Nelle colonie penali russe, alcuni detenuti vengono classificati come “politici” attraverso un lungo processo, che comprende il vaglio dei documenti e la corrispondenza a parametri ben specifici da parte di ONG come Memorial e OVD info. Queste fondazioni si occupano da anni di monitorare il livello di repressione in Russia il cui andamento, come dimostrano i dati, è caratterizzato da una crescita costante.

I capi d’accusa affibbiati a coloro che il regime di Vladimir Putin ritiene scomodi sono tantissimi e tutti legali. Se si dà un’occhiata ai grafici, che raccolgono i singoli casi a partire dal 2012, si nota di come l’articolo del Codice penale russo più inflazionato sia il 282.2, ossia quello che punisce i reati di estremismo. Subito dopo, si trova il 205.5, che interviene sui crimini di terrorismo. Il terzo articolo in classifica è piuttosto recente: si tratta del 207.3. Nella sua prima formulazione, questa legge colpiva la “diffusione di informazioni consapevolmente false sull’uso delle Forze armate”; nella seconda è stato aggiunto “ogni altro organismo statale russo agente all’estero”. Il 207.3 è la ragione per cui le carceri russe accolgono chi si è espresso contro la guerra in Ucraina. Ma non si parte subito con condanne grosse e importanti. «La resistenza a pubblico ufficiale è una scusa comune con cui ti arrestano per circa 15 giorni» dice Marina Davydova, portavoce dell’associazione nata Annaviva e attivista russa. La legge a cui fa riferimento è il 318, quarta nella graduatoria di cui sopra: “Disobbedienza ai funzionari della sicurezza”. «Viene usata anche durante le manifestazioni, quando i manifestanti pacifici vengono accusati dai poliziotti di essere stati picchiati o importunati. I partecipanti di solito filmano coi cellulari, per dimostrare di non avere colpe, ma capita che i giudici non vogliano vedere i video probatori». Si tratta di un lasciapassare per entrare nel mirino della giustizia putiniana. Durante il funerale di Aleksej Anatolevich Naval’nyj, l’oppositore di Putin recluso in una colonia penale siberica e morto per cause ancora ignote nella mattina di venerdì 16 febbraio, OVD ha riferito di circa cento arresti solo nel giorno delle esequie, tenutesi il primo marzo, in venti città russe. Tra questi, diciotto persone sono state fermate a Novosibirsk, città capoluogo dell’omonima regione della Siberia. Dieci arresti si sono registrati a Ekaterinburg, negli Urali, mentre deponevano fiori. Le autorità hanno poi fermato un’altra decina di cittadini in viaggio per salutare la salma del dissidente a Mosca. Per la maggior parte, sono già stati rilasciati, ma l’avviso di ciò si rischia è arrivato forte e chiaro.

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Centinaia di migliaia di persone si sono radunate a Mosca per porgere il loro ultimo saluto ad Aleksej Naval’nyj. Una fila, riferiscono i media dell’opposizione, che ha raggiunto oltre i 2 chilometri.

La macchina legislativa che fa entrare le persone nel tritacarne giudiziario è più che in funzione. Nello specifico, ad oggi in Russia oltre seicento i prigionieri “politici”. «Si tratta di condanne dirette a persone che vengono incriminate per un motivo mai racchiuso nella legge stessa, che non contiene la motivazione “politica”. Tant’è vero che molti dei capi di imputazione sono vandalismo o corruzione, molto più blandi rispetto ad altri. In alcuni casi non sono reali, come è capitato con Kirill Serebrennikov» spiega Giulia De Florio, docente di lingua e traduzione russa all’università di Parma e autrice di letteratura per bambini. Dal 2014 collabora con Memorial, di cui è membro del direttivo. Serebrennikov è invece un artista e sceneggiatore russo appartenente alla comunità LGBTQ. Nel 2014 si era espresso contro l’annessione della Crimea, e nel 2017 era finito sotto inchiesta perché accusato di essersi appropriato di soldi appartenenti allo Stato. Nel 2022, è riuscito a lasciare il suo paese, per non rischiare di finire attenzionato un’altra volta. «I reati di terrorismo e di estremismo, ossia i più gravi, sono altamente deformati. Basti sapere che i testimoni di Geova sono considerati terroristi».

Il premio Nobel per la pace, Oleg Orlov,in un'aula di tribunale per un nuovo processo con l'accusa di aver ripetutamente screditato l'esercito russo.Il modus operandi delle autorità russe è piuttosto regolare, racconta De Florio: ad alcune persone viene dato un avviso iniziale, come avvertimento. È stato così per Oleg Orlov, copresidente di Memorial. La prima volta, ad aprile 2022, quando fu accusato, secondo il 280.3, di “screditamento delle forze armate russe”, non gli fu comminata nessuna pena. Ma Orlov aveva deciso di rimanere, sapendo che sarebbe stato di nuovo incriminato: di qui il secondo processo, partito l’8 giugno 2023, in cui l’attivista ha dovuto difendersi dall’accusa di “vilipendio reiterato” dell’esercito per il suo articolo “Volevano il fascismo in Russia e l’hanno ottenuto”. Si tratta di una ragione pretestuosa «perché lui ha definito il governo attuale “di stampo fascista”. Ci troviamo di fronte ad un reato d’opinione che non è sancito nella legge, la quale tutela la libertà di opinione. C’è un’incongruenza. Ma la legalità russa si scontra contro diritto ed etica che stanno alla base di uno stato di diritto». Orlov è stato condannato pochi giorni fa a due anni e sei mesi di reclusione. Un oppositore come Naval’njy, prosegue l’esperta, non aveva ovviamente questo trattamento di favore. «L’inasprimento nei confronti di Naval’nyj è andato a pari passo della consapevolezza del governo della sua pericolosità. Ogni volta che scendeva per le proteste, all’inizio, si beccava quindici giorni in carcere. Ma poi, con la nascita della Fondazione Anti-Corruzione e il movimento di massa, stava diventando una minaccia. L’escalation dei processi nei suoi confronti è la dimostrazione di quanto fosse pericoloso per Putin».

dmitrievSi può diventare nemici di Vladimir Vladimirovič anche per aver acclarato delle verità storiche. È quanto accaduto a Jurij Dmitriev, classe ’56, storico russo membro di Memorial che ha scoperto negli anni Novanta le fosse comuni risalenti ai gulag stalinisti nella regione della Carelia. Dmitriev è stato in grado, insieme ad altri studiosi e ricercatori, di dare vita ai “libri della memoria”, ovvero dei lunghissimi registri con i nomi delle vittime della repressione sovietica. Gli elenchi raccolgono migliaia di nominativi. Spiega De Florio: «Dmitriev ha creato un cimitero commemorativo a Sandarmoch, e il 5 agosto è stato stabilito per commemorare le vittime. Ciò ha portato l’attenzione dei parenti dei caduti rispetto al grande terrore, e in particolare alle purghe. La comunità più forte che presenziava alle cerimonie era quella ucraina, che però dopo l’annessione della Crimea nel 2014 ha deciso di non partecipare più, pur rimanendo riconoscente a Dmitriev, che è stato toccato in prima persona da questa annessione criminale». Lo storico aveva infatti denunciato le azioni della Russia. Ma, soprattutto, aveva disvelato una verità scomoda, per il Cremlino, e cioè la storia oscura e cruda dei gulag e delle fucilazioni. Dopo pochi mesi, era allora iniziato contro di lui un processo diffamatorio per pedopornografia, la cui veridicità è stata sempre sconfessata da giuristi e periti indipendenti internazionali: scagionato nei primi due iter, nel terzo è arrivata la condanna a quindici anni nella colonia penale n. 18 in Mordovia.

jasinIl famigerato 207.3, usato anche per danneggiare chi ha definito l’invasione russa dell’Ucraina “guerra”, invece che “operazione speciale”, è toccato a Il’ja Jašin e a Vladimir Kara-Murza, personalità di spicco nella sfera politica di opposizione al Cremlino, ora entrambi in colonie penali. Il’ja, trentanovenne, deputato del distretto moscovita di Krasnosel’skij condannato a otto anni per aver stigmatizzato su YouTube il massacro di Buča in Ucraina (chiamato da Mosca una “messa in scena”), ha un forte passato insieme a Boris Nemtsov, politico della Duma e co-fondatore di Solidarnost, partito liberale osteggiato dal Cremlino sin dalla nascita. Nemtsov si era opposto all’invasione della Crimea da parte della Federazione. La sua morte venne perpetrata sul ponte Bol’šoj Moskvoreckij di Mosca nel 2015. Quando l’uomo morì, «Jašin ne pubblicò il dossier in cui il politico denunciava l’interferenza dei funzionari russi nelle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk nel 2014». Jaśin accusò Ramzan Kadyrov, capo della Repubblica Cecena, di essere il responsabile della morte del suo mentore, di frodi elettorali, rapimenti, torture e di aver formato l’esercito dei “kadyrovtsy”, “specializzati” nell’assassinio di oppositori politici e giornalisti. Aggiunge la dottoressa: «Quando ha saluto di Naval’nyj, suo amico, Jašin ha dichiatato molto lucidamente che sarà tra i prossimi».  karamurzaVladimir Kara-Murza è invece un attivista e giornalista, collaboratore di Nemtsov e compagno di battaglie di Aleksej Naval’nyj. Per “alto tradimento” e col 207.3, l’uomo deve scontare venticinque anni di reclusione nella colonia penale IK-6 di Omsk, in Siberia. È conosciuto per il suo sostegno alla “Lista Magnitsky”, ovvero un elenco di funzionari russi coinvolti nella morte e nell’insabbiamento del caso del legale Sergej Magnitsky. L’avvocato aveva rivelato un ampio sistema di corruzione in seno alle autorità russe. Vladimir ha studiato e insegnato in America.  «Kara-Murza ha nemici personali giurati, perché ha avuto un forte impatto nei piani alti» afferma la dottoressa De Florio. Memorial parla del suo caso come uno dei più preoccupanti. Il giornalista è infatti stato avvelenato due volte, sopravvivendo. Ma il suo fisico è compromesso per una neuropatia ad entrambi i piedi, malattia per cui i nervi del sistema nervoso periferico non rispondono come dovrebbero. «È uno dei più pericolosi per il Cremlino. La moglie Evgenia ha raccolto il testimone e si occupa con Advocacy di salvare il marito e gli altri prigionieri politici».

Pochi giorni fa è stato fermato a Mosca il direttore della Novaya Gazeta, quotidiano indipendente sospeso da censura governativa, Sergej Sokolov. Pare che anche su di lui si sia abbattuto lo spettro del 207.3: discredito delle forze armate. In questo momento, sta scontando nove anni di prigionia con l’accusa di estremismo Ksenia Fadeyeva, consigliera comunale trentunenne che ha collaborato con Naval’nyj guidandone il team a Tomsk, in Siberia, dove l’uomo venne avvelenato. Mercoledì 28 febbraio, la Novaya ha riferito del breve arresto di Andrej Dubvok, l’avvocato del defunto oppositore. Un monito, per l’appunto, ad allinearsi.