farsi sentire. Lo fanno in ambito economico, dove il dollaro si è rafforzato e gli indici Usa sono balzati in avanti, ma lo stesso inizia a vedersi anche nel sociale: sono infatti molte le aziende che hanno cominciato a virare verso le idee più conservatrici del tycoon e a decidere, chi più chi meno, di abolire o modificare i programmi DEI.
Diversity, Equity, Inclusion, sono questi i tre punti alla base dei programmi presi di mira da aziende come Meta, Amazon, Microsoft Zoom, ma anche McDonald’s e Harley Davidson. Si tratta di strumenti volti al creare ambienti di lavoro giusti ed equi per tutti, che tutelano le minoranze e permettono di rispettare i diritti di ognuno, strumenti che però non rispecchiano le idee repubblicane e più conservatrici scelte dal popolo americano. Azione – reazione, ne consegue che molte aziende hanno deciso per un passo indietro: Amazon ha inviato una nota ai dipendenti nella quale si dichiarava l’intenzione di «eliminare i programmi e i materiali obsoleti» dedicati all’inclusione; Meta, Harley Davidson e John Deere hanno chiuso i loro dipartimenti dedicati alla diversità; Wallmart ha ritirato il suo programma a novembre mentre McDonald’s e Ford hanno deciso di rivedere drasticamente le loro politiche. Ma tra tutti colossi, uno si è schierato dalla parte opposta della barricata: la Apple di Cupertino.
Il caso Apple
L’azienda fondata da Steve Jobs non si fa dire come fare le cose a casa propria, tantomeno accetta suggerimenti. Il consiglio di amministrazione della società ha infatti rifiutato una proposta, quella del National Center for Public Policy Research (un gruppo di analisti conservatore), secondo cui mantenere attivo un programma dedicato alla diversità e all’inclusione potrebbe indebolire l’azienda e renderla vulnerabile a possibili cause legali. Il tutto basato su una sentenza della Corte Suprema americana del 2023 secondo la quale alcuni college avrebbero favorito studenti appartenenti a minoranze a discapito di chi non ne faceva parte. «Con 80 mila dipendenti è probabile che Apple ne abbia più di 50 mila potenzialmente vittime di questo tipo di discriminazione – scrivono nella proposta -. Se anche solo una frazione dei dipendenti dovesse intentare una causa, e se solo alcuni dovessero avere successo, il costo per Apple potrebbe raggiungere le decine di miliardi di dollari».
«La proposta non è necessaria – rispondono dal consiglio di amministrazione, in quanto Apple dispone già di un programma di conformità ben consolidato; inoltre tale proposta tenta inopportunamente di limitare la capacità di Apple di gestire le proprie operazioni commerciali ordinarie, le persone, i team e le strategie aziendali».
